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«L’Italia ce la può fare ma serve il senso di una missione comune nazionale»

L’Eco di Bergamo / di Franco Cattaneo

Ripartenza. L’eurocommissario Gentiloni a Bergamo: a breve l’accordo operativo con il governo per il Pnrr, Bonomi (Confindustria): «È tornata la guerra delle bandierine, è un’occasione ma manca una visione Paese»

Con tutto il rispetto e la simpatia per Greta (mai citata), la transizione ecologica non sarà un pranzo di gala. Lo sapevamo già e l’ennesima conferma è venuta ieri dal Festival Bergamo Città Impresa, al Centro Congressi, dove Paolo Gentiloni e Carlo Bonomi hanno dialogato su questi temi, intervistati da Dario Di Vico. D’accordo su quasi tutto, sui fondamentali del Green deal, ma con sfumature diverse, l’eurocommissario all’Economia e il presidente di Confindustria. Gentiloni mette al centro le straordinarie opportunità e smussa gli angoli. Bonomi condivide certo, ma deve tenere conto delle difficoltà degli imprenditori e qui ricorre alla concretezza del «teorema dei bulloni»: se finora gli imprenditori brianzoli, leader mondiali del settore, fanno 100 bulloni mentre con le auto elettriche ne metteranno solo 10, che succede, come se ne esce? Non è poco e i due interlocutori ne sono consapevoli. Da questa crisi bisogna uscirne tutti assieme: in che modo? Prendiamo il Piano di ripresa e resilienza che ci riguarda da vicino e per il quale, anticipa l’eurocommissario, «stiamo per firmare e lo firmeremo nelle prossime settimane l’accordo operativo con il governo italiano in cui si dice in che periodi dell’anno e quanti quattrini verranno chiesti dall’Italia nei prossimi 5 anni: a settembre devono arrivare 27 miliardi, dico per dire ma non tanto, le dimensioni sono queste». Il recovery fund, ha ricordato, «è un meccanismo che può orientare la nostra ripresa ma è fondamentale per l’Italia non solo la consapevolezza che siamo un Paese con problemi di esecuzione, che per noi l’assorbimento dei fondi europei è un problema e che questo particolare fondo non lo abbiamo già in tasca ma arriverà di sei mesi in sei mesi» ma anche che «serve una missione comune nazionale».

«Non ruota tutto su Quota 100»

Dice infatti Gentiloni: «L’Europa ha dato una risposta rapida. Si temeva un’ondata di licenziamenti e di fallimenti, che non ci sono stati. Sono stati messi sul piatto 3mila miliardi di garanzie pubbliche per evitare i rischi di fallimento e forse solo il 20% è stato utilizzato: il bazooka ha funzionato. I sostegni sono stati dati in maniera disuguale: di più a chi ha subito i costi maggiori della pandemia. È stato stabilito un meccanismo di condizionalità virtuosa e l’Italia ha interiorizzato il vincolo esterno, quello euro-peo». Ma cosa manca all’Italia? «La cosa fondamentale che ancora non vedo abbastanza – risponde – è il senso comune di una missione nazionale. Non è solo responsabilità del governo e dei partiti, ma di tutti. È il nostro mondo che non può continuare a ruotare su Quota 100 e sul reddito di cittadinanza, perché ci sono 10 miliardi per le politiche attive nel lavoro e 30 per l’istruzione. Dovremmo discutere di questo come avviene altrove. Se anche Confindustria riesce a dare un contributo decisivo a questo clima, ce la possiamo fare. Del resto noi italiani siamo diventati professionisti nel recuperare il ritardo e per farlo ci vuole la sensazione che questa sia la montagna da scalare. E da scalare insieme».

Il Piano di ripresa e resilienza

L’eurocommissario rispondeva a Bonomi, apparso piuttosto scettico sui risultati fin qui del vertice di Glasgow e con qual-che seria riserva sulla riuscita della messa a terra del Pnrr. Bonomi riafferma la piena disponibilità di Confindustria alla transizione verde, ribadisce l’europeismo collaudato degli imprenditori, si richiama ad un recente documento degli industriali di Italia, Francia, Germania, prospetta un occhio d’attenzione al nucleare. Nulla da eccepire sui principi ispiratori, anzi, esplicito sostegno al governo Draghi, sintonia con Gentiloni, ma una critica all’eurocommissario al Green deal, il socialista olandese Frans Timmermans, per il suo approccio ideologico. Il problema è lo scarto fra il progetto ambizioso e la realtà, tenuto conto che la manifattura di Italia, Francia e Germania rappresenta poco più del 50% del Pil europeo, in una fase in cui tira aria inflazionistica, ci sono i colli di bottiglia delle filiere internazionali e i prezzi del gas schizzano in alto. Prima cosa il Pnrr: « Una grande opportunità, ma mi sembra venga un po’ a mancare una grande visione del Paese. Se guardiamo la legge di bilancio, è tornata la battaglia delle bandierine dei partiti. Cosa c’è per i giovani? Un fondo per l’acquisto della casa, 10 giornate di congedo parentale, e poco più. Negli ultimi 10 anni l’Italia ha speso 7,5 miliardi per le baby pensioni a 400 mila persone, la stessa cifra desinata ai fondi di orientamento per gli universitari, cioè per un milione e 800 mila destinatari. Ricordiamoci che con l’Europa abbiamo preso 537 impegni da qui al 2026 e che entro fine anno dovremo fare ancora 23 riforme. Non vedo una strategia di politica industriale. Comincio ad avere qualche preoccupazione, perché qui rischiamo il futuro: ci vuole una grande partnership pubblico-privato, non bisogna abbassare la guardia ma dare un grosso contributo a questo governo nella sua azione riformatrice».

La trasformazione sostenibile

Sulla riconversione green: «Obiettivi ambiziosi, ma che non siano velleitari. L’interrogativo è come accompagnare questo passaggio, fra opportunità e ineludibili costi economici e sociali. Pezzi di filiere verranno spente. Premesso che l’abbandono del diesel è stato un suicidio europeo, se scegliamo le auto elettriche non abbiamo le tecnologie, le materie prime, le batterie e gli impianti di smaltimento. In nome della transizione che, ripeto, condividiamo, estraiamo il valore dal Paese e ci portiamo in casa problemi che avremmo dovuto risolvere». Anche l’eurocommissario insiste nel ponderare le ricadute sociali e nella necessità del consenso sociale: «Se non c’è questo, perdiamo la transizione». Pericoloso, tuttavia, anche il non far nulla: l’importante è l’equilibrio, andare avanti senza fughe solitarie. Servono poi, aggiunge Gentiloni, ulteriori investimenti: 520miliardi aggiuntivi ogni anno nel prossimo decennio. Bene le sospensioni del Patto di stabilità e del divieto degli aiuti di Stato. Indietro non si può tornare, avverte: «Con l’attrezzatura degli ultimi 10 anni non ce la facciamo, anche se in questo periodo abbiamo compiuto miracoli».