Home » Archivi per Comunicazione

Comunicazione

PNRR E TRANSIZIONE: SERVE UNA SCOSSA

Il Giornale / di Marcello Zacchè

Il Pnrr ha iniziato il suo roadshow. Lunedì 15 è partito da Bari, lunedì prossimo sarà a Bergamo e poi in altre 20 città, fino a marzo. Il governo porta in giro per l’Italia il piano per ricevere e utilizzare i 191 miliardi messi a disposizione dai fondi europei Next Generation di qui al 2027. Un’impresa che si sta rivelando da un lato titanica, dall’altro assai complessa. Al punto che né la politica, né i media riescono a starle dietro. Come a dire che il progetto decisivo per il futuro del Paese, una sorta di secondo Piano Marshall dopo quello che dal 1947 al 1951 rimise in piedi l’Italia bombardata dalla seconda guerra mondiale, sta trovando impreparati molti degli attori chiamati a realizzarlo e a mettere in moto le energie necessarie per portarlo avanti. Il governo Draghi è nato per questo, per gestire gli aiuti attraverso le varie fasi: prima il piano che definisce i capitoli di spesa; poi le riforme strutturali chieste dalla Ue a garanzia; infine il cronoprogramma di questi otto anni nei quali i fondi arriveranno con l’«avanzamento lavori». E nello stesso tempo, per gestire l’altra grande partita europea: quella della transizione ecologica.

Adesso, quando il primo anno di governo di unità nazionale volge al termine, nell’ambito di un primo bilancio, ancorché sommario, si inizia a cogliere tutta la complessità di queste due sfide. Il tema è emerso a più battute in questi giorni al Festival Città Impresa di Bergamo, dove territori industriali, politica, scienza e finanza si sono incontrati ad alto livello. E hanno generato una certa risultante: le azioni richieste dal Pnrr sui territori, da un lato, e la indecifrabile sintesi tra rischi e opportunità della «transizione», dall’altro, pongono le questioni vitali del Paese su un piano che pare sempre più distante da quello della politica, sostanzialmente chiusa all’interno della propria continua litigiosità. Se si poteva pensare che a mettere in moto la macchina sarebbero bastati i vaccini, si è invece scoperto che questi sono necessari, ma non sufficienti. La matrice si è poi ulteriormente complicata per le pieghe inflazionistiche che ha assunto la ripresa post pandemica a causa dei costi di materie e trasporti. In fin dei conti, la messa a terra dei due grandi compiti dipende da variabili difficilmente controllabili: dall’efficienza amministrativa e finanziaria, alla conoscenza dei processi; dall’andamento dei mercati, alla flessibilità richiesta per gestire le tante imprevedibili varianti (vale soprattutto per la transizione: si pensi solo al capitolo auto elettrica).

Di fronte a una situazione di questo tipo, reale perché registrata sul campo, l’idea che di qui a tre mesi ci si trovi con un governo e un premier diversi dagli attuali suona come una pericolosa follia. La distanza tra la politica e l’execution di Pnrr e transizione è probabilmente destinata a restare. Ma la strada per accorciarla è solo quella di una maggiore responsabilità tra i partiti della maggioranza. Qualunque soluzione diversa da questa porterebbe a esiti opposti. Vanificando anche ciò che è stato finora fatto.

Il Covid e il grande cuore bergamasco, Mentana: una lezione per tutto il Paese

L’Eco di Bergamo / di Franco Cattaneo

Festival Cittàimpresa. Il direttore del telegiornale de La7 al Centro congressi per una serata sull’informazione al tempo della pandemia. «Nei confronti della vostra città tanta paura, poca solidarietà». Il peso della memoria

Uno sguardo ai primi mesi del 2020, alla fase di inaudita violenza del Covid. Un tocco umano sottolineato da un applauso: «Il vero motivo per cui ho accettato senza esitare il graditissimo invito degli organizzatori è che non ero ancora venuto a portare in modo davvero forte la mia solidarietà di lombardo all’estero, a Roma. A Bergamo non s’è vista lamentazione o cose di questo genere. Ha saputo vivere la sua tragedia, sopravvivere alla tragedia, piangere e seppellire i propri morti e ripartire. Vi posso assicurare che in giro per l’Italia non l’hanno seguita, ma che per me è stata una lezione». Enrico Mentana, che nel frattempo è diventato un lettore de «L’Eco di Bergamo» (l’affermazione è sua), è stato il mattatore con Andrea Valesini al Centro congressi, palcoscenico del Festival Cittàimpresa, dell’incontro dedicato all’informazione e al Covid. I due giornalisti hanno dialogato con Filiberto Zovico e con un gruppo di allievi che hanno frequentato la Masterclass del percorso di giornalismo Coorious, organizzato da «L’Eco» e da Edoomark (gruppo Sesaab),e che ora hanno iniziato a collaborare per diventare pubblicisti. Gli stessi giovani che hanno realizzato un breve filmato, l’incipit dell’appuntamento dell’al-tra sera, in cui il direttore del nostro giornale, Alberto Ceresoli, ha illustrato il circolo virtuoso fra il quotidiano e i bergamaschi, la partecipazione al dolore individuale fattosi collettivo, la reciproca vicinanza riassunta nella formula del «cuore bergamasco».Un’informazione la cui cifra editoriale era, e continua a essere, quella del «rigore assoluto», studiata e apprezzata anche dalle grandi testate internazionali, pure nelle sue forme più popolari: il necrologio paradigma di un legame comunitario. È toccato poi a Valesini, caporedattore centrale, scendere nel dettaglio con precisione, dare il senso operativo del filo diretto con i lettori, sottolineare alcuni snodi centrali: l’inchiesta de «L’Eco», per esempio, sul numero effettivo dei morti (circa4.500) nella fase più acuta del virus contro i 2.060 dichiarati dalle fonti ufficiali. Il lessico veloce e cronachistico di Mentana, direttore del tele-giornale de La7, ha colto il punto critico e divisivo, forse finora poco considerato, del deficit relazionale fra le tante Italie nel passaggio in cui il Covid ha picchiato più duro.

Chi non voleva vedere

«Non c’è stata – ha detto, rivolgendosi anche al suo amico Giorgio Gori presente in sala, per ricordarne le preoccupazioni – quella immediata compartecipazione e immedesimazione che ci si poteva attende, e sperare, al dramma di Bergamo. Abbiamo impiegato settimane a centrare e a tarare una tragedia italiana, che era soprattutto lombarda e, a sua volta, soprattutto bergamasca. Non ci si rendeva conto, non si capiva, non si voleva vedere. C’era nell’aria anche un ragionamento difensivo di un certo tipo, un modo per stare lontani dalle disgrazie altrui: ci avete tanto parlato del modello lombardo e invece noi siamo più bravi, perché ci siamo cautelati in tempo». Domanda a Mentana: perché dice questo? «Perché ci ha costretti a raccontare una storia, dovendola anche connotare di aspetti emotivi per creare e sollecitare quella compartecipazione che di base non esisteva. In realtà ci siamo resi conto che il vissuto diventava la vicenda del fronte avanzato della guerra italiana al Covid. Mi ha colpito un aspetto: il racconto, pur terribile, non sollecitava solidarietà, ma soltanto paura, paura, paura». La paura angosciante come ingrediente di un’informazione totalizzante, che si mangiava tutto il resto, il cui lascito velenoso lo vediamo oggi: «Quei giorni sono stati i prodromi della reazione sconcertante di queste settimane: quelli che negano, che rinnegano, i no vax, i no green pass sono una coda di quell’intruppamento che è stato salvifico, ma pur sempre intruppamento. La volta che ho cercato di dare un nome, un cuore, un volto alle vittime mi hanno accusato di rendere melenso il carattere di una tragedia». Era lecito attendersi qualcosa di più? «Bergamo è stata il centro di una resilienza di fronte a una narrazione improvvisamente ribalda nei confronti del Nord e della Lombardia. Ricordo frasi incredibili, come quella di un gover-natore del Sud di un campanilismo terribile. Non si capiva che Bergamo e la Lombardia erano il cuore d’Italia, come se ci fosse la necessità di riabilitare altret erre rispetto a quello nel momento in cui si scoprivano fragilie indifese. Quando io al tg adombrai l’idea di una sottoscrizione ci mancò poco di ricevere sassate. È la prima volta che una grande tragedia italiana non è stata accompagnata dalla richiesta, dall’offerta e dalla pressione per un’idea forte di solidarietà dal basso. E per la verità neanche tanto dall’alto».

La generazione decimata

A Mentana preme il recupero confortevole e caldo del ricordo. Per questo non enfatizza oltremisura le foto simbolo dei camion militari con le bare: «Quelle foto ci hanno messo al cospetto della tragedia vera e propria nella sua parte meno visibile, mettendo in evidenza gli aspetti di un dramma quantitativamente più ampio delle nostre possibilità di organizzare gli aspetti per così dire tecnici: una degna sepoltura dei nostri cari, un luogo dove riposino per sempre. Ecco il punto: le guerre storiche ci portavano via i giovani, quella del Covid invece ha azzerato generazioni di anziani. Se le è portate via nell’incapacità iniziale di capire. Mi fa impressione come si ripercorra il tempo al passato per cercare di comprendere quali siano state le responsabilità, mentre in parallelo non si cerchi di dare un cuore, una faccia a quelli che sono caduti. Abbiamo vissuto un periodo nel quale la larghezza della narrazione s’è improvvisamente isterilita e liofilizzata nei dintorni del racconto ufficiale fatto dinumeri, prescrizioni e divieti, come se tutti ci fossimo trasformati in altoparlanti della stazione. Ecco la necessità di leggere “L’Eco”, i necrologi senza soluzione di continuità, per dare sostanza, profondità e spessore alla tragedia, per cercare di rimettere il senso dei valori della vita umana al di sopra di quelli che erano i numeri. Numeri, peraltro, corretti dal giornale». La memoria, con il suo dominio emotivo, prima di tutto: «La cosa che ci riguarda è la generazione dei nostri anziani decimata. Dobbiamo elaborare quel lutto in maniera degna, perché sia un ricordo e un monito. Quei volti, quelle storie, quelle ultime fotografie da carta d’identità hanno diritto di essere onorati tutte le volte che bisognerà farlo. Ci vorranno Giornate dedicate a queste persone, perché se il dramma resta confinato nel dolore individuale perde la sua importanza». Bergamo sovraesposta nel micidiale attacco: «È una città martire in tempo di pace, in una guerra contro un nemico invisibile ma che abbiamo imparato a conoscere. Ha titolo per avere il suo onore da parte dell’intero Paese. Bergamo è stato il laboratorio per come vincere questa guerra. Se non si fosse capito qui, purtroppo sulla carne viva dei suoi residenti, non avremmo vinto la partita in Italia». Si è detto: saremo migliori? È cosi? «In realtà siamo diventati più cattivi ed egoisti. Effetto Covid? No, effetto della contrapposizione politica che ha scavato a fondo e che ha tolto solidarietà. La pandemia ha cambiato la politica? Pochissimo e in peggio. Questo vale anche per il Paese. Viviamo il tempo della cattiveria, non della bontà. La stagione dei social e della solitudine, anche obbligatoria, che poi si sfoga con i cattivi malumori e con la ricerca del responsabile. Tendenza che influisce sull’informazione, che ci mette il suo carico di ostilità verso il leader tale o quant’altro».

La dura realtà dei fatti

Durissimo, il direttore, verso i negazionisti e dintorni, «mattacchioni» nella migliore delle ipotesi, «apprendisti stregoni» nella realtà: «Nessuna cretinata o fesseria, ma posso usare parole anche più forti, può cambiare quello che è successo. Per fortuna le teorie controfattuali o cospirazioniste vanno a sbattere contro un dato reale: non modificano la storia e Bergamo sa bene cosa e chi ha perso». Mano leggera, invece, sugli esperti star in tv: «Rivolgo ai competenti lo stesso sconto ai politici: è facile dire che hanno fatto bene o male, ma tutti abbiamo vissuto qualcosa che non era mai successo e che ha coinvolto la stessa convivenza sociale. Avevamo bisogno di figure che ci spiegassero quel che stava succedendo, benché strada facendo siano comparsi nani e ballerine. Inevitabile che gli esperti siano percepiti come star. Ma c’era, e c’è, una forte richiesta di informazione scientifica che fortunatamente rimane maggioritaria. Personalmente mi vanto che da fine febbraio 2020 non ho mai fatto un confronto fra uno scienziato e uno stregone. Lo ritengo il minimo sindacale. Il guaio è che c’è una forte attrazione per il buio, per le cose che vanno male. Uno slittamento che va contrastato con un messaggio fermo degli scienziati».

 

«Bergamo e Brescia capitali a 360 gradi» Pronte a sfidare Milano

L’Eco di Bergamo / Giorgio Lazzari

Oltre la cultura. Il sindaco Gori: «Accordi bilaterali dall’economia al sociale, all’insegna dell’innovazione» L’obiettivo è superare una visione «Milano-centrica».

Per Bergamo e Brescia il riconoscimento di Capitale italiana della Cultura nel 2023 rappresenta solo l’inizio di una cooperazione a 360 gradi. Le due realtà vantano numerosi punti in comune per costruire un futuro insieme, allontanandosi dalla visione «Milanocentrica». Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, protagonista dell’incontro «Bergamo e Brescia, prove tecniche di alleanza», organizzato ieri sera al Centro congressi Papa Giovanni XXIII dal «Festival Città Impresa», ha fatto presente come «da mesi stiamo dialogando affinché la Capitale della Cultura faccia da innesco per mettere in moto tutte le componenti delle due comunità. Una sorta di cooperazione bilaterale rafforzata, sul modello degli accordi che vengono sottoscritti fra Stati – ha proseguito Gori–, per unire le forze e fare un passo avanti insieme su diversi temi e in qualsiasi ambito, dall’industria al sociale, dall’università alla ricerca». Se dal punto di vista del marketing territoriale, Bergamo e Brescia stanno già collaborando molto bene insieme, anche con lo strumento East Lombardy per promuovere l’enogastronomia e i territori, con le province di Mantova e Cremona, ora «dobbiamo utilizzare l’innovazione come chiave per fare un salto di qualità – ha concluso Gori –. Abbiamo veramente l’opportunità di rileggere la geografia della Lombardia, per una regione multipolare senza rimanere isolati o troppo Milano-centrici. Solo così possiamo essere attrattivi sia dal punto di vista industriale sia da quello turistico e dare ai nostri ragazzi le motivazioni per rimanere sul territorio». Per comprendere le potenzialità dei due territori basta leggere i numeri, presentati da Aldo Cristadoro, amministratore delegato di Intwig.

Bergamo e Brescia sono due aree ad alto reddito, hanno un’area di crescita omogenea e una struttura demografica simile. Insieme salgono al secondo posto in Italia per esportazioni (29 milioni e 280mila euro il valore totale), sono addirittura sul gradino più alto del podio nazionale per numero di imprese metalmeccaniche attive (8.249 con 99.320 addetti) e al quinto posto per il numero totale di imprese con 190.574 (oltre a 842mila addetti) a meno di 5mila unità produttive da Torino. Più del 60 per cento degli intervistati giudica l’alleanza una grande occasione per il territorio. Bergamo vanta il terzo aeroporto in Italia, mentre Brescia è nella top ten delle destinazioni turistiche, per arrivi e presenza, grazie ai suoi laghi. I punti in comune fra i due territori, compreso il percorso storico, sono stati confermati anche da Giuseppe De Luca, responsabile scientifico Fonda-zione Legler per la storia economica e sociale di Bergamo. All’incontro è intervenuta anche Laura Castelletti, vicesindaco del comune di Brescia, che ha ribadito: «Stiamo dialogando molto bene in modo da affrontare al meglio una sfida complessa per una quotidianità di rapporti fra le nostre due province, in modo da avvicina-re i capoluoghi ai comuni, sen-za dimenticare le potenzialità del territorio e il rapporto tra natura e ambiente da salvaguardare». Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, ha invece sottolineato la forza del sistema lombardo. «Come abbiamo fatto nei mesi scorsi per combattere la pandemia – ha affermato Guidesi –, dobbiamo togliere le casacche politiche e guardare al futuro. La forza della Lombardia sta proprio nelle differenze territoriali e nella sana competizione. La Regione è vicina al settore produttivo e stiamo ponendo in essere strumenti che prevedono una strategia per supportare i protagonisti dei diversi settori».

«Il Reddito serve ad aiutare i poveri»

L’Eco di Bergamo / di Astrid Serughetti

Festival Città Impresa. Tridico, presidente Inps: interessa 3,7 milioni di persone, solo una minima parte occupabili«Misura che ha rivelato come in Italia i salari sono stagnanti e che sotto i 550 euro non si è disposti a lavorare»

«Il reddito di cittadinanza è una misura di contrasto alla povertà e con questa accezione io la riconfermerei subito». Parole chiare quelle del presidente di Inps Pasquale Tridico durante il confronto con Veronica De Romanis, docente di European Economics Luiss Guido Carlo e Stanford University (Firenze) al Festival Bergamo Città Impresa. Per il numero uno di Inps pensare che la misura del reddito minimo sia condizionata all’ingresso nel mondo del lavoro «è utopistico» e porta all’attenzione alcuni numeri: «Il reddito di cittadinanza interessa in Italia 3,7 milioni di persone, una platea in cui ci sono minori, disabili, anziani, ma soprattutto una platea che per il 75% non era presente negli archivi dell’Istituto perché non ha mai lavorato. Solo il 25% ha una storia contributiva precedente, solitamente fatta di poche settimane e con alle spalle una formazione personale che non va oltre la licenza elementare o il diploma di scuola media – continua il presidente, – perciò il reddito di cittadinanza va visto per quello che è, un’integrazione al reddito familiare, simile a quella esistente in altri Paesi europei, che aiuta e sostiene chi non è occupabile». Una dichiarazione che chiarisce immediatamente come, per Tridico, la discussione attorno alla misura bandiera del Movimento Cinque Stelle sia errata alla base e non può essere causa delle difficoltà di un mercato del lavoro che non trova personale pur ammettendo che «i centri per l’impiego intermediano poco o nulla» e sui servizi pubblici per il lavoro «negli ultimi 20 anni è stato sbagliato tutto». Se si parte, invece, dalla consapevolezza che le figure professionali più richieste appartengono a una fascia di scolarizzazione e specializzazione medio/alta il reddito di cittadinanza, secondo il presidente dell’Inps, è servito «a distribuire 7,2 miliardi di euro ai primi 2 decimi di popolazione più povera». «Ma non tutti i poveri sono stati coperti, questo è un problema».

«Preclusioni al salario minimo»

Detto questo, per il presidente Inps «il Paese non è pronto politicamente ad accettare l’esistenza di un reddito minimo. Non lo tolleriamo perché abbiamo preferenze sociali che non ci fanno propendere a dare 7-8 miliardi ai poveri. C’è oggi un atteggia-mento molto violento, molto aggressivo e indifferente verso i poveri» che la pandemia ha aumentato. Se il tema diventa la capacità di accettare politicamente e culturalmente una misura economica, al reddito di cittadinanza, secondo Tridico, si può collegare direttamente la discussione sul salario minimo perché, in qualche modo, ricevere un sostegno reddituale ha fatto sì che un salario inferiore a quel minimo non sia più accettabile. «Il reddito di cittadinanza ha evidenziato un problema salariale che in Italia è stagnante dal ’92 e con i suoi 550 euro per nucleo familiare, una cifra che non si può definire elevata, ha posto nei fatti un minimo oltre il quale non si è più disposti a scendere per il proprio lavoro. Credo che sia giusto».

«Pensioni: serve flessibilità»

Altro fronte caldo in questi giorni, per il presidente di Inps, è quello relativo alle pensioni e al passaggio fra Quota 100 e Quota102: «Ritengo che la soluzione non sia nella rigidità, ma in una maggiore flessibilità. Il modello contributivo permette di valorizzare alcune categorie, penso alle donne nel periodo della maternità. Per questo ho proposto la possibilità di lasciare al lavoratore la possibilità di scegliere. A me piace l’idea che si possa decidere di andare in pensione a 63 o 64 anni percependo subito la quota contributiva per passare alla retributiva dopo i 67 anni». Anche se oggi il vero problema resta il numero insufficiente di lavoratori regolari per far quadrare i conti: «Il modello contributivo è equo, ma nel mercato del lavoro ci sono forti disuguaglianze e attualmente ci reggiamo su un numero di occupati troppo basso, circa 23 milioni a cui aggiungere 3,5 milioni da far emergere dal nero, ma sono comunque troppo pochi. Ne mancano almeno 6 o 7 milioni tra donne, giovani e occupati nel Sud Italia».

«Riscatto della laurea gratuito»

C’è spazio per un’ultima considerazione di un giovane in sala che chiede: «Presidente, quando sarà possibile il riscatto gratuito della laurea?». Tridico risponde: «Ecco bravo, io l’ho proposto e sarebbe doveroso perché sono anni che vi vanno riconosciuti ma dovete farvi sentire, agitate le acque anche sui social e chiedetelo con forza».

«L’Italia ce la può fare ma serve il senso di una missione comune nazionale»

L’Eco di Bergamo / di Franco Cattaneo

Ripartenza. L’eurocommissario Gentiloni a Bergamo: a breve l’accordo operativo con il governo per il Pnrr, Bonomi (Confindustria): «È tornata la guerra delle bandierine, è un’occasione ma manca una visione Paese»

Con tutto il rispetto e la simpatia per Greta (mai citata), la transizione ecologica non sarà un pranzo di gala. Lo sapevamo già e l’ennesima conferma è venuta ieri dal Festival Bergamo Città Impresa, al Centro Congressi, dove Paolo Gentiloni e Carlo Bonomi hanno dialogato su questi temi, intervistati da Dario Di Vico. D’accordo su quasi tutto, sui fondamentali del Green deal, ma con sfumature diverse, l’eurocommissario all’Economia e il presidente di Confindustria. Gentiloni mette al centro le straordinarie opportunità e smussa gli angoli. Bonomi condivide certo, ma deve tenere conto delle difficoltà degli imprenditori e qui ricorre alla concretezza del «teorema dei bulloni»: se finora gli imprenditori brianzoli, leader mondiali del settore, fanno 100 bulloni mentre con le auto elettriche ne metteranno solo 10, che succede, come se ne esce? Non è poco e i due interlocutori ne sono consapevoli. Da questa crisi bisogna uscirne tutti assieme: in che modo? Prendiamo il Piano di ripresa e resilienza che ci riguarda da vicino e per il quale, anticipa l’eurocommissario, «stiamo per firmare e lo firmeremo nelle prossime settimane l’accordo operativo con il governo italiano in cui si dice in che periodi dell’anno e quanti quattrini verranno chiesti dall’Italia nei prossimi 5 anni: a settembre devono arrivare 27 miliardi, dico per dire ma non tanto, le dimensioni sono queste». Il recovery fund, ha ricordato, «è un meccanismo che può orientare la nostra ripresa ma è fondamentale per l’Italia non solo la consapevolezza che siamo un Paese con problemi di esecuzione, che per noi l’assorbimento dei fondi europei è un problema e che questo particolare fondo non lo abbiamo già in tasca ma arriverà di sei mesi in sei mesi» ma anche che «serve una missione comune nazionale».

