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Lombardia-Germania, prima catena del valore in Europa e motore di ripartenza

L’Eco di Bergamo / di Simone Casiraghi

Una sfida trasformata in partnership industriale

Italia-Germania, al netto della sacralità del campo calcio, non è mai stata una sfida da giocare. Da dentro una, o fuori l’altra. La prima, l’Italia, perché non può fare a meno dell’altra. Ma nemmeno la seconda, la Germania, guardando numeri, sistema industriale, modello economico può guardare avanti a prescindere da Roma. Sono le prime due economie manifatturiere d’Europa. E a questa relazione, in particolare da almeno dieci anni, non le si assegna più una natura competitiva, ma piuttosto “complementare”, due paradigmi che si integrano.

I due sistemi industriali e produttivi sono talmente simili che l’ex presidente della Camera di Commercio italo-germanica, Gerhard Dambach (che ha lasciato l’incarico lo scorso giugno a Monica Poggio, Ceo di Bayer) non ha esitato alla fine a sollecitare «velocemente, ma uniti» ogni sforzo per ripristinare la «joint-production italo-tedesca» in ogni settori chiave e dopo la grave crisi Covid. Limitare però il rapporto fra Italia e Germania alla “sola” dimensione economica «è quasi riduttivo – spiega uno degli ultimi outlook Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale -, le relazioni economiche sono centrali, ma i legami fra i due paesi sono molto più profondi ed estesa con un portata storica e culturale, tanto da suggerire – si legge – l’espressione di un inequivocabile interesse nazionale».

L’economia, oggi, resta comunque un buon punto di partenza.
È vero invece che il passato di questa relazione non sarà più tanto il terreno su cui impostare il futuro. Negli ultimi due anni è cambiato molto il perimetro dentro cui si sono comunque consolidati i rapporti di partnership economica e industriale.
Al proprio tavolo entrambi i paesi oggi stanno lavorando per un rispettivo “nuovo miracolo economico”, partendo dall’affrontare ancora l’emergenza sanitaria, con una ripartenza industriale in piena difficoltà di mercato, con il problema dell’interruzione delle catene di rifornimenti all’industria e con l’emergere di qualche incertezza sulla reale tenuta della ripresa.
Ma soprattutto entrambi sono in corsa per un piano nazionale di ripartenza e resilienza (Pnrr) mai così ricco di risorse economiche (soprattutto per l’Italia con 223,91 miliardi, compreso il fondo React-Eu, contro i 28,6 miliardi della Germania), fatto investimenti nelle infrastrutture materiali e intangibili del Paese, per le transizioni epocali ecologica e digitale, per le riforme strutturali.

Le due transizioni che rafforzano l’alleanza industriale

Ma le due transizioni sono il nuovo terreno comune e dichiarato della crescita economica, sul quale si rafforzerà la nuova collaborazione. Mario Draghi: «I temi della sostenibilità, della digitalizzazione e dell’interconnessione tra le nostre economie, le nostre sfide sono legate alla transizione ecologica. Vogliamo accelerare l’impegno di decarbonizzazione, ridurre le emissioni e puntare su tecnologie all’avanguardia come l’idrogeno, su cui c’è una collaborazione strutturata a livello europeo». Le stesse priorità della Merkel, almeno fino a un mese fa: «La Camera di commercio italo-tedesca ha fatto tanto affinché i nostri due Paesi crescessero assieme – ha detto -. Oggi per continuare a farlo puntiamo a sostenibilità e digitalizzazione».

I due sistemi industriali sono entrambi fortemente vocati all’export, entrambi interdipendenti per valore degli scambi commerciali, entrambi sono manifatture per loro natura esposte ai rischi della volatilità della domanda estera, oltre che alle dinamiche delle forniture.

Ma come mettono in evidenza nell’ultimo report prospettico sulla Germania del dopo-Merkel gli esperti dell’IspiAntonio Francavilla Davide Tentori, la Germania è soprattutto «uno dei principali hub manifatturieri del mondo insieme a Stati Uniti e Cina: il 43% delle esportazioni nette tedesche sono possibili grazie all’integrazione del sistema produttivo tedesco nelle global value chains».

Ed qui che emerge la vera dimensione del rapporto Italia-Germania, il protagonismo reciproco dentro a una catena globale del valore che le tiene strettamente interconesse. Dietro all’alto valore aggiunto dell’export tedesco vi sono infatti anche moltissimi prodotti intermedi o semilavorati italiani, tra l’altro in settori chiave come la meccanica di precisione.

