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Cassese: «Per riformare la burocrazia servono dieci anni: nessun politico lo fa»

Corriere del Veneto / di Gian Maria Collicelli

«C’è un malato, con una malattia che tende a non curare». Nella metafora sanitaria del giudice emerito della Corte costituzionale, Sabino Cassese, si coglie alla perfezione lo stallo in cui versa il sistema amministrativo del Paese. Dove il «malato» è la pubblica amministrazione, la «malattia» è la burocrazia – almeno nella sua parte più negativa e impattante – e l’empasse è generata dalla politica. «Per riformare la pubblica amministrazione servono almeno una decina d’anni – è il pensiero di Cassese – con costi nell’immediato e risultati solo nel medio-lungo periodo. E questo di certo non incentiva i governi a impegnarsi in una riforma seria e profonda del sistema, quando invece il tema dovrebbe essere il primo punto di un qualsiasi programma di governo del Paese». Insomma, per il giurista il dito contro la burocrazia in realtà andrebbe esteso anche al mondo politico: «In presenza di governi deboli servirebbero amministrazioni forti, ma ciò non avviene».

Cassese, già ministro per la Funzione pubblica nel Governo guidato da Azeglio Ciampi negli anni 1993-1994, ha tenuto ieri una lectio magistralisdal palco del teatro Olimpico sul tema «Stato e imprese, dove hanno origine le strozzature burocratiche», nell’ambito del programma del Festival città impresa. Una lezione sul mondo della pubblica amministrazione e su quello che il moderatore della mattinata, il direttore del Corriere del Veneto Alessandro Russello, ha definito «un mostro», ovvero la burocrazia.

Ma non c’è da aspettarsi solo un atto d’accusa contro quel «mostro». Il ragionamento di Cassese è più ampio, parte da alcuni esempi in cui carte, norme, sentenze o passaggi obbligati rallentano le opere e le iniziative pubbliche e arriva a un punto chiave: «Se la burocrazia è un ostacolo – ha detto ieri il giurista- c’è qualcosa che blocca a sua volta la burocrazia e la pubblica amministrazione in generale».

Cassese individua diverse cause che influiscono nelle strozzature burocratiche. Parte dal mondo politico («Ogni Parlamento cerca di disegnare leggi che superino la burocrazia creando però norme sempre più complesse che complicano le cose»), coinvolge la magistratura («Quando i giudici arrivano ad essere decisori di ultima istanza su opere e progetti») e mira anche all’interno della stessa funzione pubblica: «La differenza di stipendi porta i bravi tecnici, da molti anni, a passare dal pubblico al privato. Con il risultato che la pubblica amministrazione esternalizza sempre più decisioni, progetti e pure idee progettuali, aumentando costi e tempi». Non aiutano nemmeno le nomine politiche influiscono: «Ogni governo nomina i propri funzionari e siccome in media gli esecutivi durano poco – ha affermato ieri Cassese – il ricambio è continuo e le competenze non emergono».

Il risultato è un paradosso, ben spiegato dal giudice emerito: «Il governo addita la burocrazia e la burocrazia è scontenta del governo e dello Stato». Un vulnus, dunque. Tuttavia la ricetta per uscirne c’è: «Servono competenze e non improvvisazione – ha chiuso l’insigne giurista – si deve cambiare organizzazione e paradigma di ragionamento tenendo a mente la variabile tempo, ma tutto questo deve entrare nell’agenda politica. Non se ne parla nei programmi di governo eppure dovrebbe essere uno dei primi punti all’ordine del giorno».