«Non ruota tutto su Quota 100»

Dice infatti Gentiloni: «L’Europa ha dato una risposta rapida. Si temeva un’ondata di licenziamenti e di fallimenti, che non ci sono stati. Sono stati messi sul piatto 3mila miliardi di garanzie pubbliche per evitare i rischi di fallimento e forse solo il 20% è stato utilizzato: il bazooka ha funzionato. I sostegni sono stati dati in maniera disuguale: di più a chi ha subito i costi maggiori della pandemia. È stato stabilito un meccanismo di condizionalità virtuosa e l’Italia ha interiorizzato il vincolo esterno, quello euro-peo». Ma cosa manca all’Italia? «La cosa fondamentale che ancora non vedo abbastanza – risponde – è il senso comune di una missione nazionale. Non è solo responsabilità del governo e dei partiti, ma di tutti. È il nostro mondo che non può continuare a ruotare su Quota 100 e sul reddito di cittadinanza, perché ci sono 10 miliardi per le politiche attive nel lavoro e 30 per l’istruzione. Dovremmo discutere di questo come avviene altrove. Se anche Confindustria riesce a dare un contributo decisivo a questo clima, ce la possiamo fare. Del resto noi italiani siamo diventati professionisti nel recuperare il ritardo e per farlo ci vuole la sensazione che questa sia la montagna da scalare. E da scalare insieme».

Il Piano di ripresa e resilienza

L’eurocommissario rispondeva a Bonomi, apparso piuttosto scettico sui risultati fin qui del vertice di Glasgow e con qual-che seria riserva sulla riuscita della messa a terra del Pnrr. Bonomi riafferma la piena disponibilità di Confindustria alla transizione verde, ribadisce l’europeismo collaudato degli imprenditori, si richiama ad un recente documento degli industriali di Italia, Francia, Germania, prospetta un occhio d’attenzione al nucleare. Nulla da eccepire sui principi ispiratori, anzi, esplicito sostegno al governo Draghi, sintonia con Gentiloni, ma una critica all’eurocommissario al Green deal, il socialista olandese Frans Timmermans, per il suo approccio ideologico. Il problema è lo scarto fra il progetto ambizioso e la realtà, tenuto conto che la manifattura di Italia, Francia e Germania rappresenta poco più del 50% del Pil europeo, in una fase in cui tira aria inflazionistica, ci sono i colli di bottiglia delle filiere internazionali e i prezzi del gas schizzano in alto. Prima cosa il Pnrr: « Una grande opportunità, ma mi sembra venga un po’ a mancare una grande visione del Paese. Se guardiamo la legge di bilancio, è tornata la battaglia delle bandierine dei partiti. Cosa c’è per i giovani? Un fondo per l’acquisto della casa, 10 giornate di congedo parentale, e poco più. Negli ultimi 10 anni l’Italia ha speso 7,5 miliardi per le baby pensioni a 400 mila persone, la stessa cifra desinata ai fondi di orientamento per gli universitari, cioè per un milione e 800 mila destinatari. Ricordiamoci che con l’Europa abbiamo preso 537 impegni da qui al 2026 e che entro fine anno dovremo fare ancora 23 riforme. Non vedo una strategia di politica industriale. Comincio ad avere qualche preoccupazione, perché qui rischiamo il futuro: ci vuole una grande partnership pubblico-privato, non bisogna abbassare la guardia ma dare un grosso contributo a questo governo nella sua azione riformatrice».

La trasformazione sostenibile

Sulla riconversione green: «Obiettivi ambiziosi, ma che non siano velleitari. L’interrogativo è come accompagnare questo passaggio, fra opportunità e ineludibili costi economici e sociali. Pezzi di filiere verranno spente. Premesso che l’abbandono del diesel è stato un suicidio europeo, se scegliamo le auto elettriche non abbiamo le tecnologie, le materie prime, le batterie e gli impianti di smaltimento. In nome della transizione che, ripeto, condividiamo, estraiamo il valore dal Paese e ci portiamo in casa problemi che avremmo dovuto risolvere». Anche l’eurocommissario insiste nel ponderare le ricadute sociali e nella necessità del consenso sociale: «Se non c’è questo, perdiamo la transizione». Pericoloso, tuttavia, anche il non far nulla: l’importante è l’equilibrio, andare avanti senza fughe solitarie. Servono poi, aggiunge Gentiloni, ulteriori investimenti: 520miliardi aggiuntivi ogni anno nel prossimo decennio. Bene le sospensioni del Patto di stabilità e del divieto degli aiuti di Stato. Indietro non si può tornare, avverte: «Con l’attrezzatura degli ultimi 10 anni non ce la facciamo, anche se in questo periodo abbiamo compiuto miracoli».

 

«Non si trova personale? Salari bassi»

L’Eco di Bergamo / di Lucia Ferrajoli

Città Impresa. Genovesi (Fillea): i giovani vanno motivati. Scaglia (Confindustria): non mancano solo i tecnici, Mazzoleni (Camera di commercio): fondamentale nei prossimi mesi la questione del mercato del lavoro

Salari bassi e sottoinquadramento giocano un ruolo decisivo nel mancato incontro fra domanda e offerta sul mercato del lavoro. Che il cosiddetto «mismatch» non sia solo una questione di competenze lo ha detto senza mezzi termini Alessandro Genovesi, segretario generale di Fillea Cgil, ieri all’apertura nella Sala Mosaico dell’ex Borsa Merci dell’edizione 2021 del festival Bergamo Città Impresa, che fino a domani farà il punto sulla transizione in atto per il mondo dell’economia e delle aziende. «Bisogna affrontare il problema della carenza di personale avendo chiare tre questioni – ha evidenziato il sindacalista difronte a una platea composta prevalentemente da giovani -. La prima è che una parte del lavoro sarà sostituita dalla tecnologia: se andiamo sui cantieri delle grandi opere è più facile trovare un operaio con il tablet in mano invece che con la cazzuola. La seconda: l’Italia è in ritardo sulla formazione professionale e tecnica per via di un’idea dura a morire secondo la quale solo i licei danno una buona preparazione». Ma il nodo vero, secondo Genovesi, è che le imprese «hanno smesso di costruire percorsi di carriera e di salario. Per attrarre i giovani bisogna anche motivarli: un giovane preferisce stare alla finestra o continuare a studiare se gli vengono offerte poche centinaia di euro al mese per un contratto a tempo determinato».

Nonostante la forte domanda da parte delle imprese, a Bergamo il 37% delle richieste di lavoro resta inevaso per la mancanza di candidati o per profili inadeguati. Sul territorio provinciale il tasso di attività è dell’80% per gli uomini, mentre per le donne si ferma al 56%, 8 punti al di sotto del dato lombardo, che si attesta al 64%. «Mancano figure tecniche – ha sottolineato Scaglia – ma anche lavoratori meno qualificati e c’è carenza anche di soft skills come la capacità di lavorare in gruppo. Il “mismatch” non è solo qualitativo, ma anche quantitativo, ed è destinato ad aggravarsi nei prossimi anni per la crisi demografica in atto: nei prossimi dieci anni in Lombardia mancheranno quasi 350 mila persone tra 18 e 65 anni. Per sopperire a questa carenza o bisognerà riuscire a incrementare il tasso di attività, in particolare quello femminile, oppure avremo la necessità di importare manodopera dall’estero per sostenere le attività produttive».

Proprio per aiutare l’incontro di domanda e offerta, Confindustria Bergamo e l’associazione Diakonia della Caritas diocesana hanno avviato il progetto #Focus che, ha spiegato Scaglia, “cerca di capire le cause di non occupabilità e rimuoverle con un lavoro quasi personalizzato».

Anche per il presidente della Camera di Commercio di Bergamo, Carlo Mazzoleni, «uno dei passaggi fondamentali dei prossimi mesi sarà sul mercato del lavoro, perché la pandemia ha ridotto le possibilità di accesso, soprattutto per i giovani». Aprendo i lavori di Bergamo Città Impresa Mazzoleni ha sottolineato la necessità delle riforme, in primis quella della pubblica amministrazione, e l’urgenza di un adeguamento delle infrastrutture, sia fisiche sia virtuali, per non frenare la competitività delle imprese, ma ha anche ricordato «tre temi cruciali su cui è coinvolta la Camera di Commercio: innovazione tecnologica, attrattività del territorio e alternanza scuola-lavoro». I problemi sul tavolo – insieme al «mismatch», la carenza delle materie prime, i rincari dell’energia e l’aumento dell’inflazione – non smorzano l’ottimismo per la ripresa in corso. «Per l’Eurozona il rimbalzo nel 2021 è stimato al 5,1% – ha rimarcato Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo – e i livelli pre-crisi saranno recuperati già alla fine di quest’anno. L’Italia ha fatto anche meglio della media dell’Eurozona (6,2%) e la crescita continuerà anche nel 2022 (4%) e nel 2023 (2,4%)».

Festival Città Impresa Bussola per orientare una ripresa più solida

L’Eco di Bergamo / di Elvira Conca

L’evento. Da oggi a domenica focus sui nodi dell’economia, Gori: Bergamo tra i territori che stanno trainando l’Italia, Bombassei: il caro energia pesa sugli stipendi, attenzione

Immaginare e costruire solide basi per una ripresa che, se da un lato è pienamente in atto, dall’altro è ancora gravata da incognite di non poco conto: dai nodi legati a materie prime e trasporti alla ripresa dell’inflazione, passando per il mismatch tra una forte domanda di lavoratori e una scarsità di personale che non riguarda più solo le figure specializzate. Sono gli obiettivi dell’edizione 2021 di «Bergamo Città Impresa», il Festival porterà in città da oggi a domenica fra gli altri, leader del calibro di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia, Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria, ma anche Francesco Giavazzi, professore emerito Università Bocconi e consigliere economico del presidente del Consiglio. A loro si aggiungeranno molti altri economisti, politici, imprenditori, opinion maker e professionisti dell’informazione per un totale di 80 relatori per circa 20 eventi (ingresso libero, prenotazione obbligatoria sul sito festivalcittàimpresa.it).

Ieri la presentazione ufficiale nella sede della Rappresentanza a Milano della Commissione europea, partner del Festival Città Impresa. Una sede scelta non a caso come ha spiegato Massimo Gaudina numero uno della Rappresentanza: «Agli occhi dell’Europa Bergamo è stata il simbolo della sofferenza ma vogliamo che diventi il simbolo della ripartenza». «Il Comune di Bergamo, insieme a tante istituzioni del nostro territorio, ha fortemente voluto ospitare questo festival – ha sottolineato il sindaco Giorgio Gori -. Bergamo è da sempre territorio di manifattura, ma dopo l’emergenza Covid vuole essere riconosciuto come simbolo della ripresa dalla pandemia. Lo deve ai suoi solidi fondamentali, ma anche grazie alla capacità di reazione che ne fanno uno dei territori che stanno trainando la rinascita del Paese».

A mettere in guardia dall’eccessivo entusiasmo di fronte a un’economia che si sta riprendendo dalla recessione «da pan-demia» più velocemente del previsto, Alberto Bombassei. Dal presidente della Brembo l’invito a non sottovalutare l’impatto dei rincari delle materie prime e dell’energia sulle tasche dei cittadini, oltre che sui bilancio delle imprese. «L’aumento della bolletta dell’elettricità di casa e del gas da riscaldamento a cui si aggiunge il rincaro del pieno di benzina può arrivare a pesare oltre il 20% sul salario di chi guadagna 1.300 euro al mese». «Tutto questo – ha aggiunto – significa inflazione e tutti sappiamo che il problema dell’inflazione è anche un problema sociale che poi va gestito» ha concluso. Della necessità di un momento di riflessione in un periodo di «crescita potente anche dell’economia bergamasca » ha parlato Giovanna Ricuperati vicepresidente Confindustria Bergamo. «Le criticità crescenti, dalle tensioni sui prezzi di componenti e materie prime alla difficoltà di reperire competenze, stanno penalizzando qualità e durata della ripresa e richiedono l’individuazione di un nuovo modello basato su continuità delle filiere, spinta all’innovazione-digitalizzazione, forte connessione fra imprese e sistema formativo».

La scarsità di manodopera oggi al centro del dibattito

l presidente di Camera di commercio Carlo Mazzoleni alle 10,30 aprirà la rassegna in Sala Mosaico e subito si entrerà nel vivo dei temi macroeconomici con Gregorio De Felice (Intesa Sanpaolo), che parlerà di economia reale e scelte del Pnrr. Sul tema della scarsità di manodopera si confronteranno Maurizio Del Conte, docente di Diritto del Lavoro Università Bocconi, Alessandro Genovesi, segretario generale Fillea-Cgil, Stefano Scaglia, presidente Confindustria Bergamo, Silvia Zanelladi Ernst & Young. A partire dalle 15, al Centro Congressi Papa Giovanni XXIII, focus sui rapporti economici tra Lombardia e Germania con Marco Bonometti, presidente Omr Group Tito Nocentini (Intesa Sanpa-olo), Monica Poggio, presidente Camera di commercio Italo-Germanica. Sul fronte politico, invece, ne discuteranno Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, Andrea Mandelli, vicepresidente Camera dei deputati, Irene Tinagli, presidente Commissione per i problemi economici Parlamento europeo. Si rifletterà anche sulla transizione ecologica e le sue ricadute per le pm, così come sulle filiere e il protagonismo dei fornitori. Alle 18, invece, Francesco Giavazzi, consigliere economico del presidente del Consiglio, rifletterà sul possibile «decennio d’oro» che potrebbe dischiudersi per l’Italia.

Bergamo, torna il Festival Città Impresa. Il sindaco Giorgio Gori: «Siamo al centro della ripresa»

Corriere di Bergamo / di Donatella Tiraboschi

Tre giorni di dialoghi su politica ed economia, con Gentiloni, Mentana, Bonomi e Bombassei.

«Se nei prossimi giorni parleremo di queste cose faremo l’interesse, non solo degli addetti ai lavori, ma anche di chi ci ascolterà o ci leggerà». Tra i protagonisti del Festival Città Impresa, il patron di Brembo, Alberto Bombassei, ha proposto ieri, nella presentazione della kermesse che si terrà da oggi a dopodomani in città e al Kilometro Rosso, un punto di vista inedito. Sociologico, con la messa a terra delle preoccupazioni che attanagliano un po’ tutti in questo autunno di rincari: «Le materie prime sono cresciute, per non parlare degli aumenti su energia, gas e benzina. Questo significa per chi guadagna 1.300 euro al mese, un’incidenza di almeno il 20% sul salario. Questa altro non è che inflazione, un problema dai risvolti sociologici che oggi non sono attenzionati come si dovrebbe. È un argomento di cui mi piacerebbe si parlasse, al netto del fatto che stiamo vivendo un anno eccezionale, contrassegnato in più ambienti da grande entusiasmo».

Non solo gli imprenditori, i manager e i professionisti potranno appassionarsi ai temi. Nella full immersion di incontri e di argomenti trattati — 17 gli appuntamenti con decine di autorevoli interventi ripartiti su tre aree tematiche: la crescita, le politiche sociali ed altri elementi collaterali — nell’ambito della quarta edizione di Bergamo Città Impresa, saranno in molti a trarre spunti di riflessione sulle declinazioni che l’economia e l’imprenditoria assumono nella vita di ogni giorno. È questa, come suggerito in filigrana da Bombassei, la mission più autentica di un evento che mette al centro del caleidoscopio di riflessioni economiche e industriali Bergamo, considerata città simbolo della ripartenza post-Covid. «Bergamo è la città della ripresa — ha confermato nel suo intervento il sindaco Giorgio Gori —, vantiamo dei solidi fondamentali, un export robusto, una manifattura d’avanguardia e la più bassa percentuale di disoccupazione del Paese. È un Festival che abbiamo voluto, profondendo un impegno nella costruzione del panel che lo caratterizza come evento nazionale, ma con le radici che affondano nel territorio», ha concluso il primo cittadino, rimarcando quell’«incrocio delle forze» tra Bergamo e Brescia che verrà messo in evidenza domani (Centro congressi, ore 18) quando lo stesso Gori duetterà con il collega Emilio Del Bono, in un evento condotto da Dario Di Vico, editorialista del Corriere e ideatore del festival.

Avvicinarsi a concetti come transizione ecologica e trasferimento tecnologico, ma anche ai mondi industriali delle filiere e delle implicazioni relative allo Smart working sarà alla portata di tutti. Basterà mettersi all’ascolto (gli eventi possono essere seguiti in streaming oltre che in presenza) e scegliere dal nutrito programma il tema che più interessa, perché questo è l’obiettivo del Festival, promosso da ItalyPost, in collaborazione con le istituzioni territoriali (Comune, Camera di Commercio, Confindustria, Confartigianato di Bergamo, oltre a L’Economia del Corriere della Sera e l’Eco di Bergamo): aprire il mondo economico a tutti. Renderlo comprensibile anche nelle sue aspirazioni internazionali con le sfide a cui, tra i diversi temi di tre giorni intensissimi, le imprese, l’Italia e l‘Europa sono attese. Con la speranza, come ipotizza con un punto di domanda, l’incontro odierno (alle 18 al Centro Congressi Papa Giovanni XXIII): che l’Italia sia alla vigilia di un decennio d’oro? La risposta spetterà a Francesco Giavazzi, consigliere economico del presidente Draghi, tra gli ospiti di un parterre di assoluto rilievo; dal commissario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni che dialogherà con il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, sulle scelte di Bruxelles a Lorenzo Bini Smaghi, già membro del comitato esecutivo della Bce che interverrà sulla globalizzazione, mentre il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, si confronterà sui i pro e contro del reddito di cittadinanza.

Il programma completo è disponibile sul sito festivalcittaimpresa.it

Storia del Reddito di Cittadinanza: sicura fino ad oggi, incerta per il futuro

L’Eco di Bergamo / di Luca Barachetti

Assistenzialista, solidale, efficace ma non del tutto: i pareri sul RdC – che ha assegnato un sussidio a più di 3,5 milioni di persone – sono differenti. Nella Finanziaria di prossima approvazione restrizioni, più controlli e addio navigator. Se n’è parlato sabato 13 novembre al Festival Citta Impresa con il Presidente dell’INPS Pasquale Tridico.

Secondo le stime dell’Istat rese note lo scorso giugno, sono 5,6 milioni i poveri assoluti in Italia, per un totale di oltre 2 milioni di famiglie (con un’incidenza del 7,7%). Rispetto al 2019, cioè prima della pandemia, l’indagine Istat registra un incremento di oltre un milione di poveri assoluti. A ciò si aggiungono 2,6 milioni di famiglie in povertà relativa , che sommate ai dati precedenti danno circa 12 milioni di persone in situazione di disagio più o meno intenso.

È tale il contesto in cui si inserisce il Reddito di Cittadinanza (da questo momento RdC) e la Pensione di Cittadinanza (da questo momento PdC), introdotte nel 2019 come misura di contrasto alla povertà dal Governo Conte 1, “un sostegno economico – come si legge sul sito INPS – finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro e all’inclusione sociale”. Stando ai dati dell’Osservatorio INPS rilasciati lo scorso 26 ottobre, nei primi nove mesi del 2021 (da gennaio a settembre), le famiglie beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC sono 1.686.416 per un totale di 3.790.744 di persone coinvolte. Il beneficio è stato revocato a 89.956 nuclei, mentre sono decaduti dal diritto 243.845 nuclei. L’importo medio erogato è di 546 euro (578 euro per i beneficiari di reddito e 271 per chi ha la pensione).

Sono dati che illustrano la situazione di un provvedimento che fin dai primi tempi ha subito una narrazione negativa da una buona parte dei media e dall’opposizione politica (ma non solo): il RdC come un incentivo assistenzialista, che induce i meno fortunati “a stare sul divano”, e non come una misura che sarebbe necessaria per molte più persone di quelle che fino a oggi ne hanno beneficiato (oltre 5 milioni di poveri assoluti contro poco più di 3,5 milioni di beneficiari). Come ha scritto su Repubblica l’economista Tito Boeri , è “infondata la tesi per cui il sostegno disincentiva la ricerca di impiego. Pochi dei beneficiari sono occupabili. Il sussidio va riformato, separandolo dalle politiche attive, e poi allargato a tutti i poveri”.

L’associazione, poco realistica e un bel po’ faziosa, è che il RdC renda difficile la ricerca di personale – quando il problema probabilmente riguarda il mismatch (ovvero la difficoltà di dialogo fra istruzione e aziende)e la questione salari. In questo senso negli ultimi giorni hanno fatto scalpore le uscite del cuoco Gianfranco Vissani e del collega Alessandro Borghese, che si sono lamentati di non trovare personale per i loro ristoranti e nemmeno persone disposte a sacrificarsi. I dati invece dicono esattamente il contrario: il RdC non disincentiva la ricerca di lavoro, anche perché spesso in ballo c’è la possibilità (fisica, psicologica, etc.) di lavorare. Lo spiega la cosiddetta Commissione Saraceno voluta lo scorso marzo dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando, che ha presentato proprio nei giorni scorsi un piano di miglioramento del RdC.

