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Il festival dei territori industriali oggi a Piacenza: il coraggio di osare

La Libertà / di Giangiacomo Schiavi

Piacenza è sulle traiettorie dell’innovazione, delle nuove reti e dei flussi che dal Nord Est passano per Milano e arrivano a Bologna, dicono gli economisti. Però le Ferrovie sono rimaste indietro e i ponti con la Lombardia sono pericolanti. Una verità e un paradosso fotografano con la nuda essenzialità dei fatti lo stato di una città che appare adagiata su se stessa: vede passare i treni dello sviluppo, ma rischia di perderli.

E allora ben venga una chiamata alle armi, anzi all’azione, che mette insieme Imprese e Comune, e passa attraverso il dinamismo delle aziende e la cultura dei territori, riaccendendo quei motori che sono alla base di ogni rilancio, rubricati oggi sotto un’unica voce: attrattività. Piacenza deve essere più attrattiva, deve creare le condizioni affinché si formi un ambiente predisposto all’innovazione, in grado di creare un contesto strategico per chi fa impresa e trova qui robusti punti di forza con la tradizione, la storia, la qualità professionale. Un ambiente capace anche di visioni, fino ad osare l’impossibile e candidarsi a qualcosa
di inedito e di nuovo: capitale di un’altra Europa, ha detto generosamente l’altra sera il critico d’arte Philippe Daverio, sublimato dall’incanto di palazzo Farnese. A noi basta dire: una città bella e digitale, rapida e accessibile, umana e di qualità, culturale e inclusiva.

Certo, le precondizioni sono necessarie: strade, ponti, ferrovie rappresentano il punto di partenza  di ogni percorso, ma servono anche obiettivi ambiziosi, perché senza quelli resta fermo il circuito delle idee . Ogni tanto bisogna puntare alla luna, vincendo una  naturale idiosincrasia anche a mettersi in mostra, sfruttando meglio quel marketing territoriale che in altre province è stato vincente. Questa, è pur sempre la città dove  è cresciuto, al Collegio Alberoni, il pensiero scientifico e filosofico di Gian Domenico Romagnosi, uomo di diritto, maestro di quel Carlo Cattaneo che a Milano ha coltivato con il federalismo la fiducia nell’uomo e nell’industria che porterà alla nascita del Politecnico. E da Romagnosi, teorico del positivismo e dell’incivilimento, si può proprio partire, da un lascito sviluppato dal suo migliore allievo sulla fisica della ricchezza. Le architravi sono queste: natura, lavoro, capitale e cittadinanza.

Piacenza ha questi asset, buone carte da giocare per la citta e per le sue valli. E la vicinanza con Milano aggiunge punti alla sua classifica. Una sessione del meeting di oggi è intitolata: “I champion: cosa serve per crescere”. Voci dal mondo dell’imprenditoria. Un titolo che si può leggere come una metafora calcistica applicata alla crescita economica. C’è chi si accontenta di giocare in serie C e chi punta alla serie A e poi ancora più su. Il calcio a Piacenza è arrivato alla serie A, ha imposto uno stile, ha dato un esempio più che mai attuale: squadra simpatica, tutta italiana egioco frizzante come il Gutturnio. Non è una botta di nostalgia. Se si vuole – se ci si stringe attorno a un progetto di città, se
non si perdono i treni, se con le imprese e le tre università si cercano nuove rotte per il futuro, se
c’è un’adesione convinta dei soggetti coinvolti – si può fare.