Automotive, chimica, e macchinari, le tre principali industrie tedesche, sono ampiamente integrate nelle catene globali del valore. E l’industria di Bergamo è un anello di tenuta di queste catene, non solo dell’automotive: dal meccanico, alla meccatronica fino ai freni Brembo montati sulle auto tedesche o agli oltre 100 componenti in plastica prodotti da Covestro, fino alle componenti elettro-meccaniche e ai materiali tessili per gli interni delle vetture.
Non è un caso se gli amministratori delegati di Volkswagen, Bmw e Daimler, alla presentazione dell’ultimo Rapporto sulle esportazioni della Germania, hanno ricordato che «la produzione automobilistica tedesca – leader indiscussa a livello europeo con 5,5 milioni di veicoli prodotti l’anno (il 12% del Pil) – non potrà ripartire senza tutti i componenti forniti dall’Italia».
Ci sono altri dati (Osservatorio Ocse) che circostanziano meglio la situazione: l’importanza della componentistica italiana per l’industria automobilistica tedesca è anche in quel 20% di componenti italiane montate su alcune auto d’alta gamma prodotte in Germania e fatte di soluzioni meccaniche ed elettroniche altamente tecnologiche.

Il momento storico della ripartenza

È un momento storico, decisivo (forse anche cruciale) per la ripartenza dei due Paesi. Ben consapevoli del legame che esiste fra i loro due modelli economici e che «per riprendersi velocemente l’una ha bisogno dell’altra». Tema di riflessione al centro di una delle giornate di approfondimento del prossimo Festival Bergamo Città Impresa, in programma il 12-14 novembre (qui il programma), e organizzato da Italypost (vedi box in quest’articolo). «La Lombardia e la Germania, evoluzione di un canale preferenziale» sarà lo scenario di confronto di venerdì 12, nel pomeriggio. E non è affatto strano che i termini di questi lavori siano una Regione e uno Stato. Il perché, indirettamente, lo ha spiegato lo stesso Draghi al Forum economico italo-tedesco di fine settembre. «Nel 2020, gli scambi tra i due Paesi ammontavano a 116 miliardi, più di quanto valessero gli scambi dell’Italia con Stati Uniti e Cina messi insieme – ha detto il premier -. La Germania commercia più con la Lombardia che con la Turchia. E l’Italia commercia più con la Baviera che con l’intera Polonia. La nostra prosperità e il nostro benessere dipendono in larga parte dall’essere uniti».

Concetti, ma soprattutto prospettive che verranno discussi fra Monica Poggio, neo presidente della Camera di Commercio italo-germanica e amministratore delegato di Bayer, e l’imprenditore e presidente della Omr GroupMarco Bonometti. Come sfondo lo scenario economico che racconterà Stefano Barrese, responsabile della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, in termini di prospettive, di nuove opportunità e di migliori strategie.

«Le catene del valore italo-tedesche svolgono una funzione fondamentale per la produzione in entrambi i Paesi. Cioè è vero in particolare per la Lombardia – spiega Monica Poggio in vista del suo intervento al Festival -, che ha al suo interno realtà produttive attive nei settori nevralgici per gli scambi con la Germania. Durante la pandemia ha permesso al nostro Paese di mantenere attivo l’interscambio con la Germania. Oggi, nell’ambito dei piani di ripresa e della transizione ecologica – spiega Poggio -, la sfida è tutelare e ampliare questi rapporti, creando nuovo valore, supportando le aziende nella svolta green e favorendo ricerca e sviluppo nei settori che subiranno cambiamenti radicali nei prossimi anni».

Il percorso sembra quindi segnato. Anche se la Germania, travolta dalla grande crisi Covid e sulla base di una serie di studi, ha pensato anche di orientare verso il mercato interno il proprio modello economico, rafforzando investimenti e puntando sullo sviluppo della domanda interna, se non in alternativa quanto meno in modo complementare a un futuro economico fortemente orientato all’export.

La transizione energetica e il target di neutralità climatica stabilito dal governo uscente di Angela Merkel, viene giudicato un importante stimolo agli investimenti, sia pubblici che privati. Obiettivi a cui l’Ocse ne aggiunge altri due in termini di maggiori investimenti: le infrastrutture, in ottica sostenibile, e la digitalizzazione, «ambiti in cui la Germania – dicono gli studi Ispi – accusa infatti un deficit significativo nei confronti di altre economie avanzate».