Le 10 proposte della Commissione Saraceno
Il RdC è sicuramente perfettibile. Negli scorsi mesi la critica più frequente riguardava le difficoltà nel trovare un posto di lavoro a causa del percorso di tutela e formazione previsto dal Reddito. In soldoni: io Stato cerco di sostenerti, tu cittadino accetti dei corsi di formazione come trampolino per poter rispondere alla chiamata delle aziende attraverso i navigator (e hai due possibilità di rifiuto di ciò che ti viene proposto, alla terza il RdC decade). Una critica legittima, ma che non tiene conto, come accennavamo sopra, del grado di “occupabilità” delle persone che hanno diritto al sostegno, spesso donne e uomini con problemi fisici, psichici o dipendenze – più centrata è la critica alla questione dei “furbetti” che riescono a infilarsi fra le maglie dei regolamenti e ottengono il RdC, pur non avendone diritto: sono una minoranza, tanti sono stati scoperti, ma si può fare di più.

La Commissione presieduta dalla sociologa Chiara Saraceno, tuttavia, va ben oltre questa criticità e propone 10 idee per rendere più solidale (ad esempio verso le famiglie numerose) ed efficace il RdC, affrontando, sì, il nodo ricerca lavoro ma anche altre questioni che potrebbero poi diventare emendamenti alla Finanziaria. Le proposte vengono elencate da Il Sole 24 ore: “dimezzare il periodo di residenza in Italia necessario per ricevere il Reddito di Cittadinanza da 10 a 5 anni. Introdurre un meccanismo di accesso e di riconoscimento dell’importo per l’affitto che non sia più penalizzante per le famiglie numerose, rispetto ai single. Consentire il cumulo tra il RdC e una percentuale significativa del reddito da lavoro, per renderne conveniente la ricerca. Considerare, almeno temporaneamente, congrui non solo contratti di lavoro che abbiano una durata minima di 3 mesi, ma anche contratti per un tempo più breve (almeno di 1 mese) per incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad attivarsi. Abolire l’obbligo di spendere l’intero contributo economico entro la mensilità successiva”.

Proposte che vanno in una direzione decisamente diversa da quella prospettata nella Legge di Bilancio dal Governo Draghi, tanto che Saraceno, nel presentare in conferenza stampa i risultati della Commissione, non ha tralasciato di criticare il Governo: “Ci sarebbe piaciuto che fossero state prese in considerazione le nostre proposte e soprattutto i nostri dati. Quella in manovra, invece, non è una riforma. Sono stati solo irrigiditi ulteriormente i controlli e le condizioni di accesso”.

Cosa prevede la Legge di Bilancio
Prima di illustrare le restrizioni incluse nella Legge di Bilancio del Governo Draghi va fatta una premessa. Il premier ha annunciato che quella che un tempo si chiamava Finanziaria è stata approvata in Consiglio dei Ministri il 28 ottobre (notizia del 9 novembre), quando il termine ultimo, per legge, sarebbe il 20 ottobre – ma è quasi un’abitudine degli ultimi governi arrivare lunghi rispetto a questa data. Rimane però un mistero la sua composizione: non la conosce il Parlamento, le Commissioni, dal 28 ottobre è scomparsa, “rifugiatasi” al Ministero del Tesoro per un continuo lavoro di riscrittura che ha partorito una nuova bozza (quasi definitiva) uscita due mattine fa, con 219 articoli contro i 185 della versione del 28 ottobre.

Tutto questo per dire che, nel raccontare ciò che prevede la Legge di Bilancio per il RdC, bisogna tenere conto del contesto “fluido” in cui la si sta costruendo. In poche parole: ora elenchiamo alcuni dei provvedimenti previsti, ma potrebbero mutare ancora nelle prossime ore.

La Legge di Bilancio prevede diverse restrizioni per chi ha diritto al RdC e qualche vantaggio in più per le aziende e le agenzie interinali che li potrebbero assumere. Per cominciare sarà sufficiente rifiutare due offerte di lavoro per perdere il sussidio. La seconda offerta, peraltro, non avrà la limitazione, già ampia, della distanza casa-lavoro (80 km o 100 minuti con mezzi pubblici) prevista per la prima proposta, considerata congrua. E ancora: in conseguenza al primo rifiuto l’importo erogato verrà diminuito di 5 euro al mese dal sesto mese ed entro la soglia minima di 300 euro mensili, o in alternativa fino alla sottoscrizione di un contratto di lavoro. Viene tenuto in considerazione anche un allargamento alle offerte di lavoro di 3 mesi, che potrebbero incentivare le aziende ad assumere (in ciò la Finanziaria segue i suggerimenti della Commissione Saraceno, che addirittura include anche i contratti di 1 mese per introdurre le persone nel mercato del lavoro).

Una sanzione, poi, verrebbe imposta ai beneficiari che si rendono irreperibili ai centri per l’impiego o ai comuni (non si sa ancora se sarà una vera e propria multa o toccherà l’erogazione del Reddito). Al contempo però il cambio di residenza non dovrebbe essere comunicato all’INPS, ma basta cambiare il nome sul citofono. Ad oggi, inoltre, chi riceve il sussidio e vuole impugnare eventuali decurtazioni, revoche o decadenze che ritiene infondate non ha un interlocutore a cui appellarsi. Risulta così una falla nello stato di diritto, per il quale è sempre garantita al cittadino la possibilità di difesa dinanzi ad un’autorità giurisdizionale o amministrativa. Da risolvere anche la questione delle famiglie numerose, come suggerito dalla Commissione Saraceno, mentre si pensa di ridurre dall’80 al 60% l’aliquota che grava sui beneficiari del reddito che hanno trovato lavoro, anche perché, secondo il Governo, una tassazione così pesante frena i beneficiari a cercarsi un’occupazione.

La Finanziaria prevede inoltre un rafforzamento dei controlli dell’INPS per scovare eventuali “furbetti”, in particolare sui requisiti patrimoniali dichiarati nella richiesta di sussidio e i beni posseduti all’estero. Viene anche aggiunto 1 miliardo agli 8 già stanziati per l’assegnazione del Reddito e abbassato il numero di percettori residenti che un comune può utilizzare nei Puc, cioè i Progetti utili alla collettività (come il verde pubblico) in cui le amministrazioni possono impiegare a titolo gratuito chi riceve il sussidio ed è ritenuto occupabile.

Infine vengono tagliati 2500 navigator , ovvero quelle persone che sono state formate per fare da tramite fra il beneficiario e l’azienda. Il loro contratto scade a dicembre e non verrà prorogato, a fronte delle difficoltà in cui versano i Centri per l’impiego. I navigator verranno sostituiti dalle agenzie private, a cui andrà il 20% del beneficio percepito dal neo-lavoratore – problema: secondo gli esperti le agenzie interinali non si occupano di figure come quelle incluse nel RdC, che hanno profili molto bassi.

Questa è la situazione – chiara fino ad oggi, ancora da precisare per il futuro – del Reddito di Cittadinanza, che è stato discusso nell’incontro “Reddito di Cittadinanza, i pro e i contro” di sabato 13 novembre (ore 10-11.15) presso il Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo per il Festival Città Impresa. Sono intervenuti Veronica De Romanis, docente di European Economics alla Luiss e alla Stanford University (Firenze) e Pasquale Tridico, presidente dell’INPS.

Mismatch e lavoro, quando le competenze del lavoratore e il bisogno di un’impresa non corrispondono

L’Eco di Bergamo / di Tommaso Galeotto

Ci risiamo. Il mismatch – letteralmente la “mancata corrispondenza” – formativo e delle competenze è nuovamente sulle pagine di cronaca e dei giornali di settore. Sembra quasi un rimosso freudiano che non lascia tregua all’inconscio, tornando ciclicamente a presentare il conto a chi si guarda bene dal prendere di petto i problemi che la realtà gli pone di fronte.

Il disallineamento tra quanto richiesto dalle imprese in termini di conoscenze, abilità e competenze e quanto invece offerto dai lavoratori, o potenziali tali, rappresenta ormai una costante che non può però essere additata a un solo responsabile. Secondo Silvia Zanella di Ernst&Young “si tratta infatti di un concorso di colpa che coinvolge le imprese e gli istituti formativi e che si riflette anche sulle singole persone, che spesso sono in difficoltà nel prepararsi adeguatamente per l’entrata nel mercato del lavoro”.

Da una parte, vi è quindi l’inerzia del mondo della scuola e dell’università a non voler adeguare il modello d’istruzione e formazione alle trasformazioni del mondo del lavoro e del mercato e, dall’altra, un’eccessiva pretenziosità delle imprese nel volere “tutto subito”, senza impegnarsi in un’analisi delle proprie necessità e nell’adozione dei giusti canali di ricerca per raggiungere i potenziali candidati.

Guardando ai dati Unioncamere-Anpal, Sistema Informativo Excelsior, 2020la percentuale della difficoltà di reperimento da parte delle imprese in Italia è aumentata di ben 9 punti negli ultimi 4 anni, passando dal 21% nel 2017 fino ad arrivare al 30% nel 2020. Le ragioni alla base di questo elevato livello di incompatibilità, tra quanto richiesto dalle aziende e quanto invece presente sul lato dell’offerta, sono da rinvenire nella preparazione inadeguata o, addirittura, nella poca reperibilità di candidati.

Tra questi mancano all’appello in particolare figure specialistiche e tecniche ed operai specializzati. È quindi tra gli istituti di istruzione e formazione professionale che si verifica il mismatch più grande. In questi casi, l’offerta formativa è in grado di soddisfare solo il 50% della domanda potenziale, con situazioni critiche per gli indirizzi della meccanica, della logistica e dell’edilizia (si veda Previsione dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine 2021-2025).

Dal canto loro le imprese devono riconoscere l’importanza per il proprio personale di prendere parte a percorsi di upskilling e reskilling professionale, adoperando anche strumenti come il Fondo Nuove Competenze per la progettazione di percorsi formativi a partire da un’analisi del proprio fabbisogno concordata dalle parti sociali d’azienda. Secondo studi recenti, l’Italia, nonostante un forte aumento della partecipazione degli adulti in percorsi di formazione (del 133% dal 2007 al 2016), rimane comunque indietro rispetto agli standard internazionali con solo il 20.1% della popolazione adulta che partecipa a percorsi di formazione continua contro una media del 40% negli altri paesi Ocse.

A dire di Zanella, c’è però anche un altro aspetto che impone di fare i conti con il cosiddetto talent shortage, ossia la mancanza di talenti e potenziali candidati che servono alle organizzazioni. “Le imprese devono porre attenzione ai benchmark retributivi di mercato e alle esigenze espresse dalle persone che vedono nella flessibilità dell’organizzare il proprio lavoro in autonomia un elemento imprescindibile”. Veri e propri ingredienti fondamentali per rendersi attrattivi nei confronti di quei pochi rimasti, acciuffandoli prima che fuggano all’estero.

Il problema del mismatch assume ancora più rilevanza se si ha chiaro il quadro complessivo dei fabbisogni delle imprese nel medio periodo e le sfide che il mondo del lavoro sta già iniziando ad affrontare sul piano demografico, digitale ed ambientale. Nei prossimi cinque anni, le indagini di Unioncamere stimano che il mondo produttivo e dei servizi, pubblico e privato, avrà bisogno di assumere un numero di nuovi lavoratori che oscilla tra 933 mila e 1 milione e 300 mila, la cosiddetta expansion demand. Ma non finisce qui. Una cifra ancora più alta, che si aggira intorno ai 2 milioni e 600 mila, è prevista per l’inserimento di persone che andranno a sostituire (replacement demand) la forza lavoro esistente per via di pensionamenti, prepensionamenti e cause naturali.

Scenari ancora imprevedibili in attesa degli esiti del confronto tra le parti sociali sulla riforma del sistema pensionistico in atto proprio in questi giorni (si veda qui per approfondire). Gestire la transizione demografica, che si riflette soprattutto nel ricambio dei lavoratori già esistenti, non significa operare soltanto una semplice sostituzione, ma dover gestire e progettare scambi di competenze e conoscenze tra chi esce e chi entra, facendo i conti con la trasformazione delle mansioni e delle attività per evitare un brusco contraccolpo e l’ampliarsi della forbice del mismatch.

Non rassicurano, sul fronte demografico, i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che mostrano come l’Italia sarà, dopo il Giappone, il paese con la forza lavoro con l’età mediana più elevate, che nel 2030 dovrebbe attestarsi intorno a 46,5 anni. Per essere chiari: il rischio di obsolescenza delle competenze e l’impoverimento del capitale umano è dietro l’angolo.

Nel caso della transizione digitale, vien da sé che, in particolare dopo la pandemia, le e-skills e le digital skills stiano diventando il pane quotidiano in sempre più attività e per sempre più profili professionali. Ma anche qui non mancano i problemi. L’Italia sembra essere poco preparata ad affrontare la grande trasformazione digitale già in atto, proprio a partire dai suoi cittadini.

I dati Eurostat ci dicono che la percentuale di individui in possesso almeno delle competenze digitali base nel nostro paese è appena del 42%. Ben distanti da Olanda (79%), Regno Unito (74%) e Germania (70%), ma anche da Spagna e Francia entrambe al 57%. È però l’ultima transizione a rappresentare una novità con la quale il mondo del lavoro e l’economia stanno prendendo le misure: quella ambientale. Sempre l’Organizzazione internazionale del lavoro ha confermato come vi sarà un impatto diretto e indiretto sul fronte occupazionale, portando alla creazione di 24 milioni di nuovi lavori e alla distruzione di altri 6 milioni. La posta in gioco è alta e per vincerla sarà importante valutare in anticipo quali competenze professionali saranno necessarie per accompagnare e accelerare il processo di transizione.

La difficoltà a reperire candidati con le giuste competenze è, infine, dovuta anche all’utilizzo dei canali di ricerca che vengono adottati dalle imprese. Come dimostrato dalle indagini Unioncamere-Anpal Excelsior informa, in Italia domina il passaparola e la conoscenza diretta candidato. “Questi mezzi – afferma Zanella – non sono necessariamente negativi nel momento in cui aiutano a verificare le referenze. Riducono però il potenziale competitivo e il bacino di candidati, cosa che è possibile ampliare grazie all’utilizzo delle tecnologie e degli strumenti digitali. Anche una piccola azienda deve quindi essere attenta all’utilizzo di questi canali”.

Tirando le somme, a fronte dell’elevata percentuale di giovani che non studiano e non lavoro (Neet), oggi in Italia al 23.3%, e dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile fissa al 33,8%, l’ampio mismatch delle competenze rappresenta un dato ancora più grave. Siamo infatti costretti ad assistere ad una situazione in cui queste persone, invece di essere inserite in percorsi di sviluppo e apprendimento delle competenze che servono per colmare il gaprimangono “parcheggiate” in attesa che la politica, o chi per lei, tiri fuori la bacchetta magica.

Occorre quindi rimboccarsi le maniche, incentivando un maggior dialogo tra istituti formativi e aziende, evitando che il loro rapporto si riduca a qualche esperienza di alternanza scuola-lavoro qua e là. Vanno quindi potenziati gli ITS (istituti tecnici superiori), già molto affermati in paesi come la Germania, oltre che l’apprendistato duale e tutte le altre forme di ibridazione tra mondo del lavoro e mondo della scuola e dell’università.

Non da ultimo, occorre impostare una cultura del lifelong learning nelle aziende attraverso la promozione di percorsi di formazione continua e la partecipazione ad academy aziendali (anche territoriali) che permettano alle imprese e ai territori di tenere costantemente il polso dei propri fabbisogni e creare dei canali privilegiati di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.
Roma non è stata costruita in tre giorni, il mismatch formativo e di competenze non scomparirà in un mese. Tuttavia, considerata anche l’entità del finanziamento del Pnrr, muovere questi primi passi ci aiuterà a dirigerci verso un sistema di istruzione e lavoro migliore, a favore delle persone.

 

Transizione ecologica, le imprese: un’opportunità , ma tempi e costi sono un limite

L’Eco di Bergamo / di Simone Casiraghi

I costi rischiano di far saltare tutto

I costi, oggi primo capitolo della transizione energetica. «La sostenibilità come pilastro di un nuovo paradigma d’impresa e di un diverso modello di sviluppo è un elemento decisivo. Passare da un’economia verticale a una economia circolare è doveroso. È un obiettivo imprescindibile. E che la transizione energetica per le piccole e medie imprese sia anche un’opportunità di crescita è un’altra certezza. Le imprese italiane sono già pronte e preparate per questo profondo cambiamento. La capacità di non sprecare e di recuperare gli scarti ce l’hanno da decenni nel loro dna di impresa. Ma per mettere tutto questo a sistema, in modo efficiente e senza rischi, occorre un percorso fatto di tappe progressive e di un equilibrio temporale che tenga conto degli sforzi. Soprattutto, della dimensione di investimenti necessari e dei costi richiesti dalla transizione. Che per un’impresa riguardano il fronte tecnologico, organizzativo e finanziario».

Lascia alla fine del confronto questa considerazione. La riflessione di Olivo Foglieni, vice presidente di Confindustria Bergamo, con delega all’Ambiente, Sicurezza e Infrastrutture, rispecchia e rilancia la preoccupazione che l’intero sistema industriale italiano sta discutendo dopo aver preso consapevolezza delle scadenze da rispettare per avviare e completare il passaggio energetico. E dopo aver quantificato i costi. Foglieni è a capo del Gruppo Fecs, 350 milioni di fatturato, 400 dipendenti e 7 stabilimenti con attività di import e export in 100 Paesi, leader in Italia e in Europa nella raffinazione di metalli ferrosi e non ferrosi. La sua prima emergenza sono i costi energetici, denuncia Foglieni, «con prezzi sul mercato che stanno crescendo a ritmi del 300-400%».

Preoccupazione destinata a durare visto il fallimento di fatto del Consiglio straordinario dei ministri europei dell’Energia di due giorni fa. Dal vertice che doveva mettere le basi se non per una riforma (questo era il forte auspicio), quanto meno studiare le prime misure e interventi in grado di contenere i picchi sui prezzi di questi mesi, ha di fatto una portato solo a un’intesa per una vigilanza rafforzata contro possibili speculazioni. Accordo positivo, ma le imprese europee si aspettavano di più in termini di risposta coordinata a livello comunitario contro l’impennata dei costi energetici, che pesa non solo sulle famiglie, ma soprattutto in questa fase di impostazione di transizione sulle imprese europee.

Il piano e gli obiettivi scritti nel Green New Deal da mille miliardi (ma c’è chi già sostiene che ne servirebbero almeno tremila miliardi) prevedono di ridurre le emissioni di carbonio del 55% entro il 2030 e di azzerarle entro il 2050. E man mano che si prende confidenza con questo programma, più ci rende anche conto di quanto la transizione energetica sia un’impresa ciclopica.
Avremo il coraggio di andare fino in fondo? I segnali che arrivano, proprio in questi giorni di vigilia della conferenza Cop26 di Glasgow, direbbero proprio di no. A cominciare dal fatto che a Glasgow non ci saranno né la Cina di Xi Jinping, ma nemmeno la Russia di Puntin. E proprio Gutierres, il segretario generale dell’Onu, ha troncato sul nascere ogni illusione: A una settimana dalla Conferenza di Glasgow siamo sulla buona strada per la catastrofe climatica».

L’emergenza di frenare le emissioni industriali

Un evidente segnale di forte preoccupazione di fronte al dissenso sulla strategia che impone limiti rigidi ai paesi ancora legati all’energia fossile, con il Giappone in testa, maggiori inquinatori in termini di emissione di CO2. L’attesa per di più si fa sempre più ricca anche di report allarmanti e di nuovi timori di fallimento. L’ultimo report di Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, indica che dopo il crollo del 2020, a -5,6%, per via della pandemia e il blocco delle attività, le emissioni globali di CO2 legate all’energia rimbalzeranno di un altro 5%.

E un timore, invece, lo racconta lo stesso Foglieni: «È evidente che occorre un forte cambio culturale e di mentalità. Ma non possiamo da un lato affrontare il problema energia con picchi di costi di questa entità e dall’altra consentire a singolo paesi di muoversi liberamente. Oppure, se per le imprese, quelle più legate all’economia fossile, è difficile pensare di accettare questa svolta, questo non può diventare una zavorra per tutti. O che rallenti il percorso avviato. La Cina, un intero sistema industriale rimasto a corto di energia – spiega Foglieni, dopo aver detto di aver cancellato le centrali a carbone, ora ha autorizzato la costruzione di 48 nuove centrali a carbone entro l’anno. Non solo: le centrali in costruzione sono più numerose di quelle in via di dismissione». Stando all’ultimo report dell’Istituto Carbon Atlas, solo Pechino con questo piano sul carbone sta creando una capacità di generazione pari a sei volte quella operativa in tutta la Germania.

Le contraddizioni del percorso: il caso Cina e il carbone

E non è ancora tutto: la Cina ha appena pubblicato il piano che le consente di raggiungere il picco di emissioni entro il 2030. Una evidente contraddizione se si pensa che proprio per quella data altri paesi puntano invece ad abbattere le emissioni di gas sera. «L’emergenza energia, legata a fattori congiunturali di ripartenza globale, impone però oggi di rimediare al problema. È il momento – rilancia Foglieni – di consentire e aprire alla grande opportunità di impianti come i gassificatori o i termovalorizzatori: produrre energia da prodotti di scarto che diversamente finirebbero inutilmente in discarica. Non ci sono più dubbi, è un’opportunità garantita ampiamente dall’alto livello di sicurezza, dagli alti standard di controllo e di una garantita affidabilità tecnologica raggiunta da questi impianti: sono fra i più puliti e con un bassissimo impatto ambientale».

Ma Foglieni va oltre la “semplice” prospettiva di creare energia da nuovi impianti. «La nuova generazione di sistemi – spiega – oltre a essere sicura fa parte delle opportunità di sviluppo per le imprese coinvolte nella transazione ecologica: strutturarsi per rendersi il più possibile autonome per il proprio fabbisogno energetico producendo energia con i proprio scarti e utilizzarla per il fabbisogno della propria attività. Nascerebbero filiere della circolarità importanti: produzione di energia pulita attraverso il recupero degli scarti industriali».

