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Piacenza è già forte ma forse non lo sa “Serve più coraggio”

La Libertà / di Patrizia Soffientini

La platea ai Teatini, fatta di autorità, studenti e imprenditori, mormora con simpatia quando il sociologo Aldo Bonomi, direttore del Consorzio Aster, lancia la formula per Piacenza «tenere insieme la coppa e Amazon». Bella suggestione. Il piacere più tradizionale a braccetto con la contemporaneità dei flussi di merci di cui siamo l’ambito crocevia.

Altro che città triste. Piacenza incuneata nel triangolo più produttivo e ricco d’Italia, quello già agganciato all’Europa del burro, e che qualcuno ha ribattezzato romanticamente Lover, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna; Piacenza con una qualità di vita privilegiata, un alto tasso d’occupazione, un operoso capitalismo intermedio, in una posizione che tutti ci invidiano e che dobbiamo imparare a far valere. Cos’altro vogliamo? Vogliamo di più. La risposta è in quell’esortazione con cui il giornalista e conduttore Giangiacomo Schiavi chiude il primo confronto del festival Piacenza Città Impresa: «E’ la mattinata del coraggio». Per uscire tuttavia da un certo limbo, da un certo masochismo, da una certa trascuratezza, da un certo individualismo. E davvero si ha la sensazione di essere ad una seduta motivazionale, anche un po’ psicanalitica, dove a voce alta si ripetono cose che in fondo sappiamo. Dirle con più energia e tutti insieme è il primo passo della terapia di gruppo.

Scartata l’idea di diventare il «dormitorio» del terziario di Milano (Bonomi e Schiavi) dopo esserne state la subfornitura negli anni fordisti, evitando di giocare al ribasso, emerge un profilo di cui essere fieri, la forza di una manifattura eccellente e di una logistica che sta alzando l’asticella della qualità e delle competenze (Alberto Rota, presidente di Confindustria Piacenza). Intanto il sindaco Patrizia Barbieri elenca tutto il buono che c’è, noi snodo autostradale, noi retroporto ligure, noi intreccio di piccole aziende capaci di resistere alla crisi, noi sede di università di prim’ordine: «Non piangiamoci addosso, non avvitiamoci su noi stessi, abbiamo tanti fili e tutti devono muoversi insieme, nessuno resti ai confini».

«Sì, abbiamo un grosso problema di mentalità – le fa eco Rota – che giornate come queste cercano di smuovere». Prendiamo Parma, dove l’autostima si respira per strada. Non avremo la forza della regione di attrarre nomi come Lamborghini e Philip Morris, ma che diamine, abbiamo un tessuto formidabile di piccole imprese, ottimi centri formativi, meglio sarebbe avere un più robusto collegamento con Milano. Il tallone di Achille? Si chiama “infrastrutture”. Il sindaco però annuncia che le scelte sull’ospedale nuovo sono vicine e un buon nosocomio è già di per sé fonte di qualità urbana e a brevissimo è in agenda l’incontro con Rfi sul Polo del ferro, per rimuovere il traffico merci dalla stazione passeggeri. Attenti però, stiamo in guardia dall’anomia – avverte Bonomi – dall’assenza di regole: «il territorio vostro è iper-attraversato dalla modernità che viene avanti, datevi una mossa, cercate di capire come ci si rapporta». Altri buoni consigli emergono nel paniere della discussione, per esempio coltivare relazioni come porta medio-padana («porta ma non usciere, né satellite»). E che dire del nostro stare sospesi fra manifattura e logistica, la prima ha subito penalizzazioni rispetto alla seconda, chiede Schiavi? Rota non mette le due sfere in contrapposizione, quando la manifattura non riusciva a dar risposte si sono aperte le porte alla logistica, ma esempi come il polo di Castelsangiovanni «presidiato, recintato, governato» sono un modello convincente. Perché altra manifattura arrivi non è questione di costo delle aree, ma di contesto premiante: «fatto di collegamenti, di qualità di vita».

Addio Cenerentola che guarda solo alla Lombardia, la provincia – dirà il sindaco – si è alleata con Parma e Reggio per fare insieme la capitale della cultura e del turismo: «non ci si chiuda dentro un muro di cinta, non siamo un feudo ma un crocevia». Bella sfida per i giovani. Però sono pochi quei 2.400 che si iscriveranno alle superiori, mette in guardia Rota: «rischiamo di non mantenere le nostre radici e competenze». E tante scommesse sono al varco: coltivare l’ambiente, e qui Schiavi torna sul desiderio di avere una piazza Cavalli «scrigno meraviglioso» più curata; unire forze frantumate e qui Rota annuncia una piattaforma per dar rappresentatività unitaria ai nove consorzi alimentari. Ci sono le ex caserme in attesa di destino e la voglia di alleggerire la fiscalità delle imprese in montagna. La provincia plurale ha davvero tanti fili da muovere.