La dinamica degli investimenti, la loro dimensione e i settori verso cui sono diretti saranno decisivi anche come opportunità per le imprese italiane a cui agganciarsi. «Una strategia organica e una politica industriale lungimirante – spiega Monica Poggio – sono necessarie per l’industria 4.0, ed è fondamentale sbloccare risorse e investimenti. Diverse catene di fornitura, inoltre, stanno modificandosi: a seguito di un mutato contesto geopolitico, oltre che della pandemia, molte stanno ritornando in Europa, e per l’Italia questa è un’enorme opportunità».

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Imprenditori e governo: un confronto per costruire il futuro
Al via il Festival «Bergamo Città Impresa»

«Bergamo Città Impresa» tornerà dal 12 al 14 novembre con l’obiettivo di immaginare e costruire solide basi per la ripresa in atto. Siamo infatti di fronte a una robusta ripresa gravata tuttavia da incognite di non poco conto: dall’aumento vorticoso delle materie prime e dei trasporti alla ripresa dell’inflazione, al mismatch tra una forte domanda di lavoratori e una scarsità di personale che ormai non riguarda più solo le figure altamente professionalizzate.

Le scelte dell’Europa

Il Festival aiuterà imprenditori, professionisti, ma anche giovani universitari a comprendere come affrontare queste sfide e a cogliere gli scenari futuri. E lo farà portando a Bergamo leader del calibro di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria per discutere sulle scelte operate dall’Unione europea che impattano e impatteranno sempre più sull’industria italiana. A fare da sfondo a tutto il dibattito sarà con ogni evidenza la gestione dei fondi del Pnnr, e a “raccontare” le scelte del governo Draghi sarà Francesco Giavazzi, il docente di economia politica alla Bocconi che nei fatti svolge il ruolo di super consigliere del Primo ministro. Ma l’economia è fatta soprattutto di chi la produce. E proprio con industriali e artigiani bergamaschi di primissimo livello come Olivo Foglieni e Giacinto Giambellini, con Giovanni Borgesi e Giovanni Fassi e infine con Danilo Matellini e Monica Santini si ragionerà sul valore delle filiere, sui nuovi prodotti che il mercato richiederà a seguito della rivoluzione digitale e sul percorso di trasformazione delle imprese lungo la direttrice della transizione ecologica.

Verso la transizione ecologica

Proprio quest’ultimo tema caratterizzerà gli eventi di chiusura del Festival. Chicco Testa e Renato Mazzoncini saranno infatti protagonisti domenica mattina del confronto sui nodi della transizione ecologica, mentre la chiusura sarà dedicata al futuro di un settore, quello dell’auto, che proprio la sostenibilità sta mettendo in discussione. A confrontarsi su questo, con Alberto Bombassei, sarà infatti la nuova amministratrice delegata del gruppo sino-americano Silk Faw, Katia Bassi, che a Reggio Emilia sta sviluppando un investimento da un miliardo di euro per produrre le super car elettriche. «Bergamo Città Impresa» sarà anche molto altro. A discutere del ruolo dell’informazione durante la pandemia saranno il direttore de L’Eco di Bergamo Alberto Ceresoli ed Enrico Mentana, mentre, oltre al presidente della Camera di Commercio Carlo Mazzoleni, al sindaco Giorgio Gori e al presidente degli industriali Stefano Scaglia, ospiti di assoluto rilievo attesi a Bergamo saranno tra gli altri gli economisti Gregorio De Felice, Marco Mazzucchelli e Veronica De Romanis, e poi Nando Pagnoncelli, Marco Bentivogli e Marco Bonometti.

La sfida per le imprese: investire

Rilancia sulla stesa linea Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, per il quale l’obiettivo è «portare i tassi di crescita dell’economia italiana su valori simili o superiori a quelli della Germania». Torna la sollecitazione alla« sfida che attende il Paese – secondo De Felice -. Ma è necessario investire investire e investire, perché abbiamo accumulato un certo ritardo negli investimenti in alcuni settori. Il Pnrr ci dà questa grande possibilità che dobbiamo saper cogliere, accompagnandola con le riforme». Intervenuto nei giorni scorsi a una tappa del tour «Imprese Vincenti», De Felice ha spiegato che «nel decennio pre-Covid l’Italia è cresciuta dello 0,4% medio annuo, a fronte dell’1,8% della Germania». Per cui, avverte, «c’è un ampio gap da recuperare: uno spread ben più importante di quello tra Btp e Bund». In questo scenario, il settore manifatturiero ha rappresentato «un motore» di crescita. E «se tutta l’Italia facesse come il manifatturiero, cresceremmo di più, avremmo più elevati livelli di produttività e saremmo vincenti complessivamente come economia».