Qui Foglieni rilancia i dettagli sul perché la filiera italiana è la meglio preparata in Europa (e i dati lo stanno sempre più confermando) sui processi di recupero e trasformazione della materia di scarto. «Le grandi industrie, più strutturate, hanno già budget adeguati per questo passaggio e per riqualificare in senso sostenibile i loro processi e prodotti industriali. Ma queste innovazioni molto spesso sono il risultato di collaborazioni con le piccole e medie imprese della loro filiera, sia per la fornitura di materiali o componenti tracciabili e sostenibili. In questo senso le piccole e medie imprese, come quelle della nostra realtà territoriale – diventano anelli importanti della supply chain della sostenibilità perché sono già in grado di trasformare materiali finora considerati di scarto in nuova materia prima seconda. E inserirla in un nuovo processo industriale. Non ho dubbi – sancisce Foglieni -. Le imprese italiane sono già pronte per questo passaggio da molto tempo. Non è un caso se l’Italia ha avviato questa trasformazione e ha saputo sfruttare il potere dell’innovazione green da molto tempo: siamo il primo paese in Europa per economia circolare e per capacità di recupero dei materiali residui. Siamo più avanti per processi e tecnologie di Germania e Francia».

Bruxelles impreparato: un piano colmo di lacune

Il fronte industriale guarda a tutti questi lati del perimetro della transizione con molta attenzione. E, andando a fondo, spunta qualche dubbio anche sulle scadenze di ogni tappa.
«È certo che i tempi sono molto stretti. E il rischio è che le scadenze imposte dall’Europa non vengano rispettate – riprende Foglieni -. Ho la sensazione che ci sia stata non solo poca conoscenza del problema, ma anche tanta incompetenza a Bruxelles nel fissare il timing di questa transizione. In così pochi anni non si può pensare di passare dalla situazione attuale a quella nuova: ci sono sistemi industriali, impianti, processi da trasformare o da sostituire completamente». Il tema e i principi della sostenibilità, di un’economia circolare siano «obiettivi imprescindibili» ribadisce Foglieni. Ma questo non cancella le criticità, soprattutto sui costi da affrontare.

Tutto questo pensiero Foglieni lo metterà al centro, come tema di confronto, durante la tavola rotonda del prossimo 12 novembre, nell’ambito del Festival Bergamo Città Impresa. Il tema «Transizione ecologica e le Pmi» sarà l’occasione anche per capire a che punto siamo. Ad Anna Monticelli, Circular economy di Intesa Sanpaolo Innovation Center chiederanno così di delineare e spiegare i contenuti del nuovo perimetro di questo percorso con un occhio alla sfida che attende le Pmi. Ma Foglieni avrà modo di confrontarsi anche con i più piccoli imprenditori, le imprese artigiane del loro presidente Giacinto Giambellini. «Eliminare il vecchio per passare al nuovo in poco tempo è un passaggio sempre traumatico – sottolinea Foglieni -. Per questo ribadisco che è necessario garantire un equilibrio temporale che tenga conto degli sforzi e investimenti richiesti della transizione. Altrimenti il rischio è che salti tutto. Le imprese sono pronte a questa trasformazione, ma devono anche fare i conti con la propria attività quotidiana».

Una sfida difficile, ma senza imprese o Paesi zavorra

In questo solco si è inserita Kirsten Dunlop, Ceo di Klimate-Kic, l’agenzia europea che finanzia l’innovazione a difesa del clima. «La sfida più difficile sarà la completa ristrutturazione dei sistemi economici. Il mondo non ha mai sperimentato un cambiamento così vasto in così poco tempo. Dobbiamo metterci in quell’ordine di idee, di cambiare alla radice i valori e gli obiettivi su cui si sono sviluppate le nostre economie».
Ma la Dunlop ha precisato poi lo stesso concetto che Foglieni ha espresso guardando a chi magari è troppo in ritardo. La Dunlop lo ha spiegato senza giri di parole: «Per le imprese, quelle più legate all’economia fossile, è davvero difficile pensare di accettare questa svolta. Ma questa difficoltà non può diventare una zavorra per tutti. O che rallenti il percorso avviato». Foglieni ha ricordato che come sempre “a decidere sarà il mercato. Una dinamica che già oggi è in corso: sono le scelte dei consumatori, la qualità dei prodotti, i materiali utilizzati a decidere quale impresa resta sul mercato e quali saranno messe fuor perché non si sono adeguate.

pills

Imprenditori e governo: un confronto per costruire il futuro
Al via il Festival «Bergamo Città Impresa»

«Bergamo Città Impresa» tornerà dal 12 al 14 novembre con l’obiettivo di immaginare e costruire solide basi per la ripresa in atto. Siamo infatti di fronte a una robusta ripresa gravata tuttavia da incognite di non poco conto: dall’aumento vorticoso delle materie prime e dei trasporti alla ripresa dell’inflazione, al mismatch tra una forte domanda di lavoratori e una scarsità di personale che ormai non riguarda più solo le figure altamente professionalizzate.

Le scelte dell’Europa

Il Festival aiuterà imprenditori, professionisti, ma anche giovani universitari a comprendere come affrontare queste sfide e a cogliere gli scenari futuri. E lo farà portando a Bergamo leader del calibro di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria per discutere sulle scelte operate dall’Unione europea che impattano e impatteranno sempre più sull’industria italiana. A fare da sfondo a tutto il dibattito sarà con ogni evidenza la gestione dei fondi del Pnnr, e a “raccontare” le scelte del governo Draghi sarà Francesco Giavazzi, il docente di economia politica alla Bocconi che nei fatti svolge il ruolo di super consigliere del Primo ministro. Ma l’economia è fatta soprattutto di chi la produce. E proprio con industriali e artigiani bergamaschi di primissimo livello come Olivo Foglieni e Giacinto Giambellini, con Giovanni Borgesi e Giovanni Fassi e infine con Danilo Matellini e Monica Santini si ragionerà sul valore delle filiere, sui nuovi prodotti che il mercato richiederà a seguito della rivoluzione digitale e sul percorso di trasformazione delle imprese lungo la direttrice della transizione ecologica.

Verso la transizione ecologica

Proprio quest’ultimo tema caratterizzerà gli eventi di chiusura del Festival. Chicco Testa e Renato Mazzoncini saranno infatti protagonisti domenica mattina del confronto sui nodi della transizione ecologica, mentre la chiusura sarà dedicata al futuro di un settore, quello dell’auto, che proprio la sostenibilità sta mettendo in discussione. A confrontarsi su questo, con Alberto Bombassei, sarà infatti la nuova amministratrice delegata del gruppo sino-americano Silk Faw, Katia Bassi, che a Reggio Emilia sta sviluppando un investimento da un miliardo di euro per produrre le super car elettriche. «Bergamo Città Impresa» sarà anche molto altro. A discutere del ruolo dell’informazione durante la pandemia saranno il direttore de L’Eco di Bergamo Alberto Ceresoli ed Enrico Mentana, mentre, oltre al presidente della Camera di Commercio Carlo Mazzoleni, al sindaco Giorgio Gori e al presidente degli industriali Stefano Scaglia, ospiti di assoluto rilievo attesi a Bergamo saranno tra gli altri gli economisti Gregorio De Felice, Marco Mazzucchelli e Veronica De Romanis, e poi Nando Pagnoncelli, Marco Bentivogli e Marco Bonometti.

Processi, quindi, ma anche prodotti e materiali sostenibili. E questo sarà il tema di una seconda tavola rotonda del Festival Bergamo Città Impresa. Sabato 13 novembre, un altro esponente del mondo imprenditoriale bergamasco, l’imprenditrice Monica Santini, amministratore delegato della Santini, azienda all’avanguardia per tecnologia, design e materiali sostenibili nella produzione di abbigliamento sportivo, amatoriale e professionale per il ciclismo, affronterà il tema dei nuovi prodotti industriali nel dopo-pandemia. Insieme a un altro imprenditore orobico, Daniele Matellini, titolare di AgmDesign discuteranno con Daniele Regazzoni, docente di Progettazione industriale dell’Università di Bergamo ed esperto di tecniche di progettazione, di come devono essere non solo pensati, disegnati e progettati i nuovi prodotti, ma quali devono essere in materiali ecologici in modo che il prodotto a fine vita possa essere recuperato e interamente riciclato come materia prima seconda per un secondo processo industriale.

La diretta Ue ecodesign può dare un mano

È il tema al centro della direttiva europea “Ecodesign”: già nel 2009 l’Unione europea aveva emanato una direttiva ecodesign per la progettazione ecocompatibile dei prodotti connessi all’energia. Lanciando anche sul mercato del lavoro una nuova figura professionale, l’eco-designer: acquisendo i principi della direttiva Ue, l’ecodesigner progetta prodotti e servizi che siano sostenibili e innovativi, con obiettivo finale la riduzione dell’impatto ambientale sia per la produzione sia per l’utilizzo e lo smaltimento finale o, meglio ancora, il riciclo e riuso. Alle conoscenze in fatto di design e progettazione si uniscono quindi quelle in ambito ambientale, con grande attenzione alla chimica dei materiali, ai temi del risparmio energetico e dell’economia circolare.

Una competenza nuova in materia di sostenibilità. A cui Foglieni si riaggancia per rilanciare prima un approfondimento delle regole Ue e poi una sollecitazione in tema di direttiva ecodesign e di approccio circolare alla transizione energetica.
La direttiva ecodesign va oltre la semplice progettazione. «Amplia questa visione comprendendo il concetto di parti di ricambio. In questo modo si limita il fine-vita di un prodotto con la possibilità del recupero e la sostituzione anche di una sola parte esausta o danneggiata. Ogni articolo avrà una vita d’uso più lunga. E nello stesso tempo questa modalità di progettazione consentirà di sostituire solo il 20% di un prodotto anziché il 100%».

Il recupero della plastica per nuovi settori industriali

C’è poi il tema della nuova opportunità autorizzata di recuperare la plastica utilizzata per le confezioni alimentari per essere reimpiegata sempre per lo stesso comparto alimentare. «Non più usa e getta. Ma usa e ricicla. Il futuro del manifatturiero è nel riutilizzo dei materiali già usati, nel taglio dei consumi di materie prime vergini, nella riduzione dei rifiuti e nello spreco energetico. La tecnologia consente di allargare questa possibilità anche ad altri materiali in tutta sicurezza. Un’apertura – spiega Foglieni – che però deve includere innovazione politica, come l’impostazione di normative per promuovere materiali verdi e innovazioni tecnologiche integrate. Ci aspettiamo un sostegno da leggi e norme – sottolinea Foglieni – attraverso meccanismi o forme di premialità, in modo da sostenere questo passaggio di recupero industriale dei materiali da reimpiegare per produrre nuovi prodotti. Ribadisco: il nostro sistema industriale pratica da sempre l’economia circolare. E le nostre imprese sono pronte, abbiamo già questa capacità industriale».
In base ai dati Eurostat è materia prima seconda oltre un quinto (21%) del materiale utilizzato dal sistema produttivo italiano. Ben davanti alla Germania (12,7%). «Ma bisogna fare in fretta, cogliere la velocità di questo cambiamento e gli incentivi ancora pochissimi». E poi l’affondo in finale: «Se non riusciremo a valorizzare il passaggio verso la sostenibilità, a trasformare la sfida ambientale in opportunità di business, il conto che pagheremo direttamente, a proposito di costi, – chiude Foglieni – sarà anche in termini di competitività delle nostre imprese. Non vorremmo che al danno, dovessimo subire anche la beffa».

Intanto, e in attesa della Conferenza Cop26, si sono aperti almeno altri due fronti per l’industria e sempre sui costi per le piccole e medie imprese. Il primo lo ha descritto l’ultimo report di Accenture «Reaching Net Zero By 2050». Il secondo invece la stessa Bce, la banca centrale europea, pubblicando un suo stress test climatico fatto su mille aziende, inviato a tutti i governi, la cui conclusione è tutta nelle poche parole del vicepresidente della Bce, Luis de Guindos: «È essenziale effettuare una transizione precoce e graduale, al fine di poter mitigare i costi della transizione verde e l’impatto futuro dei disastri naturali».

Accelerare da una parte, ma a tappe graduali. Il rapporto Accenture mette in evidenza questo trend: per raggiungere il traguardo net-zero entro il 2050, già da qualche anno, chi si è dato l’obiettivo carbon-zero ha ridotto le proprie emissioni in media del 10%. Ma chi non lo ha fatto le ha aumentate.

Ma l’altra novità dello studio sono gli obiettivi decisivi dalle singole aziende: l’anno fissato dalle imprese europee per il net-zero, si attesta in media al 2043, data che per l’Italia scende fino al 2041. Ma c’è chi punta addirittura al 2035, soprattutto le società di servizio. «Darsi un obiettivo, quindi, sembra funzionare – si legge nel report -. E un approccio rilevante è comprendere che l’obiettivo net-zero va gestito come una qualsiasi altra priorità strategica aziendale». Poi però, fra il dire e il fare, c’è anche una parte consiste dello studio che rivela come «solo una su venti (il 5%) è sul percorso giusto per raggiungere l’obiettivo prefissato. E solo il 9% ha buone probabilità di raggiungere il traguardo entro il 2050».

E poi c’è la Bce. Con un rapporto tecnico, ma dal forte valore politico (inviato a tutti i governi europei) esorta ad agire il più rapidamente possibile per avviare la transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. Un documento importante che certifica, con l’unico stress test climatico oggi realizzato, l’impatto del cambiamento climatico su oltre quattro milioni di imprese in tutto il mondo e 1.600 banche nell’area dell’euro. La Bce non sembra avere dubbi: è essenziale procedere ma con una transizione precoce e graduale, occorre «mitigare i costi della transizione verde». In particolare sono stati individuati due rischi. Il primo è fisico, legato all’aumento della frequenza e dell’entità dei disastri naturali. Gli impianti di produzione situati in aree esposte a rischi naturali, ad esempio in prossimità di fiumi o in riva al mare, e quindi soggetti a inondazioni, potrebbero quindi subire danni significativi. “Questo danno potrebbe interrompere il processo produttivo a breve termine e potenzialmente portare al fallimento dell’azienda a lungo termine” scrive la banca centrale.

Il secondo consiste in un rischio di transizione, quello del costo dell’introduzione di politiche coercitive per ridurre le emissioni di CO2, in particolare per alcune industrie basate sul carbone. Questi (estrazione mineraria, estrazione di combustibili fossili, metallurgia…) dovrebbero sostenere costi considerevoli per ridurre queste emissioni “che aumenterebbero la loro probabilità di fallimento nel breve o medio termine”, sottolinea la Bce.

Ma se il rischio è ben presente, è altrettanto molto ben chiara la direzione da prendere: «I costi a breve termine della transizione sono irrisori rispetto ai costi del cambiamento climatico incontrollato a medio e lungo termine – sostiene -. L’impatto del rischio fisico sulla crescita supera i costi di transizione in tutti gli scenari e lungo l’orizzonte di proiezione. Catastrofi naturali più frequenti e gravi potrebbero portare a un calo del 10% del PIL entro il 2100, se non si interviene sul clima». E conclude rassicurando che «i risultati mostrano che le aziende beneficiano chiaramente dell’adozione anticipata di politiche verdi per sostenere la transizione verso un’economia senza emissioni di carbonio», conclude la banca centrale.

Ma la Bce chiude anche con uno sguardo alle banche, altro soggetto chiamato in causa in questa transizione. Il rapporto spiega molto chiaramente come le istituzioni finanziarie «potrebbero essere gravemente colpite da uno scenario in cui non si tiene conto del cambiamento climatico», spiega. Le perdite previste sui portafogli di prestiti alle imprese aumenterebbero drasticamente nel tempo, a causa di disastri naturali in costante aumento, e «potrebbero diventare critiche nei prossimi trent’anni. Nel 2050, la probabilità di default del portafoglio medio di prestiti alle imprese di una banca dell’area dell’euro è dell’8% maggiore in uno scenario in cui nulla cambia rispetto a quello di una transizione ordinata».

Per quanto riguarda invece i portafogli prestiti delle aziende più esposte al rischio climatico, la Bce spiega che «hanno il 30% in più di probabilità di insolvenza nel 2050 rispetto al 2020 se non si interviene». E conclude con un monito: «Il cambiamento climatico rappresenta una delle principali fonti di rischio sistemico anche per le banche i cui portafogli sono concentrati in determinati settori economici e, soprattutto, in specifiche aree geografiche», molto esposte ai disastri naturali. Il dato finale è dell’Istituto Rousseau e delle Ong Reclaim Finance Les Amis de la TerreSecondo questo documento, le undici principali banche dell’area euro accumulano uno stock di oltre 530 miliardi di euro di asset legati ai combustibili fossili – pari al 95% del loro patrimonio complessivo – il cui valore è destinato a diminuire se l’accordo sul clima di Parigi sarà rispettato. Le condizioni ideali per una nuova tempesta perfetta.

Lombardia-Germania, prima catena del valore in Europa e motore di ripartenza

L’Eco di Bergamo / di Simone Casiraghi

Una sfida trasformata in partnership industriale

Italia-Germania, al netto della sacralità del campo calcio, non è mai stata una sfida da giocare. Da dentro una, o fuori l’altra. La prima, l’Italia, perché non può fare a meno dell’altra. Ma nemmeno la seconda, la Germania, guardando numeri, sistema industriale, modello economico può guardare avanti a prescindere da Roma. Sono le prime due economie manifatturiere d’Europa. E a questa relazione, in particolare da almeno dieci anni, non le si assegna più una natura competitiva, ma piuttosto “complementare”, due paradigmi che si integrano.

I due sistemi industriali e produttivi sono talmente simili che l’ex presidente della Camera di Commercio italo-germanica, Gerhard Dambach (che ha lasciato l’incarico lo scorso giugno a Monica Poggio, Ceo di Bayer) non ha esitato alla fine a sollecitare «velocemente, ma uniti» ogni sforzo per ripristinare la «joint-production italo-tedesca» in ogni settori chiave e dopo la grave crisi Covid. Limitare però il rapporto fra Italia e Germania alla “sola” dimensione economica «è quasi riduttivo – spiega uno degli ultimi outlook Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale -, le relazioni economiche sono centrali, ma i legami fra i due paesi sono molto più profondi ed estesa con un portata storica e culturale, tanto da suggerire – si legge – l’espressione di un inequivocabile interesse nazionale».

L’economia, oggi, resta comunque un buon punto di partenza.
È vero invece che il passato di questa relazione non sarà più tanto il terreno su cui impostare il futuro. Negli ultimi due anni è cambiato molto il perimetro dentro cui si sono comunque consolidati i rapporti di partnership economica e industriale.
Al proprio tavolo entrambi i paesi oggi stanno lavorando per un rispettivo “nuovo miracolo economico”, partendo dall’affrontare ancora l’emergenza sanitaria, con una ripartenza industriale in piena difficoltà di mercato, con il problema dell’interruzione delle catene di rifornimenti all’industria e con l’emergere di qualche incertezza sulla reale tenuta della ripresa.
Ma soprattutto entrambi sono in corsa per un piano nazionale di ripartenza e resilienza (Pnrr) mai così ricco di risorse economiche (soprattutto per l’Italia con 223,91 miliardi, compreso il fondo React-Eu, contro i 28,6 miliardi della Germania), fatto investimenti nelle infrastrutture materiali e intangibili del Paese, per le transizioni epocali ecologica e digitale, per le riforme strutturali.

Le due transizioni che rafforzano l’alleanza industriale

Ma le due transizioni sono il nuovo terreno comune e dichiarato della crescita economica, sul quale si rafforzerà la nuova collaborazione. Mario Draghi: «I temi della sostenibilità, della digitalizzazione e dell’interconnessione tra le nostre economie, le nostre sfide sono legate alla transizione ecologica. Vogliamo accelerare l’impegno di decarbonizzazione, ridurre le emissioni e puntare su tecnologie all’avanguardia come l’idrogeno, su cui c’è una collaborazione strutturata a livello europeo». Le stesse priorità della Merkel, almeno fino a un mese fa: «La Camera di commercio italo-tedesca ha fatto tanto affinché i nostri due Paesi crescessero assieme – ha detto -. Oggi per continuare a farlo puntiamo a sostenibilità e digitalizzazione».

I due sistemi industriali sono entrambi fortemente vocati all’export, entrambi interdipendenti per valore degli scambi commerciali, entrambi sono manifatture per loro natura esposte ai rischi della volatilità della domanda estera, oltre che alle dinamiche delle forniture.

Ma come mettono in evidenza nell’ultimo report prospettico sulla Germania del dopo-Merkel gli esperti dell’IspiAntonio Francavilla Davide Tentori, la Germania è soprattutto «uno dei principali hub manifatturieri del mondo insieme a Stati Uniti e Cina: il 43% delle esportazioni nette tedesche sono possibili grazie all’integrazione del sistema produttivo tedesco nelle global value chains».

Ed qui che emerge la vera dimensione del rapporto Italia-Germania, il protagonismo reciproco dentro a una catena globale del valore che le tiene strettamente interconesse. Dietro all’alto valore aggiunto dell’export tedesco vi sono infatti anche moltissimi prodotti intermedi o semilavorati italiani, tra l’altro in settori chiave come la meccanica di precisione.

Automotive, chimica, e macchinari, le tre principali industrie tedesche, sono ampiamente integrate nelle catene globali del valore. E l’industria di Bergamo è un anello di tenuta di queste catene, non solo dell’automotive: dal meccanico, alla meccatronica fino ai freni Brembo montati sulle auto tedesche o agli oltre 100 componenti in plastica prodotti da Covestro, fino alle componenti elettro-meccaniche e ai materiali tessili per gli interni delle vetture.
Non è un caso se gli amministratori delegati di Volkswagen, Bmw e Daimler, alla presentazione dell’ultimo Rapporto sulle esportazioni della Germania, hanno ricordato che «la produzione automobilistica tedesca – leader indiscussa a livello europeo con 5,5 milioni di veicoli prodotti l’anno (il 12% del Pil) – non potrà ripartire senza tutti i componenti forniti dall’Italia».
Ci sono altri dati (Osservatorio Ocse) che circostanziano meglio la situazione: l’importanza della componentistica italiana per l’industria automobilistica tedesca è anche in quel 20% di componenti italiane montate su alcune auto d’alta gamma prodotte in Germania e fatte di soluzioni meccaniche ed elettroniche altamente tecnologiche.

