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Il Covid e il grande cuore bergamasco, Mentana: una lezione per tutto il Paese

L’Eco di Bergamo / di Franco Cattaneo

Festival Cittàimpresa. Il direttore del telegiornale de La7 al Centro congressi per una serata sull’informazione al tempo della pandemia. «Nei confronti della vostra città tanta paura, poca solidarietà». Il peso della memoria

Uno sguardo ai primi mesi del 2020, alla fase di inaudita violenza del Covid. Un tocco umano sottolineato da un applauso: «Il vero motivo per cui ho accettato senza esitare il graditissimo invito degli organizzatori è che non ero ancora venuto a portare in modo davvero forte la mia solidarietà di lombardo all’estero, a Roma. A Bergamo non s’è vista lamentazione o cose di questo genere. Ha saputo vivere la sua tragedia, sopravvivere alla tragedia, piangere e seppellire i propri morti e ripartire. Vi posso assicurare che in giro per l’Italia non l’hanno seguita, ma che per me è stata una lezione». Enrico Mentana, che nel frattempo è diventato un lettore de «L’Eco di Bergamo» (l’affermazione è sua), è stato il mattatore con Andrea Valesini al Centro congressi, palcoscenico del Festival Cittàimpresa, dell’incontro dedicato all’informazione e al Covid. I due giornalisti hanno dialogato con Filiberto Zovico e con un gruppo di allievi che hanno frequentato la Masterclass del percorso di giornalismo Coorious, organizzato da «L’Eco» e da Edoomark (gruppo Sesaab),e che ora hanno iniziato a collaborare per diventare pubblicisti. Gli stessi giovani che hanno realizzato un breve filmato, l’incipit dell’appuntamento dell’al-tra sera, in cui il direttore del nostro giornale, Alberto Ceresoli, ha illustrato il circolo virtuoso fra il quotidiano e i bergamaschi, la partecipazione al dolore individuale fattosi collettivo, la reciproca vicinanza riassunta nella formula del «cuore bergamasco».Un’informazione la cui cifra editoriale era, e continua a essere, quella del «rigore assoluto», studiata e apprezzata anche dalle grandi testate internazionali, pure nelle sue forme più popolari: il necrologio paradigma di un legame comunitario. È toccato poi a Valesini, caporedattore centrale, scendere nel dettaglio con precisione, dare il senso operativo del filo diretto con i lettori, sottolineare alcuni snodi centrali: l’inchiesta de «L’Eco», per esempio, sul numero effettivo dei morti (circa4.500) nella fase più acuta del virus contro i 2.060 dichiarati dalle fonti ufficiali. Il lessico veloce e cronachistico di Mentana, direttore del tele-giornale de La7, ha colto il punto critico e divisivo, forse finora poco considerato, del deficit relazionale fra le tante Italie nel passaggio in cui il Covid ha picchiato più duro.

Chi non voleva vedere

«Non c’è stata – ha detto, rivolgendosi anche al suo amico Giorgio Gori presente in sala, per ricordarne le preoccupazioni – quella immediata compartecipazione e immedesimazione che ci si poteva attende, e sperare, al dramma di Bergamo. Abbiamo impiegato settimane a centrare e a tarare una tragedia italiana, che era soprattutto lombarda e, a sua volta, soprattutto bergamasca. Non ci si rendeva conto, non si capiva, non si voleva vedere. C’era nell’aria anche un ragionamento difensivo di un certo tipo, un modo per stare lontani dalle disgrazie altrui: ci avete tanto parlato del modello lombardo e invece noi siamo più bravi, perché ci siamo cautelati in tempo». Domanda a Mentana: perché dice questo? «Perché ci ha costretti a raccontare una storia, dovendola anche connotare di aspetti emotivi per creare e sollecitare quella compartecipazione che di base non esisteva. In realtà ci siamo resi conto che il vissuto diventava la vicenda del fronte avanzato della guerra italiana al Covid. Mi ha colpito un aspetto: il racconto, pur terribile, non sollecitava solidarietà, ma soltanto paura, paura, paura». La paura angosciante come ingrediente di un’informazione totalizzante, che si mangiava tutto il resto, il cui lascito velenoso lo vediamo oggi: «Quei giorni sono stati i prodromi della reazione sconcertante di queste settimane: quelli che negano, che rinnegano, i no vax, i no green pass sono una coda di quell’intruppamento che è stato salvifico, ma pur sempre intruppamento. La volta che ho cercato di dare un nome, un cuore, un volto alle vittime mi hanno accusato di rendere melenso il carattere di una tragedia». Era lecito attendersi qualcosa di più? «Bergamo è stata il centro di una resilienza di fronte a una narrazione improvvisamente ribalda nei confronti del Nord e della Lombardia. Ricordo frasi incredibili, come quella di un gover-natore del Sud di un campanilismo terribile. Non si capiva che Bergamo e la Lombardia erano il cuore d’Italia, come se ci fosse la necessità di riabilitare altret erre rispetto a quello nel momento in cui si scoprivano fragilie indifese. Quando io al tg adombrai l’idea di una sottoscrizione ci mancò poco di ricevere sassate. È la prima volta che una grande tragedia italiana non è stata accompagnata dalla richiesta, dall’offerta e dalla pressione per un’idea forte di solidarietà dal basso. E per la verità neanche tanto dall’alto».

