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Diamanti: «Due italiani su tre sono per il presidenzialismo»

L’incarico arrivato dal giornale è questo: intervistare Ilvo Diamanti, docente di Sistema politico europeo e direttore dell’Istituto Demos&Pi, che domani sera, insieme a Pier Ferdinando Casini, senatore ed ex presidente della Camera, sarà protagonista di uno degli incontri di attualità politica della giornata di apertura del Festival Città Impresa. Con loro anche il direttore de “La Stampa” Massimo Giannini.

Scatta la telefonata. “Professor Diamanti, buongiorno, ha tempo per una chiacchierata? L’argomento sarebbe l’implosione dei partiti”. “Di chi?”. “Dei partiti”. “Partiti? Intende il participio passato, giusto?”.

Con una battuta, Diamanti, fa diventare superflua la prima domanda: che sarebbe stata se è proprio vero che i partiti, così come siamo abituati ad intenderli, sono morti e defunti.

La risposta, dunque, è sì: i partiti sono partiti, nel senso del participio passato, appunto. E se lo dice Diamanti, sociologo, politologo, abituato da decenni a decifrare e a spiegare le evoluzioni, o involuzioni, ai suoi studenti dell’università di Urbino e ai lettori di Repubblica, c’è da crederci.

Non che sia un fenomeno solo italiano. A Parigi, per dire, i partiti tradizionali sono di fatto scomparsi. E lui Diamanti, risponde al telefono proprio da lì, dove ha seguito le elezioni presidenziali.

Poco prima, Diamanti ha ricevuto la brutta notizia della scomparsa di un caro amico, uno studioso, Percy Allum, con il quale a metà degli anni Novanta ha scritto anche un libro che andava a sondare gli umori dei giovani rispetto ai partiti di allora.

Quando i colori della cartina politica italiana erano sostanzialmente due: il bianco e il rosso.

Partiamo da qui. Com’erano i partiti di quegli anni?

I partiti erano radicati nella società e la costruivano, la trasformavano. Erano partiti di lunga durata perché avevano un’identità.

Veniamo all’oggi: la nascita del governo Draghi e l’elezione del presidente della Repubblica sono due eventi che hanno reso palese la crisi dei partiti. Ma questa crisi da dove nasce?

È stata una tendenza progressiva. Vede, da Berlusconi in poi abbiamo assistito alla nascita dei partiti personali e adesso siamo arrivati direttamente alle persone, ai leader, che rimpiazzano i partiti. La democrazia rappresentativa non c’è più e i partiti non hanno più un’identità. Per questo la loro ascesa e caduta è rapidissima.

A proposito di questo: Lega e Cinque Stelle hanno un avuto un crollo rapido e pesante.

La caduta della Lega nei consensi dipende dal fatto che ha smesso di essere il partito del territorio ed è diventata un partito nazionale e personale. È la classica parabola dei partiti personali. Lo abbiamo già visto con Matteo Renzi che ha portato il Pd, all’epoca da me ribattezzato il PdR (partito di Renzi, ndr), a superare il 40 per cento e poi a perdere quei consensi altrettanto rapidamente.

E i Cinque Stelle?

Per i Cinque Stelle è un discorso diverso: sono nati come un non-partito e sono diventati un partito come gli altri, ma non lo possono riconoscere perché la loro ideologia non lo prevede e il mancato riconoscimento di questo li porta ad essere un partito non-partito, senza la struttura dei soggetti politici tradizionali.

Entrambi sono partiti populisti. Cos’è il populismo oggi?

Il populismo è un approccio che si fonda sull’individuazione di un nemico. Un tempo si votava per qualcosa, ora contro qualcosa. La nostra Repubblica adesso è fondata sulla paura. E la paura porta ad una richiesta di autorità da parte delle persone. Ci si stringe attorno non ad un partito, ma alla figura di un capo.

Un partito che va in controtendenza è quello di Giorgia Meloni, che è cresciuto molto. Perché secondo lei?

È una crescita fisiologica: è l’unico partito di opposizione. E la leader di FdI è abile ad interpretare la fetta di dissenso presente tra i cittadini. La sua ascesa non è di oggi, comincia nella stagione dell’esecutivo gialloverde, quando la Lega, dopo aver costruito una spazio di destra lo abbandona per governare con i 5Stelle. Meloni è stata brava a sfruttare questo spazio.

Il Covid ha modificato il rapporto tra cittadini e politica?

Sì, ha spinto ancora di più gli elettori verso la figura del capo. È stato così con Conte, che nel periodo della pandemia ha goduto di alti consensi, è così con Draghi. Entrambi sono premier non “eletti”. Vale per tutti gli ultimi presidenti del Consiglio. Ci troviamo in una sorta di presidenzialismo di fatto.

Sarebbe il caso di arrivare ad un presidenzialismo vero?

Più che ciò che penso io, le posso dire che, dati alla mano, due italiani su tre lo vogliono.

In un flash mi dice che cosa dovrebbero fare i partiti per provare a riappropriarsi del loro ruolo?

Tornare a due blocchi chiari: destra e sinistra. Cioè tornare alle identità.