Home » Dopo la crisi delle popolari ecco i nuovi strumenti di finanza per lo sviluppo

Dopo la crisi delle popolari ecco i nuovi strumenti di finanza per lo sviluppo

Di Fabio Buttignon, professore di Finanza Aziendale, Università di Padova

Stiamo vivendo un periodo molto interessante per la finanza d’impresa.Gli effetti della grande crisi non sono ancora spenti e ci confrontiamo ancora con molte situazioni di difficoltà (nel Nord-Est legate anche all’enorme distruzione di risparmio causato dal crack delle due più grandi banche popolari non quotate). Ma stiamo assistendo a molteplici segnali e trend di innovazione e cambiamento nel mondo della raccolta di capitale per le imprese, lungo le diverse fasi del loro ciclo di vita (start-up, sviluppo, maturità, declino).

Per tracciare qualche sintesi, è utile partire dal mondo delle banche, che costituiscono, pur sempre, il canale di intermediazione finanziaria più consistente. Dopo la crisi finanziaria e i ripetuti interventi delle autorità di controllo e regolamentazione, le banche tradizionali sono, da un lato, organizzazioni ultra-burocratiche, che devono fare i conti con normative sempre più estese, dettagliate e vincolanti. Dall’altro sono imprese che devono affrontare sfide su mercati molto difficili, caratterizzati da drastici cambiamenti tecnologici, organizzativi e competitivi in tutti i segmenti di attività (dai sistemi di pagamento, alla gestione della ricchezza, ai finanziamenti ai privati e alle aziende). Sul piano della finanza per le imprese, le banche sono oggi attente a cogliere opportunità di consulenza, per passare da un modello di business fondato sul margine di intermediazione a uno che comprenda significativi ricavi da servizi. Gli impieghi sono pur sempre importanti, ma si tendono a privilegiare operazioni verso realtà a rating relativamente elevato, con impatto limitato sul livello di rischiosità dell’attivo. In questo processo il rischio di polarizzazione è notevole: si concentrano le risorse (finanziarie e organizzative) e la creatività (del personale) verso le imprese migliori (spesso di dimensioni non piccole), lasciando a sistemi e regole automatizzati (e burocratizzati) la gestione delle pratiche meno interessanti, nei fatti limitando o restringendo l’accesso al credito bancario di tante realtà. In questo contesto, si aprono nel mercato spazi per nuovi strumenti di finanza, sostenuti in parte dalle banche medesime (servizi di supporto e investimenti diretti in partnership).

Sul piano del debito di mercato (bond), tradizionalmente riservato ad imprese medio-grandi, si osserva da tempo un trend di sviluppo anche per operazioni medio-piccole (mini-bond), in sostituzione o a complemento del debito bancario. Questo mercato è indubbiamente favorito dalla fase attuale dei tassi e della liquidità nei mercati finanziari, ma è probabile che il trend di incremento della disintermediazione bancaria sia strutturale, anche per le PMI. Per queste, uno svantaggio dei bond rispetto al prestito bancario tradizionale è il costo, che riflette il profilo di rischio e i servizi di attivazione, nonché, in alcuni casi, i vincoli e impegni da rispettare. Da non sottovalutare, inoltre, il tema della difficoltà ad affrontare situazioni di crisi, in presenza di molteplici interlocutori di mercato (con cui raggiungere eventuali accordi di ristrutturazione del debito).

In presenza di operazioni di finanziamento complicate, interessante è anche il segmento emergente del private debt, dove operano entità (fondi) specializzati, che possono sottoscrivere non solo (semplici) bond, ma anche titoli ibridi (obbligazioni convertibili, con warrant, opzioni) e contratti di debito costruiti su misura rispetto alle esigenze dell’impresa (business plan e profilo dei flussi di cassa attesi). L’approccio di tali operatori è simile a quello del private equity (da cui molti derivano), anche se molto meno invasivo nell’impatto su governance e assetto proprietario.