La generazione decimata

A Mentana preme il recupero confortevole e caldo del ricordo. Per questo non enfatizza oltremisura le foto simbolo dei camion militari con le bare: «Quelle foto ci hanno messo al cospetto della tragedia vera e propria nella sua parte meno visibile, mettendo in evidenza gli aspetti di un dramma quantitativamente più ampio delle nostre possibilità di organizzare gli aspetti per così dire tecnici: una degna sepoltura dei nostri cari, un luogo dove riposino per sempre. Ecco il punto: le guerre storiche ci portavano via i giovani, quella del Covid invece ha azzerato generazioni di anziani. Se le è portate via nell’incapacità iniziale di capire. Mi fa impressione come si ripercorra il tempo al passato per cercare di comprendere quali siano state le responsabilità, mentre in parallelo non si cerchi di dare un cuore, una faccia a quelli che sono caduti. Abbiamo vissuto un periodo nel quale la larghezza della narrazione s’è improvvisamente isterilita e liofilizzata nei dintorni del racconto ufficiale fatto dinumeri, prescrizioni e divieti, come se tutti ci fossimo trasformati in altoparlanti della stazione. Ecco la necessità di leggere “L’Eco”, i necrologi senza soluzione di continuità, per dare sostanza, profondità e spessore alla tragedia, per cercare di rimettere il senso dei valori della vita umana al di sopra di quelli che erano i numeri. Numeri, peraltro, corretti dal giornale». La memoria, con il suo dominio emotivo, prima di tutto: «La cosa che ci riguarda è la generazione dei nostri anziani decimata. Dobbiamo elaborare quel lutto in maniera degna, perché sia un ricordo e un monito. Quei volti, quelle storie, quelle ultime fotografie da carta d’identità hanno diritto di essere onorati tutte le volte che bisognerà farlo. Ci vorranno Giornate dedicate a queste persone, perché se il dramma resta confinato nel dolore individuale perde la sua importanza». Bergamo sovraesposta nel micidiale attacco: «È una città martire in tempo di pace, in una guerra contro un nemico invisibile ma che abbiamo imparato a conoscere. Ha titolo per avere il suo onore da parte dell’intero Paese. Bergamo è stato il laboratorio per come vincere questa guerra. Se non si fosse capito qui, purtroppo sulla carne viva dei suoi residenti, non avremmo vinto la partita in Italia». Si è detto: saremo migliori? È cosi? «In realtà siamo diventati più cattivi ed egoisti. Effetto Covid? No, effetto della contrapposizione politica che ha scavato a fondo e che ha tolto solidarietà. La pandemia ha cambiato la politica? Pochissimo e in peggio. Questo vale anche per il Paese. Viviamo il tempo della cattiveria, non della bontà. La stagione dei social e della solitudine, anche obbligatoria, che poi si sfoga con i cattivi malumori e con la ricerca del responsabile. Tendenza che influisce sull’informazione, che ci mette il suo carico di ostilità verso il leader tale o quant’altro».

La dura realtà dei fatti

Durissimo, il direttore, verso i negazionisti e dintorni, «mattacchioni» nella migliore delle ipotesi, «apprendisti stregoni» nella realtà: «Nessuna cretinata o fesseria, ma posso usare parole anche più forti, può cambiare quello che è successo. Per fortuna le teorie controfattuali o cospirazioniste vanno a sbattere contro un dato reale: non modificano la storia e Bergamo sa bene cosa e chi ha perso». Mano leggera, invece, sugli esperti star in tv: «Rivolgo ai competenti lo stesso sconto ai politici: è facile dire che hanno fatto bene o male, ma tutti abbiamo vissuto qualcosa che non era mai successo e che ha coinvolto la stessa convivenza sociale. Avevamo bisogno di figure che ci spiegassero quel che stava succedendo, benché strada facendo siano comparsi nani e ballerine. Inevitabile che gli esperti siano percepiti come star. Ma c’era, e c’è, una forte richiesta di informazione scientifica che fortunatamente rimane maggioritaria. Personalmente mi vanto che da fine febbraio 2020 non ho mai fatto un confronto fra uno scienziato e uno stregone. Lo ritengo il minimo sindacale. Il guaio è che c’è una forte attrazione per il buio, per le cose che vanno male. Uno slittamento che va contrastato con un messaggio fermo degli scienziati».