Il momento storico della ripartenza

È un momento storico, decisivo (forse anche cruciale) per la ripartenza dei due Paesi. Ben consapevoli del legame che esiste fra i loro due modelli economici e che «per riprendersi velocemente l’una ha bisogno dell’altra». Tema di riflessione al centro di una delle giornate di approfondimento del prossimo Festival Bergamo Città Impresa, in programma il 12-14 novembre (qui il programma), e organizzato da Italypost (vedi box in quest’articolo). «La Lombardia e la Germania, evoluzione di un canale preferenziale» sarà lo scenario di confronto di venerdì 12, nel pomeriggio. E non è affatto strano che i termini di questi lavori siano una Regione e uno Stato. Il perché, indirettamente, lo ha spiegato lo stesso Draghi al Forum economico italo-tedesco di fine settembre. «Nel 2020, gli scambi tra i due Paesi ammontavano a 116 miliardi, più di quanto valessero gli scambi dell’Italia con Stati Uniti e Cina messi insieme – ha detto il premier -. La Germania commercia più con la Lombardia che con la Turchia. E l’Italia commercia più con la Baviera che con l’intera Polonia. La nostra prosperità e il nostro benessere dipendono in larga parte dall’essere uniti».

Concetti, ma soprattutto prospettive che verranno discussi fra Monica Poggio, neo presidente della Camera di Commercio italo-germanica e amministratore delegato di Bayer, e l’imprenditore e presidente della Omr GroupMarco Bonometti. Come sfondo lo scenario economico che racconterà Stefano Barrese, responsabile della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, in termini di prospettive, di nuove opportunità e di migliori strategie.

«Le catene del valore italo-tedesche svolgono una funzione fondamentale per la produzione in entrambi i Paesi. Cioè è vero in particolare per la Lombardia – spiega Monica Poggio in vista del suo intervento al Festival -, che ha al suo interno realtà produttive attive nei settori nevralgici per gli scambi con la Germania. Durante la pandemia ha permesso al nostro Paese di mantenere attivo l’interscambio con la Germania. Oggi, nell’ambito dei piani di ripresa e della transizione ecologica – spiega Poggio -, la sfida è tutelare e ampliare questi rapporti, creando nuovo valore, supportando le aziende nella svolta green e favorendo ricerca e sviluppo nei settori che subiranno cambiamenti radicali nei prossimi anni».

Il percorso sembra quindi segnato. Anche se la Germania, travolta dalla grande crisi Covid e sulla base di una serie di studi, ha pensato anche di orientare verso il mercato interno il proprio modello economico, rafforzando investimenti e puntando sullo sviluppo della domanda interna, se non in alternativa quanto meno in modo complementare a un futuro economico fortemente orientato all’export.

La transizione energetica e il target di neutralità climatica stabilito dal governo uscente di Angela Merkel, viene giudicato un importante stimolo agli investimenti, sia pubblici che privati. Obiettivi a cui l’Ocse ne aggiunge altri due in termini di maggiori investimenti: le infrastrutture, in ottica sostenibile, e la digitalizzazione, «ambiti in cui la Germania – dicono gli studi Ispi – accusa infatti un deficit significativo nei confronti di altre economie avanzate».

La dinamica degli investimenti, la loro dimensione e i settori verso cui sono diretti saranno decisivi anche come opportunità per le imprese italiane a cui agganciarsi. «Una strategia organica e una politica industriale lungimirante – spiega Monica Poggio – sono necessarie per l’industria 4.0, ed è fondamentale sbloccare risorse e investimenti. Diverse catene di fornitura, inoltre, stanno modificandosi: a seguito di un mutato contesto geopolitico, oltre che della pandemia, molte stanno ritornando in Europa, e per l’Italia questa è un’enorme opportunità».

pills

Imprenditori e governo: un confronto per costruire il futuro
Al via il Festival «Bergamo Città Impresa»

«Bergamo Città Impresa» tornerà dal 12 al 14 novembre con l’obiettivo di immaginare e costruire solide basi per la ripresa in atto. Siamo infatti di fronte a una robusta ripresa gravata tuttavia da incognite di non poco conto: dall’aumento vorticoso delle materie prime e dei trasporti alla ripresa dell’inflazione, al mismatch tra una forte domanda di lavoratori e una scarsità di personale che ormai non riguarda più solo le figure altamente professionalizzate.

Le scelte dell’Europa

Il Festival aiuterà imprenditori, professionisti, ma anche giovani universitari a comprendere come affrontare queste sfide e a cogliere gli scenari futuri. E lo farà portando a Bergamo leader del calibro di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria per discutere sulle scelte operate dall’Unione europea che impattano e impatteranno sempre più sull’industria italiana. A fare da sfondo a tutto il dibattito sarà con ogni evidenza la gestione dei fondi del Pnnr, e a “raccontare” le scelte del governo Draghi sarà Francesco Giavazzi, il docente di economia politica alla Bocconi che nei fatti svolge il ruolo di super consigliere del Primo ministro. Ma l’economia è fatta soprattutto di chi la produce. E proprio con industriali e artigiani bergamaschi di primissimo livello come Olivo Foglieni e Giacinto Giambellini, con Giovanni Borgesi e Giovanni Fassi e infine con Danilo Matellini e Monica Santini si ragionerà sul valore delle filiere, sui nuovi prodotti che il mercato richiederà a seguito della rivoluzione digitale e sul percorso di trasformazione delle imprese lungo la direttrice della transizione ecologica.

Verso la transizione ecologica

Proprio quest’ultimo tema caratterizzerà gli eventi di chiusura del Festival. Chicco Testa e Renato Mazzoncini saranno infatti protagonisti domenica mattina del confronto sui nodi della transizione ecologica, mentre la chiusura sarà dedicata al futuro di un settore, quello dell’auto, che proprio la sostenibilità sta mettendo in discussione. A confrontarsi su questo, con Alberto Bombassei, sarà infatti la nuova amministratrice delegata del gruppo sino-americano Silk Faw, Katia Bassi, che a Reggio Emilia sta sviluppando un investimento da un miliardo di euro per produrre le super car elettriche. «Bergamo Città Impresa» sarà anche molto altro. A discutere del ruolo dell’informazione durante la pandemia saranno il direttore de L’Eco di Bergamo Alberto Ceresoli ed Enrico Mentana, mentre, oltre al presidente della Camera di Commercio Carlo Mazzoleni, al sindaco Giorgio Gori e al presidente degli industriali Stefano Scaglia, ospiti di assoluto rilievo attesi a Bergamo saranno tra gli altri gli economisti Gregorio De Felice, Marco Mazzucchelli e Veronica De Romanis, e poi Nando Pagnoncelli, Marco Bentivogli e Marco Bonometti.

La sfida per le imprese: investire

Rilancia sulla stesa linea Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, per il quale l’obiettivo è «portare i tassi di crescita dell’economia italiana su valori simili o superiori a quelli della Germania». Torna la sollecitazione alla« sfida che attende il Paese – secondo De Felice -. Ma è necessario investire investire e investire, perché abbiamo accumulato un certo ritardo negli investimenti in alcuni settori. Il Pnrr ci dà questa grande possibilità che dobbiamo saper cogliere, accompagnandola con le riforme». Intervenuto nei giorni scorsi a una tappa del tour «Imprese Vincenti», De Felice ha spiegato che «nel decennio pre-Covid l’Italia è cresciuta dello 0,4% medio annuo, a fronte dell’1,8% della Germania». Per cui, avverte, «c’è un ampio gap da recuperare: uno spread ben più importante di quello tra Btp e Bund». In questo scenario, il settore manifatturiero ha rappresentato «un motore» di crescita. E «se tutta l’Italia facesse come il manifatturiero, cresceremmo di più, avremmo più elevati livelli di produttività e saremmo vincenti complessivamente come economia».

Intanto l’ultimo studio «Il valore delle aziende italiane in Germania», realizzata dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo per la Camera di Commercio Italo-Germanica (AHK Italien), quantifica ulteriormente una serie di primati sul suolo tedesco delle imprese a controllo italiano e il loro contributo all’economia locale.

Se si guarda agli investimenti esteri dei Paesi europei, la Germania rappresenta la seconda destinazione degli imprenditori italiani, con una quota del 10,8% sul fatturato totale realizzato dalle controllate estere italiane nel mondo (59 miliardi su 546,2 dati Eurostat). Lo studio conferma tutta la centralità della Germania nelle attività e negli investimenti delle imprese italiane. «È il rapporto consolidato di co-produzione con i partner tedeschi il punto di forza, e per questo le aziende italiane attive in Germania – commenta i dati Jörg Buck, consigliere delegato della AHK Italien – rappresentano un tassello fondamentale all’interno delle catene del valore tedesche. I dati sul commercio bilaterale ci dicono che il ruolo di primo piano dell’Italia per l’industria tedesca ha retto alla prova della pandemia».
Anche Buck guarda alla ripartenza, sollecitando la continuità di questa partnership, puntando «sulle leve strategiche delle aziende italiane evidenziate dall’indagine: l’innovazione, anche nelle sue forme protette dalla proprietà intellettuale, la tutela dell’ambiente e l’elaborazione di modelli produttivi che facciano della sostenibilità il proprio fulcro».

Il valore e il peso dell’export verso la Germania

La fotografia restituita dai dati è sempre la più efficace: sono 1.670 le aziende italiane che operano su territorio tedesco (il 7% del totale delle controllate estere italiane), per 104 mila addetti che appartengono per il 61% al mondo dei servizi e per il restante 39% al manifatturiero. La Lombardia è la prima regione di provenienza geografica delle imprese.
Secondo gli ultimi dati del rapporto “Bergamo Manifattura d’Europa” di inizio 2020: il settore occupa 150mila addetti e genera un valore aggiunto di quasi 10 miliardi di euro. Gli investimenti diretti delle imprese bergamasche all’estero raggiungono 733 unità produttive distribuite in 70 Paesi. Più nel dettaglio, le imprese bergamasche che controllano (per almeno il 50%) gli stabilimenti all’estero sono 252, mentre 733 sono gli stabilimenti. Gli investimenti delle imprese bergamasche in Germania sono in 47 stabilimenti produttivi, mentre negli Stati Uniti sono 94 stabilimenti, 62 in Gran Bretagna, 43 in Brasile e 27 in Cina.

Tornano alla situazione tedesca, nel fatturato complessivo delle controllate estere attive in Germania, la quota italiana vale un 2%, ma sale al 4,4% per la distribuzione all’ingrosso, i trasporti (2,5%) e per alcuni settori manifatturieri come i prodotti e materiali da costruzione (6%), l’elettrotecnica (4,2%), la metallurgia e i prodotti in metallo (3,9%).

L’analisi di un campione di bilanci relativi al triennio 2017-19, estratto dal database Isid (Intesa Sanpaolo Integrated Database) fa emergere una dimensione media elevata delle controllanti delle imprese italiane attive in Germania rispetto a quelle che operano in altri Paesi. Lo spaccato per classi di fatturato vede un 44% di grandi imprese e un 20% di piccole, da confrontarsi, rispettivamente, con percentuali del 19% e del 43% nel campione complessivo delle controllanti di imprese estere italiane.

Restringendo il perimetro di osservazione al settore manifatturiero, le controllanti di imprese italiane su suolo tedesco spiccano per una maggiore diffusione di marchi (sono detenuti dal 62,1% delle imprese, contro il 41% nel campione totale delle controllate estere italiane), brevetti (58,5% contro 36,4%) e certificazioni ambientali (27,8% contro 19,5%), a indicarne l’elevato profilo strategico-competitivo. E la competitività delle imprese italiane, spiega Fabrizio Guelpa, responsabile Industry and Banking Research di Intesa Sanpaolo, «si basa sempre più sulla valorizzazione delle competenze dei diversi attori con cui interagiscono, clienti o fornitori. In prospettiva, grazie anche al Pnrr, le imprese italiane potranno rafforzarsi ulteriormente sul piano della digitalizzazione e della sostenibilità ambientale, diventando così partner di maggior valore per le aziende estere e migliorando la propria competitività a livello internazionale».

Il Festival Città Impresa guarda a un nuovo boom. Ministri, imprenditori, manager ed economisti si confronteranno sulle strategie della ripresa

Il Giornale di Vicenza / 2 settembre 2021

È tempo di Champions. Non soltanto per il calcio, ma anche per le imprese. Vicenza ospiterà dal 17 al 19 settembre la quattordicesima edizione del Festival Città Impresa, che quest’anno avrà come tema conduttore quello appunto delle cosiddette “imprese champions”, ossia le aziende eccellenti che crescono, innovano, conquistano mercati e tengono alto il valore della manifattura italiana. Promosso da ItalyPost, Corriere della Sera e Comune di Vicenza in collaborazione con il Gruppo Athesis, il Festival torna quest’anno “dal vivo”, oltre che in digitale, e in tre giorni svilupperà un programma di 40 incontri con l’intervento di 130 relatori. Tra di loro tre ministri “in presenza” (Lamorgese, Messa e Stefani) e uno in collegamento (Giorgetti), tanti imprenditori, e poi manager, economisti, analisti. Tutti a Vicenza per discutere sulle strategie da mettere in atto per tornare a crescere dopo l’anno (e mezzo) del coronavirus, adesso che i dati in arrivo dal Pil mostrano una tendenza anche migliore del previsto. Dati migliori in Italia Programma e focus dell’edizione 2021 sono stati presentati dal fondatore di ItalyPost Filiberto Zovico insieme con la direttrice del Festival, Raffaella Polato, inviata di economia del Corriere della Sera. «Già a maggio ci eravamo resi conto che la ripresa poteva essere più forte di quanto previsto e ora c’è la conferma – ha ricordato Polato -. Grazie alle risorse del Recovery fund e ai vaccini che aiutano a tenere sotto controllo la pandemia, abbiamo la possibilità di creare le basi per un nuovo boom economico». «Stiamo uscendo da un momento terribile con dati anche migliori di altri paesi europei – ha confermato Roberto Gabrielli, direttore regionale Veneto ovest e Trentino AA d’Intesa Sanpaolo -. Le aziende champions sono fondamentali per cavalcare questa ripresa e renderla appunto solida. Sono imprese che fanno dell’innovazione, della formazione del capitale umano, della sostenibilità, dell’internazionalizzazione altrettanti punti di forza». «Le imprese non hanno mai smesso di correre» «È importante prendersi cura delle imprese e considerarle davvero delle seconde famiglie, da costruire sane e competitive» ha osservato Daniele Lago, a.d. di Lago, azienda simbolo del design italiano. Un obiettivo del tutto raggiungibile, anche perché per Lago la strada è già tracciata: «La pandemia ha solo accelerato le cose: era già tutto nell’aria, l’emergenza sanitaria non ha fatto che imprimere una forte accelerazione». Una convinzione condivisa anche da Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera: «I dati sul Pil mostrano un’Italia che sta correndo persino di più della Germania e della Francia. Succede perché le imprese italiane non hanno mai smesso di correre: le champions non solo non si sono fermate, ma in certi casi hanno fatto anche meglio del 2019. Nel paese ancora non c’è la percezione di quanto le imprese siano abituate a rispondere a domande che la politica invece non si pone. Quando si occupa delle regole che riguardano la produzione, la politica non si chiede mai quanta crescita e quanto nuovo lavoro creerà facendo una certa scelta: se se lo chiedesse, l’Italia potrebbe svolgere un ruolo ancora maggiore di quello che oggi sta svolgendo e anziché un decreto antidelocalizzazione forse si farebbero dei decreti che favoriscono le imprese e le rimettono al centro delle discussioni». Athesis cerniera tra imprese e società Sulla centralità del mondo produttivo ha insistito anche Matteo Montan, amministratore delegato del Gruppo Athesis (editore del Giornale di Vicenza), quest’anno ancora più presente nel “cuore” del Festival con una collaborazione che si inserisce nel filone degli eventi sviluppati da Athesis per essere sempre più «protagonista dello sviluppo del territorio». «Il nostro Gruppo ha la vocazione a raccontare il mondo delle imprese, ma siamo anche la cerniera tra mondo della produzione, milioni di famiglie e stakeholder – ha sottolineato Montan -. Continueremo a esserlo e racconteremo anche questo Festival, occasione di qualità per affrontare i grandi temi di attualità». Una cerniera che è anche culturale: «Qui a Vicenza è nata Neri Pozza, la casa editrice del Gruppo, uno dei pezzi forti del pedigree culturale della città, che quest’anno ha vinto il premio Strega e che il 10 settembre porterà all’Olimpico la consegna del Premio Neri Pozza, il più importante premio letterario italiano dedicato alle opere inedite». Un ruolo di “ponte” tra impresa, sostenibilità e cultura, dunque, quello rimarcato da Montan. In sintonia con gli obiettivi del Festival e di una Vicenza chiamata a unire le forze per portare avanti la candidatura a Capitale italiana della cultura 2024.

Festival Città Impresa di Vicenza, al via il 17 settembre. Partecipano Lamorgese e Messa

L’ Economia del Corriere della Sera / 2 settembre 2021

Oltre 130 relatori per 40 eventi. Al via dal 17 al 19 settembre la 14^ edizione del Festival Città Impresa di Vicenza. La tre giorni promossa da Italypost e L’economia del Corriere della Sera sarà dedicata alle aziende innovative e alle strategie in campo per la ripresa. Diretto da Raffaella Polato, il Festival a Vicenza, città candidata a Capitale della Cultura 2024, alcune tra le principali figure istituzionali del Paese, come le ministre Maria Cristina Messa, Luciana Lamorgese, Erika Stefani e l’ex ministra Elsa Fornero. Presenti anche gli economisti Lorenzo Bini Smaghi, Magda Bianco e Veronica De Romanis. Oltre a manager pubblici come Giuseppe Bono e Alessandro Profumo. Attraverso panel e dibattiti con imprenditori, politici ed esperti, la manifestazione sarà l’occasione per fare il punto sullo stato del Paese “che produce” dopo il difficile 2020. L’obiettivo è individuare, dice una nota degli organizzatori, gli elementi chiave “per una crescita robusta nonostante le numerose incognite”.

 

Il Festival Città Impresa torna a Vicenza da venerdì 17 a domenica 19 settembre

IL FESTIVAL CITTÀ IMPRESA TORNA A VICENZA DA VENERDÌ 17 A DOMENICA 19 SETTEMBRE – PROTAGONISTE LE IMPRESE CHAMPIONS.  AL CENTRO I NODI DELLA RIPARTENZA

Tra gli ospiti della 14^ edizione le ministre Messa, Lamorgese, Stefani e l’ex ministra Fornero. Attesi inoltre Bini Smaghi, Profumo, Bono, Visentin, Chiesi, Bianco e De Romanis. Anche quest’anno 130 relatori in presenza, 40 eventi, 2 sezioni tematiche e 50 imprenditori Champions

 

Dopo l’annus horribilis della pandemia, è ora di puntare alla ripresa. Le opportunità e i nodi da sciogliere per una ripartenza che dia ancora maggiore solidità rispetto alla situazione pre-pandemica saranno al centro della 14^ edizione del Festival Città Impresa, occasione di dibattito nazionale sulle questioni chiave dell’economia e della società contemporanea, che da venerdì 17 a domenica 19 settembre torna a Vicenza. L’appuntamento verrà affidato, come per lo scorso anno, alla direzione di Raffaella Polato, inviato speciale de L’Economia del Corriere della Sera.

Promosso da ItalyPost, L’Economia del Corriere della Sera e Comune di Vicenza, in collaborazione con il Gruppo editoriale Athesis, il sostegno di Intesa Sanpaolo e Lago in veste di main partner e di tutte le principali associazioni di categoria in qualità di partner, il Festival farà il punto sullo stato dell’economia dopo il difficile 2020 e sugli elementi chiave che spingono una crescita che sia forte e robusta nonostante le numerose incognite ancora presenti.

Il Festival porterà a Vicenza, città peraltro candidata a Capitale Italiana della Cultura 2024, alcune tra le principali figure istituzionali del Paese, come le Ministre Maria Cristina Messa, Luciana Lamorgese, Erika Stefani e l’ex ministra Elsa Fornero, economisti del calibro di Lorenzo Bini Smaghi, Magda Bianco e Veronica De Romanis, manager pubblici come Giuseppe Bono e Alessandro Profumo, esperti di strategia aziendale, opinion maker e oltre  50 imprenditori Champions – rappresentanti di quelle aziende al centro dell’indagine condotta da ItalyPost e L’Economia del Corriere della Sera sulle imprese che hanno battuto la crisi e che continuano a crescere offrendo un modello per la ripresa economica – per una durata di tre giorni in cui interverranno oltre 130 relatori in circa 40 eventi.

 

Il programma del Festival

Apertura al CUOA e pomeriggio con Bini Smaghi e Fornero

Il Festival si aprirà al CUOA Business School con una intensa mattinata suddivisa in tre momenti che corrispondono anche alla scansione dei tre grandi ambiti di discussione di questa edizione. Il primo vedrà protagonisti gli imprenditori Champions Daniele Lago, a capo dell’omonima azienda di design, Andrea Pontremoli amministratore delegato di Dallara Automobili e altri due imprenditori Champions che ricoprono anche cariche importanti nel mondo associativo, Fabio Vivian, amministratore delegato di Fami e presidente di Federmanager Vicenza, Laura Dalla Vecchia, presidente Polidoro e Confindustria Vicenza e Roberto Gabrielli, direttore regionale Veneto Ovest e Trentino Alto Adige Intesa Sanpaolo. A questo seguirà un secondo momento di confronto sui principali nodi della ripresa, dal debito pubblico alle sfide riguardanti le materie prime e la formazione.  A intervenire saranno l’economista Veronica De Romanis e l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono. Il terzo momento, dedicato alle questioni riguardanti formazione del capitale umano, vedrà invece la ministra dell’Università Maria Cristina Messa confrontarsi con il neopresidente di Federmeccanica Federico Visentin e l’amministratore delegato di Leonardo Alessandro Profumo.

Il pomeriggio del venerdì sarà invece caratterizzato da un lato dall’avvio degli incontri dedicati ai temi dei processi di organizzazione aziendale e dall’altro a quelli di finanza promossi e organizzati con la collaborazione, rispettivamente, di auxiell e Equinox, dove protagoniste saranno le imprese Champions. Tra gli imprenditori che interverranno segnaliamo Livio Calabrese, Antonio Montanini, Anna Nardi, Diego Nardin, Alessio Bellin, Emanuela Colosio e Luca Mingotti. E ancora: Marco Bellini, Marco Bubani, Michela Conterno, Federico de’ Stefani, Massimo Neresini e Luca Savio.

