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Vitaliano Trevisan e i tre salti d’epoca del mondo dei vinti

Libro tumultuoso nel suo dispiegare in una vita, la sua, tante vite minuscole che fanno racconto di una moltitudine messa al lavoro scomponendo e ricomponendo una composizione sociale: la società veneta

Cambia l’antico adagio gonfio di rassegnazione «si lavora per mangiare», induce a “mangiare lavori” nel mercato della flessibilità, produce angoscia quando diventa “il lavoro che ti mangia”. Sono tre salti d’epoca che diventano letteratura del profondo nel libro Works (Einaudi) che ci ha lasciato Vitaliano Trevisan nell’angoscia della «mia cazzuta vita». Vita così definita e raccontata in quel profondo nordest con famiglia che ti fa geometra per mangiare, il capitalismo di territorio ingordo di lavori e infine la vita nuda mangiata dai lavori. Libro tumultuoso nel suo dispiegare in una vita, la sua, tante vite minuscole che fanno racconto di una moltitudine messa al lavoro scomponendo e ricomponendo una composizione sociale: la società veneta. A cui sbatte in faccia «la merda dei lavori» quando si fa «marmellata di maroni» con cui definisce ciò che resta dei corpi che si sfracellano al suolo negli “incidenti sul lavoro” facendo il lattoniere e il realizzatore di capannoni proliferanti nella fabbrica diffusa. Con uno sguardo amaro che si fa dolce nel mettere assieme anche il padroncino di impresine sui tetti: tutti con dentro il mito di essere supereroi del superlavoro quando mangiare lavoro diventa l’unica identità. Che Vitaliano scompone e ricompone mentre gli entra dentro facendo l’operaio di gabbie per uccelli, l’apprendista muratore, il cameriere, il geometra molecolare di villette a schiera dilaganti per poi salire, si direbbe verso l’alto del terziario, in uno studio di architettura per interni, designer per un capitalismo che imparava a vestire e vendere la merce. Per poi scendere ritrovandosi venditore di mobili e poi inoltrarsi nel distretto del mobile arredo ai piani alti di una grande impresa di cucine componibili leader di filiera di un capitalismo cresciuto dove si applica la qualità totale.

Parola magica che ti entra dentro con tanto di comandi della nuova macchina che fa andare fuori di testa quelli come Walter, mansionati solo per imputare dati. Con la storia di Walter, rincontrato anni dopo nei pressi di un centro per la salute mentale, pare dare un monito agli apologeti dello smart working che come si sa ha due facce: quella dell’algoritmo e quelli a cui dà il ritmo. Con la qualità totale arrivano a Vicenza anche i cacciatori di teste e Vitaliano scopre di essere una “risorsa umana”. Apre pure una partita Iva nel circuito della consulenza. Dura poco, ha bisogno d’aria aperta, sale sui tetti a fare capannoni. Prova anche la mobilità da disoccupazione, affacciandosi ai lavori per gli enti locali. Ci regala pagine straordinarie sulla acrofobia del tempo vuoto che prende i suoi conterranei quando gli manca il pieno del lavoro. Si inoltra nel circuito delle cooperative sociali ed è feroce con la loro autoreferenzialità da “esercito dei buoni”. Fa stagione nella filiera del gelato tracciata dalla storia dal Veneto alla Baviera dove oggi scorre anche la subfornitura meccatronica verso la Bmw. Filiere pesanti che necessitano di piattaforme logistiche che tocca come addetto ai magazzini. Così come annusa il distretto orafo vicentino seguendo il tentativo della moglie di rilanciare l’azienda di famiglia, regalandoci riflessioni e drammi da “familismo amorale”. Che spesso è una malattia endemica nel passaggio dell’eredità imprenditoriale. Da cui sfugge scegliendo di fare il portiere di notte in un albergo della città infinita fatta di villette e capannoni che collega Vicenza con Verona. Questo diviene il suo osservatorio antropologico del nordest cambiato nella sua composizione sociale che continua a cambiare segnato dai miti e dai riti della sua iperindustrializzazione diffusa. Portiere di notte per leggere e scrivere libri come questo che segna il salto d’epoca dal lavoro salariato alla proliferazione e svalutazione del lavoro. Porta dentro con rabbia questo mondo dei vinti nel mondo di quelli che “lavorano comunicando” facendo l’attore, il drammaturgo, il regista teatrale, il librettista, lo sceneggiatore. Saggista e scrittore con una produzione letteraria alla Bernhard, “soccombente” a Salisburgo e nell’Austria Felix come Vitaliano lo era a Vicenza e nel “Veneto Felice”, ci lascia dentro riflessioni amare e interroganti. A me che vado per microcosmi e per distretti, raccomanda di entrare dentro capannoni e fabbrichette prima di farne retorica, ai geometri e agli architetti-urbanisti di percorrere la città infinita veneta per vedere ciò che resta del territorio e ai giuslavoristi di leggersi Works per capire come si fa strame, lui scrive «merda», dei lavori. Ne ha anche per i creativi e gli eventologi che vestono merce e organizzano festival di impresa. Sarà per questo che quest’anno al festival “Vicenza città impresa” hanno organizzato una serata nel Teatro Olimpico in ricordo del soccombente Vitaliano Trevisan. Al festival abitualmente si celebrano momenti dedicati alla letteratura di impresa. Vitaliano ci lascia un messaggio. Dedichiamo tempo e spazio alla questione aspra e interrogante dei lavori.