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Maroni critico: «L’autonomia così non si fa»

Alessia Zorzan / Il Giornale di Vicenza

«In questa legislatura l’autonomia non sarà mai approvata?». «Sono convinto di no, i segnali non sono affatto positivi». A mettere una pietra quasi tombale sul cavallo di battaglia della Lega (almeno a nord) è Roberto Maroni. Tutt’altro che un nome qualunque. Tutt’altro che un detrattore. Volto storico del Carroccio, promotore da governatore del referendum gemello a quello veneto in Lombardia, ex ministro. Ad incalzarlo sul tema il giornalista Gian Antonio Stella, in un confronto organizzato al teatro Olimpico nell’ambito del festival Città Impresa. Maroni, atteso per un incontro nel pomeriggio, ha sostituito all’ultimo il ministro agli Affari Regionali Erika Stefani, assente per il grave lutto che l’ha colpita, con la scomparsa del padre. Il senso dell’introduzione di Stella, analizzando le mosse romane, è chiaro: «Autonomia, campa cavallo?». E la risposta, sofferta, è praticamente un sì, soprattutto alla luce delle ultime parole del presidente della Camera Roberto Fico, che ha ribadito la centralità del Parlamento nell’iter.

La memoria è andata al referendum del 22 ottobre 2017. Serviva?«Tecnicamente no – ha spiegato l’ex governatore – ma avendo alle spalle un voto popolare di quelle proporzioni era più difficile per il governo dire “non facciamo nulla”. Abbiamo discusso per molti mesi e l’accordo tra governo e Regioni c’è, forse è il caso di dirlo a Di Maio». «Per voi autonomisti – è la provocazione di Stella – era quasi meglio se restava il vecchio governo, perché fare la guerra ad un governo amico è complicato». «Beh, c’è anche il detto – butta lì Maroni – “dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io…”». Per poi passare al concreto: «I Cinque Stelle sono contrari. Qui dipende solo dalla Lega. Se spingerà per dare attuazione a questo accordo ce la si può fare, anche se la partita è molto complicata. La sensazione però è che il tema dell’autonomia sia stato messo un po’ da parte».

A complicare le cose c’è anche il bacino di elettori del sud. «Parlare di “spacca Italia” è solo un pretesto di chi non vuole procedere con l’autonomia, che può avere vantaggi anche per i cittadini del Sud, ma bisogna spiegarlo. Chi ha da rimetterci sono certi amministratori del Sud che spendono male e più di quanto hanno; un sistema a cui è difficile rinunciare perché porta voti». Maroni, dall’Olimpico, tende una mano al governatore Luca Zaia. «È un amico e un grande governatore che sull’autonomia ci ha messo la faccia. Gli ho detto che se c’è bisogno sono pronto a dargli una mano. L’autonomia è un concetto giusto e se a Roma vogliono, la si fa in un mese. Il contratto c’è e basta che il Parlamento lo approvi». Senza emendare il testo, è l’auspicio dei promotori. Auspicio che si schianta però con le recenti parole di Roberto Fico, presidente – pentastellato – della Camera: «Quello dell’autonomia – aveva detto – è un tema talmente importante che il Parlamento deve essere assolutamente centrale. Quando si trasferiscono potestà legislative in capo alle Camere alle Regioni è chiaro che questo passaggio deve avvenire attraverso un iter forte, importante, strutturato, sostanziale».

«Una dichiarazione che mi preoccupa – la reazione di Maroni -. Ad una prima lettura sembra che vogliano fare la legge, ma tra le righe si capisce che non la faranno mai. A Roma sono maestri in questo. Quando non vuoi approvare una legge, la porti lì, la fai passare per le commissioni, cambi e ricambi una virgola. E intanto resta ferma. Spero Zaia abbia la forza di convincere il governo a procedere. Oppure alle prossime elezioni andrà su qualcuno da solo che porta avanti le autonomie…». Anche in questo caso, tuttavia, resta la questione del Sud, dove l’autonomia ha storicamente meno appeal. Maroni ribadisce poi la sua ricetta per rimettere in moto l’Italia. «Presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini, senato delle Regioni e autonomia. Queste tre cose ci cambiano la vita». Un grande male del Paese? «La burocrazia». Mentre l’Europa appare meno “matrigna”. «Noi non siamo per uscire dall’Europa, ma per un’Europa federale. Il governo europeo, così come funziona, è debole e il sistema va cambiato nelle sue regole. Ma il futuro dell’Italia è nell’Europa e nell’euro, che è partito male ma ora è fattore di competitività»