Sempre nel pomeriggio di venerdì si terranno gli eventi organizzati in collaborazione con le associazioni di categoria del territorio, ed in particolare con Apindustria Confimi  sui temi della salute, dove interverrà la ministra Erika Stefani, con Cna Veneto Ovest dove si discuterà di futuro e si anticiperanno alcuni contenuti di Cna Next, la manifestazione dedicata ai giovani della confederazione nazionale dell’artigianato e con Confartigianato Vicenza, con un confronto dedicato al tema delle filiere dove interverranno Federico Boin, Stefano Franchi, Roberto Marcato ed Enzo Rullani.

Negli altri eventi del venerdì pomeriggio si discuterà del rapporto tra impresa e cultura, anche in occasione della candidatura di Vicenza a Capitale Italiana della Cultura 2024, con Stefano Baia Curioni, Marco Marcatili, Francesca Velani e Rossella Tarantino; di quanto valgono le idee con riferimento alla valorizzazione della proprietà industriale con Studio Bonini; un confronto a partire dal libro di Glasford con Gilda d’Incerti, Michele Gavino, Pietro Paparoni e Massimo Quizielvù; della situazione dei competence center 4.0 con Elena Donazzan, Fabrizio Dughiero, Corrado La Forgia e Marco Taisch, e infine di che cosa potrà fermare la crescita con Magda Bianco, Lorenzo Bini Smaghi e Elsa Fornero.

 

Venerdì sera i finalisti del Premio Letteratura d’Impresa

La serata di venerdì prevede la presentazione dei cinque libri finalisti del Premio Letteratura d’impresa, in contemporanea a quella prevista nell’ambito del festival Pordenonelegge. L’evento anticipa così il voto dei 100 giurati previsto per la mattina successiva e la proclamazione del vincitore prevista per le 15 dello stesso giorno.

I finalisti della prima edizione del Premio voluto da ItalyPost con il supporto di Fine Foods & Pharmaceuticals NTM sono Fabbrica Futuro, di Marco Bentivogli e Diodato Pirone edito da Egea, Fronte di scavo di Sara Loffredi edito da Enaudi, La classe avversa, di Alberto Albertini edito da Hacca Edizioni, Instant Moda, di Andrea Batilla edito da Gribaudo, Questioni di Stilo, di Cesare Verona e Adriano Moraglio edito da Giunti Editore.

Sabato all’insegna delle imprese responsabili con Chiesi e della lotta alle mafie con Carraro e Lamorgese

Il programma del sabato, come da tradizione del Festival Città Impresa, sarà particolarmente ricco ed articolato. Nel corso della mattinata continueranno gli incontri dedicati alle strategie di sviluppo delle imprese Champions con gli interventi di imprenditori del calibro di Marco Rossi, Giulio Bertolo, Enrico Berto, Gian Andrea Garrone, Massimo Poliero, Giuseppe Presotto, Valter Brasso, Andrea Condotta, Elio Cosimo Catania, Francesca Cerruti e Nicola De Mattia.

Sempre nella mattinata si susseguiranno le presentazioni di due libri, la prima dedicata a Allenarsi alla complessità, edito da Egea, durante la quale l’autore Cravera si confronterà con Alona Andruk, Giorgio Ferraris e Otello Dalla Rosa; la seconda incentrata invece sul libro, edito da Post Editori, L’impresa è un romanzo. Attraversamenti nella narrativa sul mondo del lavoro, che vedrà l’intervento dell’autore Luca Vignaga con Cristina Ghiringhello, Giuseppe Lupo e Domiziano Pontone.

A concludere la mattinata, per raccontare l’esperienza di Parma Io Ci Sto! l’associazione di imprese e di territorio che nella capitale italiana del Food contribuisce attivamente al rilancio del territorio, ci sarà Alessandro Chiesi, presidente dell’associazione e chief commercial officer di Chiesi Farmaceutica, Andrea Bolla, Simone D’Alessandro e Ivana Pais e infine la presentazione del libro Smarcati. Viaggio ai confini della marca di Federico Frasson presidente Fkdesign con Andrea Ingrosso.

A proposito di imprese responsabili, nel pomeriggio sarà presentato il libro di Aldo Bonomi, Oltre le mura dell’impresa con Franca Porto e Massimiliano Panarari. Mentre, in contemporanea, a partire dal libro Icone. Mito, storie e personaggi del design italiano si confronteranno sugli esiti del “Supersalone” del Mobile di Milano dopo mesi di polemiche, Claudio Feltrin, presidente Assoarredo, e due imprenditori del settore come Giorgio Cattelan e Marco Piscitelli. Saranno sempre i libri a fare da protagonisti durante gli altri incontri previsti nel pomeriggio. Sul rapporto sostenibilità e profitto, al centro del libro di Deborah Zani, amministratore delegato di Rubner Haus, ci saranno Elisabetta Mainetti, Carlo Robiglio e Massimiano Tellini, mentre discuteranno sul tema dei fractional manager l’autore dell’omonimo libro Andrea Pietrini, Ilaria Agosta e Carlo Perini.

L’evento che contraddistinguerà la serata sarà quello previsto al Teatro Comunale alle 18.30 con la ministra Lamorgese che si confronterà con il presidente degli industriali veneti Enrico Carraro.

 

Domenica la chiusura sugli scenari di politica industriale con il ministro Giorgetti e sull’Italia di Draghi con Ilvo Diamanti       


La mattinata della domenica sarà caratterizzata da un doppio confronto tra imprenditori ed economisti sugli scenari di politica industriale. Nel primo, in particolare, dibatteranno di come le imprese del nuovo triangolo industriale affrontano la sfida Valter Caiumi, Stefano Micelli, Franco Mosconi, Annalisa Sassi e Antonella Candiotto. Nel secondo, dopo l’intervista al ministro Giorgetti sugli scenari di politica industriale, toccherà al presidente del Porto Zeno D’Agostino, a Gregorio De Felice e ad Alessandra Lanza affrontare il tema di come l’Italia si colloca nei confronti dei due grandi paesi europei che costituiscono i nostri principali mercati di sbocco, ovvero Francia e soprattutto Germania.

Il finale, che costituirà una sorta di sintesi conclusiva del dibattito dei tre giorni, sarà dedicato all’intervista one to one a Ilvo Diamanti, chiamato a raccontare la nuova Italia di Mario Draghi.

 

Le dichiarazioni di promotori e partner

Filiberto Zovico, fondatore ItalyPost: «Siamo felici ed entusiasti per essere riusciti anche quest’anno a dar vita ad una edizione in presenza del Festival Città Impresa. Di anno in anno il Festival ha assunto un profilo nazionale, testimoniato dalla massiccia presenza di imprenditori, manager, economisti e figure istituzionali di primissimo livello, ma ha saputo anche radicarsi sempre di più nel tessuto economico, sociale e culturale della città di Vicenza che è, per definizione, una delle più importanti città – impresa di questo Paese. In un momento di ripresa economica davvero significativa, dove gravano tuttavia alcune incognite, il Città Impresa assume così il ruolo di autorevole sede di dibattito e confronto nazionale sul futuro dell’economia e del tessuto manifatturiero italiano».

Francesco Rucco, sindaco di Vicenza: «Poter ospitare un evento così importante per l’economia, ma non solo, con esperti che si confrontano sullo sviluppo delle imprese e del suo territorio, rappresenta per la nostra città un’opportunità straordinaria con una doppia valenza. Un segnale verso la ripartenza e un traino per la sfida che la comunità vicentina ha lanciato con la candidatura a capitale italiana della cultura per il 2024. Un percorso lungo e difficile ma che avrà come leitmotiv il rapporto tra cultura e impresa, per una città sempre più bella, aperta e operosa».

Roberto Gabrielli, direttore regionale Veneto Ovest e Trentino-Alto Adige Intesa Sanpaolo: «Siamo lieti di affiancare anche quest’anno il Festival Città Impresa di Vicenza, appuntamento che riunisce esponenti dell’imprenditoria, della finanza, delle istituzioni in un dialogo che ha come obiettivo condiviso lo sviluppo economico e sociale del nostro territorio. Per Intesa Sanpaolo le imprese Champions hanno un ruolo centrale, grazie alle loro filiere produttive di cui fanno parte tante piccole e medie imprese locali di eccellenza. Ad oggi in Veneto abbiamo in essere 107 accordi di filiera che contano circa 1450 fornitori per un giro d’affari complessivo di quasi 11 miliardi».

Città Impresa sulla rete

Punto di riferimento per aggiornamenti in progress sul Festival Città Impresa è il sito internet, www.festivalcittaimpresa.it, dove è possibile consultare il calendario degli eventi per data, luogo, relatore e sezione, registrarsi agli appuntamenti in programma e creare così il proprio calendario personalizzato.

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/festivalcittaimpresa

Pagina Instagram: https://www.instagram.com/festivalcittaimpresa/

Profilo Twitter @città_impresa: https://twitter.com/citta_impresa

Profilo Linkedin: https://it.linkedin.com/showcase/festival-citt%C3%A0-impresa

L’hashtag ufficiale per seguire la manifestazione è #cittaimpresa.

 

Come partecipare agli eventi

Tutti gli eventi sono a ingresso libero. I posti in sala sono limitati: per avere garanzia di accesso, è necessario registrarsi all’evento sul sito www.festivalcittaimpresa.it. Per procedere alla registrazione, scegliere l’appuntamento di proprio interesse all’interno della sezione “Programma” e seguire le indicazioni. In ogni caso, per i registrati online l’accesso in sala è garantito solo presentandosi almeno 10 minuti prima dell’inizio dell’evento; eventuali posti non utilizzati saranno messi a disposizione di chi effettua la registrazione in loco.

 

Credits

Festival Città Impresa è promosso da ItalyPost, L’Economia Corriere della Sera, Comune di Vicenza
Con la collaborazione del Gruppo editoriale Athesis
Con il patrocinio della Provincia di Vicenza
Main partner: Intesa Sanpaolo, Lago
Copromotori: Apindustria Confimi Vicenza, Confartigianato Imprese Vicenza, Confindustria Vicenza, CNA Veneto Ovest, Federmanager Vicenza
Partner: auxiell, AzzurroDigitale, CUOA Business School, Equinox Private Equity, Glasford International Italy, Studio Bonini, Studio Bonini
Partner Premio Letteratura d’Impresa: Fine Foods & Pharmaceuticals NTM
Partner tecnici: Astoria, Lattebusche, Loison
Con la collaborazione di: Centro di Cultura Card. Elia Dalla Costa
Content partner: Egea
Con il supporto di AGSM AIM

PER INFORMAZIONI
Festival Città Impresa
Ufficio Stampa
press@italypost.it
Tel. 0498757589 | M. 3335891688

Francesco Giavazzi «La ripresa? Venezia invece che alle navi pensi ad attirare smart worker»

VeneziePost / 14 settembre 2020

«È inutile affannarsi a costruire nuove banchine al Terminal di Venezia. Quattro navi da crociera al giorno non torneranno più». Forse converrebbe pensare ad attrarre smart worker, magari tedeschi, interessati a vivere lavorando da Venezia. Il punto, sulla ripresa dopo il lockdown, non è solo di quanto lenta o veloce sia, ma anche di pensare ad iniziative all’altezza dei tempi mutati. Lo ha fatto capire l’economista Francesco Giavazzi, docente alla Bocconi di Milano, intervenuto ieri a Vicenza alla tavola rotonda su ripresa veloce o lenta al Festival Città Impresa, l’iniziativa di Italypost e dell’Economia del Corriere della Sera che vive oggi la giornata di chiusura (programma degli eventi, da seguire anche in streaming, su festivalcittaimpresa.it).

Il riferimento di Giavazzi era all’idea del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, di rilanciare il lavoro con investimenti sul versante del turismo marittimo. Ma, è l’obiezione, la forte polarizzazione della ripresa Usa vede settori in Borsa crescere del 60 per cento e altri crollare del 40, in rapporto ai problemi sul distanziamento sociale. «Se il turismo crocieristico è diminuito così tanto da far crollare il valore delle navi – fa notare Giavazzi – come si può pensare che in tempi ragionevoli la gente possa tornare a trascorrere le vacanze confinata in un’imbarcazione?».

E sarà sempre l’incidenza del virus a disegnare la curva di risalita dell’economia, dei comparti e delle professioni: «Alcuni – osserva Merler – stanno vivendo un andamento a ‘V’ anche abbastanza stretto. Per altri, invece, siamo al tratto orizzontale della ‘L’, senza indizi di rialzo».

Per questo va guardato alla trasforma-zione del mondo del lavoro e alle modifiche che lo smart working potrebbe avere introdotto nel modo di produrre e di vivere. Per Silvia Merler, responsabile della ricerca del fondo Algebris, si potrebbe partire da qui per elaborare «politiche organiche di sviluppo locale. Per invertire lo spopolamento delle periferie grazie al venir meno della necessità di trasferirsi di molti lavoratori».

E le priorità per il Recovery Fund? Scuola prima di tutto. Anche per ribaltare gli investimenti sui giovani, penalizzati dal lockdown ad esempio con il taglio dei contratti a termine. «Uno stato dovrebbe investire sui trentenni, sulla loro forza e capacità, invece che sui cinquantenni. Ma i servizi sono rivolti più agli anziani che ai giovani – ha sostenuto il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice -. Non investire su nidi e tempo pieno nelle scuole primarie ha effetti enormi sul lavoro dei giovani e delle donne».

 

Nasce il Premio Letteratura d’impresa

L’ Economia del Corriere della Sera / 13 settembre 2020

Far conoscere storie d’impresa emblematiche della capacità tutta italiana di creare «all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo» come scriveva lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla. Questa l’ambizione del Premio Letteratura d’impresa 2020 promosso dal Festival Città Impresa, ItalyPost e Cuoa Business School. Un’occasione per favorire la diffusione di opere che descrivano le peculiarità del nostro sistema produttivo. La scadenza per l’invio delle candidature è il 30 settembre 2020, tre categorie. La sezione editoria è destinata a romanzi, saggi, graphic novel e fumetti; la sezione multimediale per video, film e podcast e la sezione ricerca in cui rientrano tesi e studi inediti sulla cultura d’impresa. Per ogni categoria la giuria premierà un solo vincitore. Info: festivalcittaimpresa.it

 

Umbragroup, le viti made in Italy che volano nello spazio

Corriere della Sera / 13 settembre 2020

Anche un settore fortemente impattato dal Covid-19 come l’aerospaziale vede imprese non solo che resistono ma che puntano alla crescita. La Umbragroup di Foligno, 1300 dipendenti e circa il 90% della sua produzione esportata, è tra queste: «Nell’aerospaziale si comincia a vedere adesso la frenata», spiega in una pausa del Festival Città Impresa a Vicenza Antonello Marcucci, presidente e amministratore delegato alla finanza. «Noi continuiamo ad innovare. La gente tornerà a volare e l’aiuto degli Stati alle compagnie aeree farà in modo che il settore non venga totalmente atterrato».

Marcucci e l’amministratore delegato Antonio Baldaccini, 45 anni, rappresentante della seconda generazione alla guida della società, stanno guardando ad alcune start-up italiane, in particolare nella ricerca aerospaziale. Umbragroup, che produce viti a ricircoli di sfera e soluzioni ad alta tecnologia, ha visto nel primo semestre un calo dei ricavi del 20%, contro una media di settore del 30-40%, «un risultato comunque soddisfacente», commenta Marcucci, «abbiamo avuto il 14% di ebitda e creato utile mantenendo una posizione finanziaria netta positiva». Il 2019 si era chiuso con un fatturato in crescita del 9,8% a 234,5 milioni e un utile di 13,8 milioni.

Ciò che il Covid ha rallentato è stato il processo di avvicinamento alla Borsa, previsto tra il 2023 e il 2024. Dal 2019 Umbragroup ha comunque una sorta di azionariato diffuso, dato che nel fondo Ipoc3 messo in piedi da Azimut ci sono 140 piccoli investitori. Il fondo ha rilevato il 18,7% valutando il gruppo 300 milioni. Per questo motivo — rivela Marcucci — stiamo scrivendo un libro in cui riportiamo ciò che ogni manager, ogni funzione dell’azienda ha tenuto nella pandemia, per cercare di trasferire ad altri ciò che abbiamo imparato, compresi errori e improvvisazioni. E far capire che la pandemia è l’opportunità per accelerare alcune tendenze, come la digitalizzazione».

 

Quid informatica sfida i giganti del software e punta alle medie aziende

Corriere della Sera / 13 settembre 2020

Da system integrator di tecnologie e processi a produttore di software con un focus sul credito al consumo per banche e istituti finanziari. Nomi come Unicredit, Credem, Mediolanum, Compass-Mediobanca, solo per citare alcuni dei clienti che si sono affidati ai servizi di Quid informatica, radici a Firenze e sede operativa a Milano. Un’azienda che ha il suo perno nei servizi finanziari (valgono l’80% dei ricavi) ma che guarda anche alla media impresa.

E’ il percorso compiuto da Stefano Bertoli, fiorentino, 57 anni, un passato in IBM, che punta a chiudere l’anno con circa 34 milioni di ricavi e un margine operativo lordo superiore al 20%. «Per noi è stato un cambio di passo, ora puntiamo a diventare un punto di riferimento nelle soluzioni software per banche e società finanziarie nell’ambito dei prestiti personali, finalizzati all’acquisto dei beni di consumo, fino alla cessione del quinto», dice Bertoli che trent’anni fa ha fondato Quid informatica, selezionata da «L’Economia» e da «ItalyPost» tra le aziende Champions.

La svolta, impostata quattro anni fa e destinata a fare di Quid informatica un gruppo che punta su prodotti a maggior valore e che vuole diventare un player industriale al pari di grandi big dell’informatica, ha attratto nel 2019 il fondo Equinox, che ora ha il 55% a fianco di Bertoli e del management che ne posseggono il 45%. «E’ una partnership nata per affinare l’organizzazione, aggregare competenze, portando innovazione e trovare interlocutori nuovi», spiega l’imprenditore che ha chiamato come vice presidente Andrea Bovone, partner di Equinox. Nel consiglio è entrato anche Elio Catania, già senior advisor di Equinox e da fine luglio consigliere per la politica industriale del ministro Stefano Patuanelli.

Ora Bertoli disegna la nuova rotta per un’altra fase di crescita sostenuta dalle acquisizioni e dall’ampliamento dell’attività in settori vicini, come quello assicurativo e della gestione degli npl.

 

De Felice: «L’innovazione spingerà il Nordest Il Pil avrà un calo più contenuto del previsto»

Il mattino / 12 settembre 2020

L’intervista

«I segnali che arrivano dal mercato dicono che la ripresa è già in atto, ma l’Italia resta caratterizzata da un ritmo di crescita inferiore ai partner europei. Per una svolta vera occorrono riforme vere».

Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, oggi sarà tra i relatori di un convegno al Festival Città Impresa di Vicenza. Alle 18 parlerà al Teatro Comunale in un evento dal titolo: “Le incognite del dopo Covid. Ripresa lenta o veloce?».

Dottor De Felice, gli ultimi dati che arrivano dall’industria sembrano indicare che la situazione nel nostro Paese probabilmente è meno negativa di quanto si credesse. Concorda?

«Sicuramente ci sono segnali che la ripresa è in corso. A luglio la produzione industriale è cresciuta del 7, 4% su base mensile, battendo le attese degli analisti. Rispetto ai livelli di gennaio, la produzione industriale in Italia è calata del 7%, meno che in Francia e Germania».

Quindi potrebbe aver ragione il ministro Roberto Gualtieri, che da settimane dice di attendersi per l’intero 2020 un Pil in calo a una cifra percentuale?

«È una stima che condividiamo. A nostro avviso il PIL nel terzo trimestre crescerà del 10% rispetto al secondo e il quarto metterà a segno un +4,4%, portando il dato annuo a –9,5%. Un trend che si presta a una duplice lettura: da un lato l’accelerazione in corso avrà un effetto di trascinamento sul 2021, che dovrebbe chiudere con un +6,5%, dall’altro alla fine del prossimo anno saremo ancora sotto del 3,6% rispetto ai livelli del 2019».

Il Triveneto è destinato a fare meglio o peggio?

«È presto per fare analisi di dettaglio. L’area risente delle dinamiche nazionali e internazionali, ma già in passato ha mostrato una grande capacità di innovazione, che potrebbe aiutarla a rialzarsi più rapidamente».

I fondi in arrivo dal Recovery Fund potrebbero, a suo avviso, portare una scossa benefica alla crescita?

«Gli oltre 200 miliardi di euro disponibili possono essere un volano per tornare a crescere su livelli che l’Italia non conosce da decenni. Pensi che il PIL di quest’anno è pari a quello del 1993. Tuttavia, l’erogazione delle risorse – tanto quelle a fondo perduto, quanto i prestiti – sarà soggetta a una serie di controlli. In sostanza, li riceveremo a patto di impiegarli in maniera proficua, cioè per avviare le riforme strutturali da tempo attese».

A cosa si riferisce in particolare?

«L’azione di politica economica dovrebbe perseguire tre direttrici principali: il rafforzamento del capitale umano, troppo basso nonostante un elevato capitale sociale; migliorare la produttività’del lavoro, che oggi è in crescita solo nell’industria, ma va peggiorando tanto sul fronte della Pa, quanto su quello dell’edilizia; infine, intercettare i megatrend internazionali, a cominciare dalla green economy. L’Italia è all’avanguardia in campi come la bioplastica e l’economia circolare: la sfida è diffondere su vasta scala le buone pratiche per diventare leader nella crescita sostenibile».

Una sfida per il legislatore, ma anche per le aziende. Le ridotte dimensioni del nostro sistema imprenditoriale spesso sono un ostacolo all’innovazione e alla crescita della produttività?