Intanto l’ultimo studio «Il valore delle aziende italiane in Germania», realizzata dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo per la Camera di Commercio Italo-Germanica (AHK Italien), quantifica ulteriormente una serie di primati sul suolo tedesco delle imprese a controllo italiano e il loro contributo all’economia locale.

Se si guarda agli investimenti esteri dei Paesi europei, la Germania rappresenta la seconda destinazione degli imprenditori italiani, con una quota del 10,8% sul fatturato totale realizzato dalle controllate estere italiane nel mondo (59 miliardi su 546,2 dati Eurostat). Lo studio conferma tutta la centralità della Germania nelle attività e negli investimenti delle imprese italiane. «È il rapporto consolidato di co-produzione con i partner tedeschi il punto di forza, e per questo le aziende italiane attive in Germania – commenta i dati Jörg Buck, consigliere delegato della AHK Italien – rappresentano un tassello fondamentale all’interno delle catene del valore tedesche. I dati sul commercio bilaterale ci dicono che il ruolo di primo piano dell’Italia per l’industria tedesca ha retto alla prova della pandemia».
Anche Buck guarda alla ripartenza, sollecitando la continuità di questa partnership, puntando «sulle leve strategiche delle aziende italiane evidenziate dall’indagine: l’innovazione, anche nelle sue forme protette dalla proprietà intellettuale, la tutela dell’ambiente e l’elaborazione di modelli produttivi che facciano della sostenibilità il proprio fulcro».

Il valore e il peso dell’export verso la Germania

La fotografia restituita dai dati è sempre la più efficace: sono 1.670 le aziende italiane che operano su territorio tedesco (il 7% del totale delle controllate estere italiane), per 104 mila addetti che appartengono per il 61% al mondo dei servizi e per il restante 39% al manifatturiero. La Lombardia è la prima regione di provenienza geografica delle imprese.
Secondo gli ultimi dati del rapporto “Bergamo Manifattura d’Europa” di inizio 2020: il settore occupa 150mila addetti e genera un valore aggiunto di quasi 10 miliardi di euro. Gli investimenti diretti delle imprese bergamasche all’estero raggiungono 733 unità produttive distribuite in 70 Paesi. Più nel dettaglio, le imprese bergamasche che controllano (per almeno il 50%) gli stabilimenti all’estero sono 252, mentre 733 sono gli stabilimenti. Gli investimenti delle imprese bergamasche in Germania sono in 47 stabilimenti produttivi, mentre negli Stati Uniti sono 94 stabilimenti, 62 in Gran Bretagna, 43 in Brasile e 27 in Cina.

Tornano alla situazione tedesca, nel fatturato complessivo delle controllate estere attive in Germania, la quota italiana vale un 2%, ma sale al 4,4% per la distribuzione all’ingrosso, i trasporti (2,5%) e per alcuni settori manifatturieri come i prodotti e materiali da costruzione (6%), l’elettrotecnica (4,2%), la metallurgia e i prodotti in metallo (3,9%).

L’analisi di un campione di bilanci relativi al triennio 2017-19, estratto dal database Isid (Intesa Sanpaolo Integrated Database) fa emergere una dimensione media elevata delle controllanti delle imprese italiane attive in Germania rispetto a quelle che operano in altri Paesi. Lo spaccato per classi di fatturato vede un 44% di grandi imprese e un 20% di piccole, da confrontarsi, rispettivamente, con percentuali del 19% e del 43% nel campione complessivo delle controllanti di imprese estere italiane.

Restringendo il perimetro di osservazione al settore manifatturiero, le controllanti di imprese italiane su suolo tedesco spiccano per una maggiore diffusione di marchi (sono detenuti dal 62,1% delle imprese, contro il 41% nel campione totale delle controllate estere italiane), brevetti (58,5% contro 36,4%) e certificazioni ambientali (27,8% contro 19,5%), a indicarne l’elevato profilo strategico-competitivo. E la competitività delle imprese italiane, spiega Fabrizio Guelpa, responsabile Industry and Banking Research di Intesa Sanpaolo, «si basa sempre più sulla valorizzazione delle competenze dei diversi attori con cui interagiscono, clienti o fornitori. In prospettiva, grazie anche al Pnrr, le imprese italiane potranno rafforzarsi ulteriormente sul piano della digitalizzazione e della sostenibilità ambientale, diventando così partner di maggior valore per le aziende estere e migliorando la propria competitività a livello internazionale».