Anche sul fronte dell’equity si assiste a cambiamenti in atto, non facili in Italia (e nel Nord Est) per la nota (e per molti versi comprensibile e positiva) attitudine degli imprenditori a preferire strutture proprietarie sotto il loro pieno controllo. Per le nuove iniziative si comincia a intravedere, anche in Italia, un certo fervore nel mondo del venture capital (includendo in questo anche l’emergente fenomeno del crowdfunding). Segmento non facile, dove però alcuni operatori specializzati stanno operando, altri stanno entrando, alla ricerca di opportunità non solo in area tecnologica (in senso stretto), ma verso idee e modelli di business innovativi (in senso più ampio). Anche se occorre essere consapevoli che, in assenza di brevetti, diventa difficile valutare un vantaggio competitivo potenziale e, quindi, accedere a capitale esterno, ma non impossibile, se siamo in presenza di esperimenti imprenditoriali che abbiano già trovato dei significativi segnali di potenziale sviluppo (scalabilità dell’investimento).

Più facile, in tal senso, accedere al capitale esterno di sviluppo (growth capital), riservato ad iniziative già avviate, che dimostrano già nel mercato l’attrattività della formula imprenditoriale. In questo segmento gli operatori della finanza sono numerosi (fondi di private equity, strutture di club deal, family office), con il tema critico, oggi, di trovare iniziative interessanti ove il soggetto di controllo sia disposto ad aprire il capitale. Questo atteggiamento di chiusura, per quanto si giustifichi con la scelta di non lasciare sul campo valore potenziale (sfruttando anche la capacità di autofinanziamento e di accesso al debito dell’impresa di successo), nasconde a volte la riluttanza a pensare in grande, a cogliere tutte le declinazioni di crescita di un’idea imprenditoriale vincente (accelerando, ad esempio, sul fronte dello sviluppo internazionale, anche via acquisizioni). Senza trascurare il tema (non irrilevante) della riduzione del rischio (diversificazione) sul piano della ricchezza privata (sovente per la gran parte investita nella singola impresa).

Sempre nell’ambito del capitale per lo sviluppo per l’impresa (e della diversificazione del rischio a livello personale) si apre il tema della quotazione (IPO), oggi non più un miraggio, nemmeno per la piccola impresa. Oltre ai segmenti tradizionali di mercato, notevole è stato lo sviluppo dell’AIM (mercato deregolamentato, dalle regole di accesso molto poco stringenti). Si tratta di un mercato giovane, caratterizzato da livelli di scambio (liquidità) modesti, che può comunque rappresentare un’interessante porta di accesso al mercato (anche con significativa raccolta iniziale), per imprese dotate di un adeguato potenziale di sviluppo. A metà tra il private equity e la quotazione diretta, si colloca, poi, lo strumento della SPAC (special purpose acquisition company), accessibile ad imprese di medie (non piccole) dimensioni, che valutino più conveniente fondersi con (ed accedere alla cassa di) un’entità già quotata rispetto al percorrere il percorso di quotazione diretta (relativa certezza sul prezzo e sull’esito del processo, con l’eventuale superamento di possibili ostacoli o difficoltà all’IPO).

Un cenno, infine, alla finanza per la ristrutturazione aziendale, cioè agli interventi sulle imprese in crisi. È questa un’area dove la banca tradizionale ha sempre operato, con gestioni personalizzate sulle specifiche situazioni aziendali, alla ricerca di soluzioni che potessero ritardare quanto più possibile l’emersione di una posizione a incaglio o sofferenza. Per quanto tale comportamento abbia favorito molte realtà nel passato (consentendo il superamento di temporanee, ma anche profonde, situazioni di crisi), è indubbio che, oggi, in presenza di crediti problematici, la banca possa decidere di abbandonare la posizione, anche via cessione del credito ad altri operatori. Si apre, quindi, spazio per realtà (fondi di private equity ed altre) focalizzati nella gestione (finanziaria e industriale) della crisi,soprattutto verso imprese di medie e grandi dimensioni. Non si esclude che, adottando e adattando le tecnologie finanziarie (e giuridiche) sviluppate per il mondo della media impresa in crisi, si aprano spazi per nuovi operatori in grado di operare nel governo della crisi anche con imprese di più ridotte dimensioni. Queste operazioni si accompagnano al cambio del controllo, con diverse gradazioni e con possibili eccezioni. La minaccia di tale evento è auspicabile che sia, invece, di stimolo per gli imprenditori a crescere, non solo con il ricorso al debito, ma anche con l’apertura del capitale, verso assetti proprietari e di governance sempre più adatti ad affrontare le opportunità e le minacce di un mercato globale.