«Pesa purtroppo l’atteggiamento culturale di alcuni imprenditori, che ancora preferiscono l’individualismo alla capacità di fare rete. Le condizioni dei mercati rendono difficile proseguire su questa strada. Sul fronte legislativo, considerato che l’emergenza Covid ha convinto l’Ue a sospendere il divieto per gli aiuti di Stato, potrebbe essere l’occasione per rafforzare gli incentivi fiscali per chi si aggrega». —

Carboniero «Smart working, per continuare servono le super-connessioni»

Il giornale di Vicenza / 12 settembre 2020

In un’epoca in cui il 4.0 consente di attivare un macchinario a distanza o fare la manutenzione di uno che si trova a migliaia di chilometri, lo smart working non andrà in soffitta alla fine dell’emergenza Covid, ma continuerà pur in modalità ridotta. Per questo, però, le aziende chiedono investimenti in infrastrutture e una modifica al piano 4.0 del Governo, utilizzando le risorse del Recovery Fund. Di “4.0 nell’epoca dello smart working” hanno parlato al festival Città Impresa ieri Antonella Candiotto, presidente di Galdi; Massimo Carboniero, presidente nazionale di Ucimu-Sistemi per produrre; Matteo Casagrande Paladini, Relazioni territoriali per il Triveneto di Intesa Sanpaolo e Corrado Peraboni, amministratore delegato di Ieg. «Il Covid – sottolinea Carboniero – ha accelerato il ricorso allo smart working, che prima era utilizzato pochissimo nel manufatturiero, mentre durante il lockdown è stato applicato dal 77% delle aziende di Ucimu, con la premessa che è stato necessario dotare i lavoratori di strumentazione e connessione adeguate e di sistemi di sicurezza per la protezione dei dati sensibili. È durato poco e continua soprattutto nelle grandi aziende, perché nelle Pmi le persone hanno tanti ruoli. Ma siamo pronti, se dovessimo rifarlo».

SICUREZZA. Chi non si è invece mai fermata è stata la Galdi, che produce macchinari per l’industria alimentare. «La prima cosa è stata garantire la sicurezza delle persone – spiega Candiotto – Noi già da due anni avevamo un sistema che prevedeva due giorni al mese di lavoro da casa e questo ha reso semplice attuarlo. Attualmente, il 50% degli impiegati e dell’ufficio tecnico continua a lavorare da casa, ma per farlo c’è bisogno di infrastrutture e parlo di fibra e di 5G». E, secondo Casagrande Paladini, anche di investimenti in formazione, soprattutto del management, perché di fronte a una sfuriata, magari ingiustificata, poi non posso offrire un caffè per rimediare. «Questo in banca lo stiamo facendo e lo offriremo anche ai nostri clienti».

COSA SERVE. Cosa chiede, allora, l’industria alla politica? Prima di tutto usare bene il recovery fund per la transizione digitale, progettando sul lungo periodo. «L’utilizzo di queste risorse – continua Carboniero – è controllato dall’Unione europea. La transizione digitale si sposa con il piano 4.0, che il Governo sarà obbligato a rivedere e a questo scopo ha già iniziato incontri con le principali associazioni. Noi chiediamo che il prossimo piano sia triennale, perché le Pmi hanno bisogno di cadenzare gli investimenti su più anni. E poi di potenziare il credito d’imposta per il rinnovamento dei macchinari e gli investimenti in formazione sia dei dipendenti delle aziende, includendo ad esempio anche il compenso dei docenti, che dei giovani». Chi necessita di investimenti in digitale sono anche le fiere, «venditrici di assembramenti», come le definisce Peraboni di Ieg, che oggi inaugurerà la prima manifestazione orafa post-Covid (vedi sopra). «Noi durante il lockdown non abbiamo avuto problemi con lo smart working, ma abbiamo avuto il fatturato azzerato. Oggi ripartiamo in sicurezza, supplendo col digitale alla mancanza di operatori ad esempio americani. Il Governo deve investire sulle fiere, che danno alle aziende un panorama internazionale e fungono da moltiplicatori».

 

 

Robiglio: «Imprese alla sfida delle competenze»

Il Sole 24 Ore / 12 settembre 2020

Puntare sulle competenze. Dei lavoratori, ma anche degli imprenditori. «Bisogna mettere al centro il capitale umano, principale fattore di crescita e cambiamento. C’è bisogno di formazione, la grande sfida su cui ci misuriamo tutti». Carlo Robiglio, presidente della Piccola industria di Confindustria parla al Festival Città Impresa. Tema del dibattito: la sfida della digitalizzazione. E Robiglio esordisce concordando: tecnologie, innovazione, digitale sono fattori determinanti. Ma occorre un altro passaggio: «c’è necessità di una nuova cultura d’impresa. Serve attenzione al territorio, la percezione del ruolo sociale dell’impresa». In sintesi: «gli imprenditori devono cambiare testa, uscire dall’azienda, contaminarsi, guardare ciò che c’è all’esterno e formare se stessi, inserire manager». In questo modo possono spingere l’evoluzione della propria impresa.

E qui si torna alle competenze: «primo passo è capire cosa occorre all’impresa per crescere, poi individuare se all’interno esistono saperi adeguati, in caso contrario vanno presi dall’esterno», ha continuato Robiglio, che è anche vice presidente Confindustria.

Certo, occorre anche che dal governo arrivino misure efficaci e di supporto all’economia. «Si parla dei 209 miliardi del Recovery Found, sono molti soldi, temo che possano creare una sbornia di onnipotenza. Dobbiamo evitare che si finisca per spenderli nella logica dei bonus, che è un modo poco efficace di procedere». Le imprese hanno bisogno di competenze adeguate. Che mancano. «Formazione e innovazione sono i fattori che generano lavoro». Bisogna individuare interventi efficaci: nel dibattito è emerso che l’utilizzo del credito di imposta sulla formazione di Industria 4.0 non ha funzionato. «Ne ho parlato nei giorni scorsi al ministero dello Sviluppo, l’uso del credito di imposta ha generato un flop perché era troppo complesso, occorrono strumenti semplici».

Altro aspetto cui si è soffermato il presidente della Piccola è il passaggio generazionale: «già il termine è sbagliato, l’azienda non è un immobile, bisogna usare piuttosto il termine continuità aziendale. L’azienda non è solo dell’imprenditore, è un valore sociale, un bene del territorio». Il 20% delle pmi, ha sottolineato Robiglio, ha a capo un ultra settantenne e sono alle prese con un una nuova organizzazione. «Se non ci sono all’interno competenze adeguate, occorre mangerializzare l’impresa», ha continuato, raccontando la propria esperienza di aver deciso di assumere un direttore generale.

Occorre un «nuovo Rinascimento». L’Italia ha tutte le potenzialità per reagire. «Guardiamo all’ambiente, siamo un paese povero di materie prime e ciò ci ha spinto ad essere leader nell’economia circolare, superando in questo anche i tedeschi. Abbiamo le carte in regola per crescere e competere, come imprese e come paese».

Manfredi: «Dobbiamo rendere i giovani protagonisti»

Il giornale di Vicenza / 12 settembre 2020

«Ci troviamo in un momento particolare, con il trauma del Covid con cui fare i conti. C’è chi vede le risorse del Recovery Fund come se fossero il Paese di Bengodi, ma se da un lato è positivo che arrivino risorse, dall’altro è anche vero che da soli i soldi non risolvono i problemi: serve una visione e un progetto condiviso e collettivo di trasformazione del paese. E uno degli ingredienti fondamentali per qualsiasi progetto di paese è il capitale umano. Che vuol dire non solo formare, ma anche includere le persone nei processi. È un’occasione che non possiamo sprecare. Nel Recovery Fund c’è molto capitale umano».Così il ministro dell’Università Gaetano Manfredi è intervenuto ieri pomeriggio al Cuoa per l’incontro di apertura del 13° Festival Città Impresa, dedicato proprio al tema del capitale umano. Protagonisti, con il ministro, anche rettori di atenei (Michele Bugliesi di Venezia, Roberto Pinton di Udine, Donata Gottardi prorettrice di Verona, Giovanni Perrone del Dipartimento ingegneria di Palermo), il presidente di Fondazione Cuoa Federico Visentin e il presidente del Cesar di Confartigianato Vicenza Carlo Pellegrino.Da tutti è arrivato una sorta di appello corale a creare maggiore sinergia tra università e impresa. Un processo nel quale tutti possono “fare di più”, anche le imprese attraverso uno sviluppo del finanziamento privato alla ricerca e all’istruzione, che oggi, ha sottolineato Bugliesi, è ancora poco diffuso.

IL CONTRIBUTO DELLE IMPRESE. «Dobbiamo portare l’università nella società – ha convenuto Manfredi -. Serve un contributo da parte delle imprese a far crescere la competenza del paese, perché se abbiamo un paese più competente si può anche fare impresa in modo migliore. Dobbiamo fare uno sforzo comune per far crescere una cultura diffusa, a vantaggio di tutti. Anche i piccoli imprenditori devono capire che hanno bisogno di competenza all’interno delle aziende, che vuol dire anche sviluppare una visione più attenta dell’andamento dei prodotti e dei mercati. È un salto di qualità per il quale l’università può dare il suo contributo». Una difficoltà, ha spiegato il presidente del Cesar Pellegrino, sta nel fatto che in molte piccole imprese fare formazione non è sentita ancora come una necessità: «Invece la formazione è fondamentale, a partire dall’imprenditore e poi dai collaboratori».Si tratta allora di avvicinare questi due mondi, ha ribadito Federico Visentin, anche nel campo della formazione continua, dove l’università può dare il suo contributo. La sfida, per il rettore Pinton, è quella di creare punti di incontro perché l’impresa possa capire quali sono le opportunità per creare validi percorsi formativi.

PUNTARE SUI GIOVANI. Pensare al capitale umano, comunque, vuol dire pensare alle nuove generazioni. «Dobbiamo rendere i giovani protagonisti – ha detto ancora il ministro Manfredi. Non dobbiamo dar loro ricette preconfezionate. Va definito un percorso, certo, ma lasciando spazi liberi all’esperienza e alla contaminazione di saperi. Anche il rapporto con l’impresa deve rientrare in questo progetto, attraverso percorsi flessibili di formazione per lasciare maggiore libertà di scelta ai ragazzi. Non significa che ognuno fa quel che vuole, ma che, all’interno di un progetto didattico, si inserisce una serie di esperienze che lo arricchiscono. Anche alle imprese del resto serve un capitale umano che non sia fatto solo di esecutori, ma di risorse che abbiano sviluppato una loro personalità». Resta da capire, in tempi di Covid, quanto spazio ci sia per questi princìpi. Manfredi resta ottimista: «L’università ha attraversato mille anni di storia e sarà capace di adattarsi ai cambiamenti».

Robiglio: «Pmi, un rimbalzo timido La risalita è ancora lunga»

Il Giornale di Vicenza / 11 settembre 2020

Non parlategli di ripresa. «No. Non fosse altro che, per scaramanzia, non mi lascio andare ad entusiasmi in una situazione peraltro di incertezza sanitaria. Parlerei di un timido rimbalzo. La realtà è che siamo rotolati giù da una montagna e la strada della risalita è ancora lunga. E la politica non è del tutto consapevole di come supportare la ripresa. Quindi, come al solito, le imprese dovranno fare in buona parte da sole». Carlo Robiglio tiene il polso della Piccola Industria di Confindustria che esprime qualcosa come oltre il 90% degli associati, spina dorsale del Paese.

Oggi alle 15 al Palladio Museum è ospite del Festival Città Impresa sul tema della sfida della digitalizzazione, una delle leve per la ripresa. Dal suo osservatorio qual è la situazione presidente Robiglio? Il covid è stata una mazzata per la piccola e media impresa che si è abbattuto in un quadro già di non totale robustezza. L’Italia era l’unica grande potenza in Europa che doveva ancora del tutto riprendersi dalla crisi del 2008 attraversando alti e bassi e senza mai arrivare ad una ripresa forte e continuativa anche a causa, va detto, di un quadro politico di incertezza. Poi è arrivata la pandemia. Le ultime analisi macroeconomiche dicono però che il peggio è ormai alle spalle. Cosa ne pensa? La risalita è ancora lunga. Dopo il tonfo di diversi punti percentuali il lieve rimbalzo dell’ultimo trimestre non mi porta certo a fare proclami entusiastici perché, rispetto allo scorso febbraio prima del lockdown, la sofferenza è ancora a doppia cifra. Mi sento di dire, quello sì, che abbiamo arginato la caduta e le nostre piccole imprese hanno reagito al totale disastro e dimostrato una capacità di resilienza e adattamento a cambiare pelle. Quali sono oggi i fabbisogni delle imprese? La liquidità innanzitutto messa a dura prova dai mancati pagamenti e dal blocco dei consumi.

L’imprenditore sta vivendo sulla sua pelle un mondo che sta cambiando e in cui è necessario investire sulle managerialità, le competenze, la trasformazione digitale, la direzione del new green deal e quindi la sostenibilità e la centralità della persona, la formazione e i sistemi di welfare Dalla moratoria sui finanziamenti alle garanzie statali, ritiene che le azioni del governo non siano state sufficienti? C’è una questione di fondo: troppo assistenzialismo e troppa poca attenzione allo sviluppo. Il governo dovrebbe varare misure con facile ricaduta sulle imprese che hanno intenzione di crescere in percorsi virtuosi di cambiamento. Non è questione, tanto per capirci, di offrire la possibilità di acquistare un computer, ma di supportare lo sviluppo di un processo. E il governo non lo sta facendo. Cosa si aspetta dalle misure del Recovery Fund? Prima ancora di parlare di Recovery Fund, su cui come Confindustria stiamo lavorando e sulle cui linee di principio insisteremo anche nella nostra assemblea del 29 settembre, serve semplificare e sburocratizzare il “moloch” della pubblica amministrazione. Uno dei grandi problemi di oggi ad esempio è la mancanza di decreti attuativi: il governo racconta cose mirabolanti di cui però poi, proprio per mancanza di semplificazione, non si vede la ricaduta positiva. I decreti attuativi per il superbonus 110% nel decreto rilancio alla fine però sono arrivati. Questo non è positivo? È la politica dei bonus ad essere ormai un modo poco efficace di procedere. Serve tanto altro. Ad esempio, nel campo formativo, il sostegno alla formazione professionale per generare le competenze che servono davvero alle nostre imprese. Dal nostro Centro studi emerge che le imprese italiane nei prossimi due mesi cercheranno 200 mila figure nell’Ict e non le troveranno.

Ci sono gap epocali su temi di buon senso che non si risolvono con il reddito di cittadinanza ma investendo sulla formazione dei giovani in modo che possano lavorare nelle imprese che li cercano. Avete criticato non poco il blocco dei licenziamenti, perché? Abbiamo sostenuto che fosse di buon senso all’inizio della pandemia, ma non si può pensare di sostenere il Paese in questo modo perché le imprese restano ingessate mentre devono pensare a nuovi percorsi di sviluppo che prevedono nuovi investimenti. Crisi e recessioni sono sempre più frequenti e spingono verso una crescita delle dimensioni aziendali. È questo il futuro della Piccola industria? La crescita ha tante sfaccettature.

Crescita è creare le precondizioni affinché l’impresa sia competitiva sui mercati internazionali. Crescita significa anche aggregazioni, reti d’impresa e soprattutto filiera, concetto verso cui noi spingiamo: decine, centinaia di piccole imprese che creano ecosistemi e lavorano per grandi imprese esportatrici. Arriva a Vicenza, provincia industrializzata ed esportatrice. Qual è stato l’impatto del covid nelle diverse aree del Paese? Il covid ha polarizzato le differenze. Vicenza è un’area molto forte, un’eccellenza nazionale ma direi quasi mondiale, che ha la fortuna di basarsi su un tessuto imprenditoriale capace di cambiare pelle in modo veloce e senza aspettare le misure del governo. In altri territori che già soffrivano tanti problemi, gli imprenditori sono eroi. Che autunno si aspetta? Sono certo della reazione degli imprenditori: saranno ancora loro a tenere in piedi l’Italia. Sono molto preoccupato per il sistema Paese che non vedo pronto a supportare le imprese.

Monito di Gentiloni sul Recovery fund: “L’Italia non lo usi per tagliare le tasse”

AGI / 11 settembre 2020

Il Commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni è tornato ad auspicare che i fondi del Recovery Fund non vengano utilizzati dall’Italia per “una generica riduzione delle tasse”.

“Diverso è se in alcuni interventi di riforma – ha poi aggiunto intervistato in video collegamento nell’ambito del Festival Città Impresa di Vicenza – in interventi verso il Mezzogiorno o verso il mercato del lavoro si inseriscono limitatissimi risvolti di natura fiscale, ma certamente non possiamo dire che dei 200 miliardi di euro tra prestiti e trasferimenti, l’Italia ne userà diverse decine per ridurre le tasse. Questo non sarebbe considerato il modo migliore per andare nella direzione che la Commissione auspica”.

Gentiloni ha sottolineato: “Siamo di fronte ad una tragedia che ha provocato una sciagura economica ma anche ad una straordinaria occasione. Il piano europeo di recovery è più che paragonabile al famosissimo piano Marshall degli anni ’40”. Secondo il commissario, “il piano di Green Deal ad esempio vale più o meno 10 volte il programma americano Apollo per lo sbarco sulla luna – ha proseguito – Io penso che il tessuto imprenditoriale italiano abbia tutti i numeri per reagire e mi auguro che ci sia anche dalle nuove generazioni di imprenditori una grande voglia di cogliere queste opportunità”.

Il ritorno al Patto di Stabilità

Le regole sulla sospensione del Patto di Stabilità, ha spiegato ancora Gentiloni, “dicono che si attiva in caso di grave peggioramento economico per tutta l’Ue” e che quindi, di riflesso, significa che “sarà rimossa quando quando questo grave peggioramento, che riguardi tutta l’economia europea, sarà finito”. Quindi, ha sottolineato il commissario europeo, “oggi abbiamo solo detto che il prossimo anno manterremo il sostegno di Bilancio e non abbiamo discusso le tempistiche”. Secondo Gentiloni, “il prossimo anno sarà essenziale, comunque, per riprendere le discussioni a riguardo”.

Per il futuro, ha affermato Gentiloni, “ci aspettiamo che la maggior parte degli Stati membri non raggiunga i livelli di Pil precedenti alla crisi prima della fine del 2021”. Una previsione analaga a quella formulata oggi dalla presidente della Bce, Christine Lagarde. Dopo l’allentamento del lockdown, ha spiegato, “abbiamo visto un forte rimbalzo dell’attività a giugno e luglio ma l’attività è diminuita di nuovo nelle ultime settimane. Secondo alcuni indicatori la velocità della ripresa è inferiore rispetto a giugno e luglio”, ha aggiunto.

“I dati sul Pil relativi al secondo trimestre pubblicati dall’Eurostat questa settimana confermano che siamo in una profonda contrazione economica, dell’11,8% nell’Eurozona, e confermano anche che questa contrazione è profondamente disomogenea, con un calo del Pil che va dal 4% al 18% nei diversi Paesi. Quindi il rischio di frammentazione esiste”.

Bono (Fincantieri): «Per tornare a investire bisogna semplificare la vita agli imprenditori»

L’Economia del Corriere della Sera / 11 settembre 2020

L’Italia che riparte, le imprese che tornano a investire sui territori e sulle persone, l’urgenza di semplificazione normativa. Sono questi i temi emersi durante il primo incontro del festival Città Impresa di Vicenza che ha portato sul palco tre realtà d’eccellenza del Made in Italy. Dice Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri: “Il Paese non cresce da 30 anni. Per tornare a investire bisogna semplificare la vita agli imprenditori, la categoria va supportata e non ostacolata. Oggi un sovrintendente può bloccare un intero cantiere, per non parlare delle responsabilità dei direttori lavori in caso di incidenti”. Non è solo un problema di norme però: le aziende di oggi fanno fatica a reclutare i tecnici di domani. “In Italia se si parla di futuro abbiamo tre problemi – incalza Bono -. In primo luogo l’alta disoccupazione giovanile. Poi i giovani che non vogliono più fare impresa. E infine la mancanza di competenze: pochi ingegneri e tecnici. In Fincantieri siamo costretti a cercarli all’estero ed è un dramma. La risorsa fondamentale di un’azienda non è il denaro ma sono le persone”.

La mancanza di capitale umano tocca da vicino anche un’altro settore in cui l’Italia è un’eccellenza da 30 miliardi di euro di fatturato l’anno e 70 mila occupati: il farmaceutico. “Non ci sono medici – sottolinea Lucia Aleotti, consigliere di Menarini Group – per la produzione dei farmaci. Ad oggi con la scelta di mantenere il numero chiuso a Medicina ci ritroviamo in una situazione paradossale. In piena pandemia se decidiamo di assumere un medico siamo consapevoli di sottrarlo al Sistema sanitario nazionale. Occorre invece investire per avere personale sia per il mondo pubblico che per quello privato”. Aleotti pone la questione di lavorare con i territori e le università per promuovere sinergie efficaci. “I territori hanno consapevolezza del tessuto industriale e spesso Roma non ne coglie le necessità o non ne valorizza gli sforzi. Menarini, ad esempio, a giugno ha acquisito la società Stemline Therapeutics quotata al Nasdaq ma la notizia è passata nel silenzio della politica”, aggiunge.

Che i territori siano una risorsa per il Paese lo pensa da sempre anche Andrea Pontremoli, ad di Dallara, impegnato nel rendere l’area di Parma più attrattiva. Racconta: “Abbiamo ideato l’associazione ‘Parma io ci sto’ per rilanciare il nostro territorio. Il tutto coinvolgendo sindaci, istituti tecnici, università e aziende del settore automotive come Lamborghini e Ferrari. Non si può pensare di agire da soli. Occorre mettersi insieme”. Tra i progetti in corso le 6 lauree magistrali del neonato Consorzio Muner, dedicate alle professioni del futuro nel mondo dell’automobile. L’ambizione è rendere il parmense una moderna Silicon Valley dell’auto facendo arrivare i migliori studenti da tutto il mondo. “Nel 1500 l’Italia ha raggiunto l’apice con il Rinascimento. Allora Cina e India valevano il 60% del pil mondiale, nell’800 sono scese al 5 complice l’industrializzazione. Oggi risalgono al 38%. Perchè l’Italia con il suo saper fare non puó vivere un nuovo Rinascimento diventando mediatore tra l’Occidente e l’Oriente?”, conclude.

