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Carboniero «Smart working, per continuare servono le super-connessioni»

Il giornale di Vicenza / 12 settembre 2020

In un’epoca in cui il 4.0 consente di attivare un macchinario a distanza o fare la manutenzione di uno che si trova a migliaia di chilometri, lo smart working non andrà in soffitta alla fine dell’emergenza Covid, ma continuerà pur in modalità ridotta. Per questo, però, le aziende chiedono investimenti in infrastrutture e una modifica al piano 4.0 del Governo, utilizzando le risorse del Recovery Fund. Di “4.0 nell’epoca dello smart working” hanno parlato al festival Città Impresa ieri Antonella Candiotto, presidente di Galdi; Massimo Carboniero, presidente nazionale di Ucimu-Sistemi per produrre; Matteo Casagrande Paladini, Relazioni territoriali per il Triveneto di Intesa Sanpaolo e Corrado Peraboni, amministratore delegato di Ieg. «Il Covid – sottolinea Carboniero – ha accelerato il ricorso allo smart working, che prima era utilizzato pochissimo nel manufatturiero, mentre durante il lockdown è stato applicato dal 77% delle aziende di Ucimu, con la premessa che è stato necessario dotare i lavoratori di strumentazione e connessione adeguate e di sistemi di sicurezza per la protezione dei dati sensibili. È durato poco e continua soprattutto nelle grandi aziende, perché nelle Pmi le persone hanno tanti ruoli. Ma siamo pronti, se dovessimo rifarlo».

SICUREZZA. Chi non si è invece mai fermata è stata la Galdi, che produce macchinari per l’industria alimentare. «La prima cosa è stata garantire la sicurezza delle persone – spiega Candiotto – Noi già da due anni avevamo un sistema che prevedeva due giorni al mese di lavoro da casa e questo ha reso semplice attuarlo. Attualmente, il 50% degli impiegati e dell’ufficio tecnico continua a lavorare da casa, ma per farlo c’è bisogno di infrastrutture e parlo di fibra e di 5G». E, secondo Casagrande Paladini, anche di investimenti in formazione, soprattutto del management, perché di fronte a una sfuriata, magari ingiustificata, poi non posso offrire un caffè per rimediare. «Questo in banca lo stiamo facendo e lo offriremo anche ai nostri clienti».

COSA SERVE. Cosa chiede, allora, l’industria alla politica? Prima di tutto usare bene il recovery fund per la transizione digitale, progettando sul lungo periodo. «L’utilizzo di queste risorse – continua Carboniero – è controllato dall’Unione europea. La transizione digitale si sposa con il piano 4.0, che il Governo sarà obbligato a rivedere e a questo scopo ha già iniziato incontri con le principali associazioni. Noi chiediamo che il prossimo piano sia triennale, perché le Pmi hanno bisogno di cadenzare gli investimenti su più anni. E poi di potenziare il credito d’imposta per il rinnovamento dei macchinari e gli investimenti in formazione sia dei dipendenti delle aziende, includendo ad esempio anche il compenso dei docenti, che dei giovani». Chi necessita di investimenti in digitale sono anche le fiere, «venditrici di assembramenti», come le definisce Peraboni di Ieg, che oggi inaugurerà la prima manifestazione orafa post-Covid (vedi sopra). «Noi durante il lockdown non abbiamo avuto problemi con lo smart working, ma abbiamo avuto il fatturato azzerato. Oggi ripartiamo in sicurezza, supplendo col digitale alla mancanza di operatori ad esempio americani. Il Governo deve investire sulle fiere, che danno alle aziende un panorama internazionale e fungono da moltiplicatori».