Il ministro Gaetano Manfredi a Vicenza visita il digital innovation hub di confartigianato, punto di snodo tra tecnologia, ricerca e tessuto produttivo

ConfartigianatoVicenza.it / 11 settembre 2020

Ospite del Festival Città Impresa, in programma fino al 13 settembre in diverse location vicentine, il Ministro dell’Università e delle Ricerca, Gaetano Manfredi, ha fatto tappa giovedì 10 settembre al DIH- Digital Innovation Hub di Confartigianato Imprese Vicenza.

Quella vicentina, è stato spiegato al Ministro, rappresenta una delle maggiori realtà provinciali del sistema Confartigianato spesso pioniera di iniziative e progetti di ampio respiro e di sperimentazione innovativa. È il caso del DIH nato nel 2016 dalla consapevolezza che le nuove frontiere della tecnologia, dell’IOT, della robotica (anche assistiva), l’e-commerce, della sicurezza informatica, ed elaborazione dati, avrebbero cambiato il modo di essere imprenditore e di fare impresa, anche nelle imprese artigiane e nelle piccole imprese.

In provincia sono 84mila le imprese delle quali 24mila artigiane (quasi il 24%) in cui lavorano 71mila persone per un valore aggiunto prodotto che si aggira sui 4miliardi di euro. Proprio in quei contesti, in cui il ben fatto, la produzione su misura e non seriale, è l’elemento distintivo le nuove tecnologie possono esprimere al meglio le loro potenzialità anche nei processi nei processi produttivi di piccola scala.

Nel tempo l’intuizione di Confartigianato Vicenza si è rilevata vincente con aziende di piccole e medie dimensioni che, avvicinandosi a queste realtà, hanno apportato innovazione di processo e prodotto, modificando il loro modo di fare business e approcciare i mercati (internazionali e nazionali).

Il DIH nel tempo è quindi diventato punto di riferimento per le aziende per il trasferimento tecnologico e per la formazione digitale dei giovani e per quella continua rivolta agli imprenditori e loro collaboratori. E con l’emergenza sanitaria avere tale punto di riferimento si è dimostrato essere una marcia in più per molte aziende grazie alle numerose attività di consulenza di accompagnamento al sapere digitale, anche attraverso webinar, e allo sviluppo dell’e-commerce che ha interessato anche il mondo dell’artigianato.

Fondamentale punto di interscambio con le imprese, il DIH è convenzionato con numerose realtà accademiche (dal Politecnico di Milano a Ca Foscari, dall’Agenzia Spaziale Italiano all’ESA) e socio fondatore del Competence Center Artes 4.0. (che ha tra i suoi partner la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’istituto Italiano di Tecnologia e il CNR).

“Se da un lato le collaborazioni con università e centri tecnologici di eccellenza favoriscono opportunità di crescita per il territorio (anche in termini di sostenibilità) e le imprese, dall’altro forniscono al mondo accademico l’occasione di ripensare ai percorsi di formazione rendendoli più aderenti alle concrete e mutevoli necessità del mercato del lavoro – ha illustrato al Ministro il vice presidente di Confartigianato Vicenza, Gianluca Cavion-. Il nostro obiettivo, penso condiviso, è che l’università entri fattivamente nel segmento delle piccole e micro imprese. Il nostro territorio e il nostro Paese non possono permettersi di perdere il treno della conoscenza e della ricerca universitaria portata in azienda, solo per una questione di dimensione d’impresa”.

Basta ricordare che le piccole e medie imprese rappresentano nel Veneto il 99,2% del totale imprese sotto i 50 dipendenti e il 93,5 tra gli 0 e 9 dipendenti.

Numeri che lasciano pochi dubbi sul fatto che il mondo accademico non possa più prescindere dal trovare punti di contatto con queste realtà, aziende che creano business, filiere, e contribuiscono alla bilancia delle esportazioni. Vicenza, ad esempio, è la 3ª provincia italiana per export con 18.2miliardi di euro di cui il 46,2% prodotto da settori a maggior concentrazione di pmi”.

“L’auspicio quindi – ha concluso Cavion- è che il mondo delle università, della ricerca e della formazione trovino modalità di trasferimento del loro sapere accademico alle imprese di piccole e medie dimensioni”.

Dal canto suo il Ministro ha riconosciuto “l’importante ruolo di strutture con quella vicentina nel mettere in comunicazione il mondo delle piccole imprese, così come le grandi, con quello delle università e dei centri di ricerca che possono contribuire a dare competenze e skills indispensabili per cogliere la grande opportunità di transizione tecnologica e digitale che ha cambiato, e sta cambiato, in maniera drastica il mercato”. “L’Università – ha poi aggiunto Manfredi- è una grande struttura che ha funzione e obbligo di formazione e ricerca ma che deve anche sentirsi responsabile di quanto questo abbia un impatto sulla società e nel mondo economico. Quindi i ricercatori debbono uscire dai loro laboratori e interfacciarsi con la realtà economica e con gli imprenditori. In questo senso strutture come quella vicentina possono davvero costruire questo positivo dialogo tra i due soggetti”.

“Come i ricercatori, anche gli imprenditori però – ha aggiunto il Ministro- debbono uscire dalle loro imprese, soprattutto quando si sono fatti da sé, perché non è più pensabile poter sopperire alle esigenze del mercato e dell’impresa senza fare rete o avvalersi di competenze specifiche. In un mondo globale con una competizione così forte, dove mercati e tecnologie si evolvono in maniera così rapida, nessuno può farcela da solo”.

Il messaggio finale quindi del Ministro, a conferma di quanto presentato dal DIH, è che gli imprenditori devono avere l’umiltà di mettersi in gioco e capire che solo cooperando e migliorando le competenze possono essere davvero competitivi e salvaguardare quel patrimonio imprenditoriale che hanno contribuito a creare.

Al termine della visita in Confartigianato Vicenza, il Ministro si è poi spostato al Cuoa per l’incontro sul tema “Curare il Capitale Umano” che ha visto tra gli interlocutori anche Carlo Pellegrino, presidente del CESAR, altro importante ente di formazione di Confartigianato Vicenza che propone corsi di aggiornamento e formazioni a imprenditori e ai loro collaboratori, altri importanti soggetti che contribuiscono alla crescita e sviluppo delle imprese (come sottolineato anche dal Ministro).

 

Il 4.0 all’epoca dello Smart Working

ilFRIULI.it / 11 settembre 2020

“L’emergenza sanitaria ha accelerato i processi di digitalizzazione per dare continuità all’operatività delle filiali e garantire, al contempo, la sicurezza dei colleghi. Noi lavoriamo con il supporto della multicanalità da molti anni: con l’integrazione dei canali fisici tradizionali, vale a dire le filiali, e i canali digitali più innovativi come la filiale online, la piattaforma di Internet Banking e la app Intesa Sanpaolo Mobile, abbiamo reso i nostri servizi accessibili sempre e ovunque, a privati e imprese”, ha detto Matteo Casagrande Paladini, responsabile relazioni territoriali direzione regionale Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige di Intesa Sanpaolo, al Festival Città Impresa di Vicenza.

“Durante il lockdown, abbiamo ampliato queste operatività abilitando la sottoscrizione a distanza anche delle operazioni creditizie, come le moratorie e le erogazioni di finanza. Per far fronte alle esigenze della clientela durante il periodo del Lockdown, sono state create delle task force di colleghi che, dotati di adeguata strumentazione, hanno operato in smart working servendo clienti di tutto il territorio nazionale”.

“Le persone che usufruiscono dello smart working in Filiale, nelle strutture centralie nelle task force, sono passate da 14 mila a circa 60 mila nei primi mesi del 2020, con una conseguente riorganizzazione del modo di lavorare. Intesa Sanpaolo sta proseguendo e intensificando gli investimenti in formazione e strumentazione informatica nell’ottica di un nuovo equilibrio tra lavoro da remoto e in sede. La digitalizzazione e lo sviluppo di soluzioni innovative per il sistema bancario rientra nel piano d’impresa 2018-202 che prevede lo stanziamento di 2,8 miliardi di euro per completare la trasformazione digitale del Gruppo e offrire ai clienti servizi sempre più semplici e innovativi, attraverso piattaforme multicanale evolute”.

Tra sostenibilità e risorse così ripartono i «campioni». Dal 10 al 13 settembre torna il Città Impresa

L’Economia / 7 settembre 2020

Erano pronte a crescere ancora, a tentare il salto dimensionale decisivo, magari a concludere un passaggio generazionale, oppure stavano pensando alla Borsa. La pandemia ha segnato uno «stop» obbligato anche per le imprese Champions, le mille italiane eccellenti e profittevoli individuate dall’indagine de L’Economia con ItalyPost. Da Scarpa a Davines, da Manteco a Panguaneta a Somec, solo per fare dei nomi, tutte avevano già battuto la crisi del 2009 e trainavano il Paese con la loro forza innovativa, il «saper fare» apprezzato sulle piazze globali, la loro solidità. Oggi, a pochi mesi dal lockdown e dal blocco produttivo e industriale, non ci sono dubbi che spetti ancora a loro il compito di indicare la via giusta per la ripresa. Il «come», e con quali mezzi, andrà cavalcata, sono i temi al centro della 13esima edizione del Festival Città Impresa, a Vicenza dal 10 al 13 settembre con un’edizione speciale, dal vivo e in digitale (il programma completo su: festivalcittaimpresa.it; posti in presenza limitati, prenotazioni: info@goodnet.it). Al centro della scena ci saranno proprio loro, cinquanta imprenditori «campioni», insieme ai quali capire come l’Italia può tornare a crescere.

La manifestazione sarà dunque un vero e proprio «test», che misurerà il polso della nostra industria, mettendo a confronto le imprese con gli economisti, i consulenti, gli addetti alla formazione, i giornalisti, per un totale di 120 relatori, 30 eventi e due sezioni tematiche (lean management e finanza). Perché uno scenario complesso richiede risposte complesse, che solo un dibattito articolato e punti di vista diversi possono restituire. Così, ad esempio, se per Daniele Lago, patron dell’omonima azienda veneta di mobili di design, il segno più è già tornato e ora le previsioni sono migliori che nello scenario no Covid, sarà utile capire se per l’automotive e la farmaceutica, altre bandiere del made in Italy, è così.

Diretta da Raffaella Polato, inviato speciale del Corriere della Sera, la kermesse è promossa da ItalyPost, L’Economia del Corriere e Comune di Vicenza, in collaborazione con la Commissione Ue, Intesa Sanpaolo e Lago. Tra le voci che animeranno il dibattito, i ministri Gaetano Manfredi, Giuseppe Provenzano, e il già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. E ancora, saranno a Vicenza il manager Vittorio Colao, Giuseppe Bono, ceo di Fincantieri, Lucia Aleotti, consigliere di Menarini, Andrea Pontremoli, ceo di Dallara, Alberto Bombassei, presidente di Brembo, gli economisti Lorenzo Bini Smaghi, Francesco Daveri, Francesco Giavazzi, Veronica De Romanis, e Luciano Fontana, direttore del Corriere. Emma Bonino, Romano Prodi e Paolo Gentiloni saranno intervistati in streaming da Dario Di Vico.

«Le aziende Champions sono già protagoniste nella fase di ripartenza – spiega Filiberto Zovico, fondatore del Festival e di ItalyPost –. Molte diventeranno “aggregatori” nei settori maggiormente in difficoltà, rafforzando le filiere e contribuendo a creare un tessuto industriale più solido, che può uscire vincente dalla crisi». Tra le strategie da mettere subito in atto, e di cui si dibatterà a Vicenza, una spinta ancora più decisa verso il digitale e il 4.0, la sostenibilità, da riconsiderare come fattore competitivo, la formazione continua e la «cura» del capitale umano, motore di ogni azienda. Non solo delle Champions.

 

Capitale umano e aziende, al Festival Vicenza Città Impresa le ricette per ripartire nel post-Covid

Corriere della Sera / 02 settembre 2020

Come ripartire nonostante il Covid-19, su quali elementi puntare per sostenere le aziende e farle espandere in un’economia che uscirà profondamente modificata dalla pandemia. È un festival orientato al futuro e insieme al cauto ottimismo, il 13esimo Festival Vicenza Città Impresa che si apre giovedì 10 nella cittadina veneta. Già dall’impianto si caratterizza per la reazione — in sicurezza — al Covid: gran parte della quattro giorni di appuntamenti, incontri, interviste e dibattiti si svolgerà «in presenza», anche se ci saranno ospiti in collegamento video e la partecipazione del pubblico sarà inevitabilmente contingentata — sulla base dell’ordine delle prenotazioni — per le norme anti-Covid.

Gli ospiti

Già confermata la presenza dei ministri dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, e del Sud, Giuseppe Provenzano, dell’ex sottosegretario nel governo Conte Giancarlo Giorgetti (Lega), del top manager e già capo dela task-force Vittorio Colao e, in video, del commissario europeo agli affari economici Paolo Gentiloni, dell’ex premier Romano Prodi e della senatrice Emma Bonino, intervistati da Dario Di Vico.

Come ripartire

«Portiamo sul palco una cinquantina di imprenditori “Champions” a farci raccontare come stanno riprendendo dopo il Covid», spiega il fondatore del Festival, Filiberto Zovico, presidente di Italypost, «tastiamo il polso reale della piccola e media impresa, ma anche di quella grande. Il filo conduttore sono i punti sui quali basare l’uscita dalla crisi: capitale umano, digitalizzazione, sostenibilità, l’importanza strategica della proprietà intellettuale e dei brevetti» (e in questo senso va la spinta dell’Italia per conquistare una sede del Tribunale dei Brevetti). Un rovesciamento di prospettiva, dal basso, da chi ogni giorno si confronta sul mercato, come contributo all’analisi di economisti e politici, è il cuore del Festival. Sotto questo profilo, continua Zovico, «le 50 imprese Champions individuate sono quelle già uscite indenni dalla crisi del 2008 e che adesso, perché strutturate finanziariamente, nel capitale umano nei processi e nella visione, faranno da traino nella prossima fase, anche inglobando le imprese che non ce la faranno, salvando così parti importanti di tessuto produttivo e di competenze».

Nei quattro giorni

Promosso da Italypost e da L’Economia del Corriere della Sera con main partner Intesa Sanpaolo e Lago, diretto da Raffaella Polato, tra gli ospiti si segnalano Giuseppe Bono, Lorenzo Bini Smaghi, Lucia Aleotti, Andrea Pontremoli, Marco Bentivogli, Alberto Bombassei, Pietro Ichino, Antonio Calabrò, Aldo Bonomi, Maria Paola Merloni, Ermete Realacci, Francesco Daveri, Gregorio De Felice, Francesco Giavazzi, Angelo Panebianco, Veronica De Romanis, Ilvo Diamanti, Luciano Fontana, Alessandra Sardoni, oltre alle imprese Champions, come la tessile Manteco, una di quelle che sta resistendo meglio alla crisi, la Umbra Group, industria aerospaziale da oltre 300 milioni di fatturato, le quotate Sicit e Somec, l’informatica Quid, partecipata anche da un fondo d’investimento.

Faro sul territorio

Le imprese del Vicentino e del Veneto continuano ad essere uno dei motori del Pil italiano: «Dobbiamo imparare a convivere con la pandemia», ha detto ieri in conferenza stampa Agostino Bonomo di Confartigianato Veneto, «abbiamo scoperto con il lockdown quanti danni si subiscono». Di necessità di «investire sulle filiere a maggiore valore aggiunto» ha parlato Alessandro Leone, direttore di Cna Veneto Ovest, mentre Andrea Bovone, managing partner di Equinox, ha sottolineato l’importanza della finanza per accompagnare le imprese nella crescita durante i momenti di discontinuità ma anche l’importanza di saper sceglierle, in particolare in una fase di incertezza.

 

Vescovi al Città Impresa: «Non serve beneficenza, ma lavoro vero»

Il Giornale di Vicenza / Settembre 2020

Stato e mercato, avversari sul ring o compagni di squadra? Tema sul quale si sono confrontati, l’altra sera, al ridotto del teatro comunale, rappresentanti dei mondi in prima linea nella tenuta del sistema economico, sociale e politico italiano. L’occasione si è presentata con l’incontro “Stato e imprese. Davvero è possibile un ingresso a termine?” del festival Città impresa. A parlarne, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale; Luciano Vescovi, presidente Confindustria Vicenza; Vittorio Colao, guida della task force che ha redatto il piano per la ripartenza del Paese; Lorenzo Bini Smaghi, presidente Société Générale, Mariacristina Gribaudi, presidente Keyline e fondazione musei civici di Venezia; e Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera. Competenza, azione e responsabilità le urgenze emerse, con lo Stato chiamato a dare risposte efficaci. Anche in vista dei 209 miliardi di euro del Recovery fund, occasione che nessuno vuol vedere sprecata.

Lo Stato, secondo Provenzano, dev’essere un alleato nelle diverse partite aperte, tra cui quella della digitalizzazione delle reti. Il nodo è se sia attrezzato a farlo e la risposta del ministro per ora è pessimista. Da qui la convinzione che «immettere una nuova generazione nei ranghi dell’amministrazione pubblica, con competenze e qualità, non è statalismo, è l’esatto opposto. L’impresa ha interesse nell’avere di fronte un’amministrazione che sappia parlare con essa. Abbiamo una cattiva burocrazia perché non è più in grado di fare il suo compito. Dobbiamo semplificare». Ma come ci si attrezza? «È essenziale la ricostituzione della fiducia tra cittadini e istituzioni e c’è il bisogno dello sforzo di tutti, pubblico e privato. L’obiettivo comune è avere un’Italia più moderna, competitiva, più giusta».

Per le Pmi parla Gribaudi che chiede «uno Stato veloce, che capisca e condivida la nostra creatività e velocità di pensiero». Vescovi sottolinea il ruolo chiave delle imprese, ricordando le performance di importanti aziende vicentine, capaci di segnare decisi incrementi di produttività grazie anche «al piano 4.0 che ha spinto all’investimento». Imprese che, precisa, «in Italia hanno generato 460 miliardi di export nel 2019 e 60 miliardi di surplus commerciale, che è l’unica garanzia che in questo momento l’Italia ha nei confronti del mondo». Un modello positivo emerso anche nell’esperienza Covid.

«Il trucco è il contesto – sottolinea il presidente di Confindustria Vicenza – durante il Covid lo Stato, gli Spisal non si sono messi a fare i burocrati, ma hanno accompagnato le aziende e gli imprenditori si sono sentiti protetti. Con loro e altri funzionari pubblici preparati e intelligenti in Veneto abbiamo costruito un progetto di distretto territoriale industriale che un’enorme potenzialità ed è a servizio del Paese. In Italia abbiamo bisogno di recuperare uno spirito civico comune. Adesso ci sono 209 miliardi? Se sono soldi buttati in stupida beneficenza non ne vogliamo neanche un euro. Vogliamo soldi che generino lavoro vero per i giovani, e qui noi non troviamo giovani. Abbiamo bisogno di scuole di formazione».

 

Festival Città Impresa 2020 a Vicenza

Secondowalfare.it / Settembre 2020

Il Festival Città Impresa – promosso da ItalyPost e L’Economia del Corriere della Sera – è un’iniziativa volta ad approfondire le questioni chiave dell’economia e della società contemporanea.

La tredicesima edizione della manifestazione si svolgerà dall’11 al 13 settembre 2020 a Vicenza. Gli eventi si terranno in presenza ma, essendo il numero di posti in sala limitato, saranno anche trasmessi sui canali digitali per permettere a tutti di seguirli. Inoltre ci sarà una sezione speciale diretta da Dario Di Vico, inviato Corriere della Sera, con interviste a personaggi chiave del dibattito politico ed economico: Romano Prodi, Emma Bonino e Paolo Gentiloni.

Il Festival, diretto da Raffaella Polato, inviato speciale del Corriere della Sera, si caratterizza inoltre per la presenza e l’intervento di 50 imprenditori Champions, le imprese selezionate dal Centro Studi ItalyPost e L’Economia del Corriere della Sera sulla base dei risultati di bilancio degli ultimi sei anni. Un programma di 30 incontri con circa 120 relatori, tra cui manager, economisti, figure istituzionali, esponenti di primo piano del mondo dell’informazione, delle associazioni di categoria economica e del sindacato.

In particolare, nel corso del Festival sarà attivato il progetto Academy di Vicenza Città Impresa-Festival delle Imprese Champions, aperto a studenti dei corsi di laurea triennale, specialistica, master, dottorato e ITS di tutte le università italiane che si propone di far conoscere loro il mondo del mercato del lavoro del nostro Paese.

Il progetto Academy permetterà a un numero selezionato di studenti di partecipare in modo agevolato al festival, attraverso l’accesso preferenziale a tutti gli eventi (convegni, workshop, seminari) in calendario e alle due sezioni tematiche “Lean management” e “Finanza” e grazie a momenti di incontro e approfondimento con i grandi nomi delle imprese champions. Per gli studenti interessati è possibile partecipare ad un bando che mette a disposizione delle borse di soggiorno per partecipare al progetto a costi molto ridotti. C’è tempo fino al 2 settembre per candidarsi.

 

Tiziano Treu e la figura ispiratrice di Rossi

Il Giornale di Vicenza

Alessandro Rossi è una figura da cui gli imprenditori di oggi possono ancora trarre ispirazione? Una domanda che merita una riflessione profonda. Una riflessione, nel 200esimo anniversario della nascita del grande industriale, che oggi alle 17 sarà proposta negli spazi del lanificio Conte di via Pasubio dal giuslavorista Tiziano Treu, per due volte ministro del Lavoro (con i governi Dini e Prodi) ma anche ministro dei Trasporti e della navigazione nell’esecutivo D’Alema. Il giuslavorista, presidente del Cnel dal 2017 dialogherà con il caporedattore del nostro Giornale Marino Smiderle.Questo è il secondo appuntamento degli ormai tradizionali “Incontri di primavera”, organizzati dal centro di cultura “Card. Elia Dalla Costa” entrato nel 37° anno di attività. La terza ed ultima proposta del mini-ciclo sarà a suon di musica: giovedì 4 aprile, alle 20.30 nella chiesa di San Francesco di via Baratto, è in programma “Dal clavicembalo al jazz”, un percorso musicale con il pianista Bruno Canino. Tutti gli incontri del centro “Dalla Costa” sono stati messi in calendario ad ingresso libero.