Home » Archivi per Nicolò

Nicolò

Ditte tedesche in Veneto Un giro da 13 miliardi

Il Giornale di Vicenza / di Piero Erle

Cara Germania, quanto conti per il Veneto. È stata un’indagine di banca Intesa presentata a Vicenza per l’incontro “Quanto valgono le aziende tedesche in Italia e nel Nordest” – evento del Festival Città Impresa – a chiarire a suon di numeri quanto i rapporti con Berlino valgano per noi. «Spesso – spiega Fabrizio Guelpa della direzione Studi e ricerche di Intesa San Paolo, che ha curato l’indagine – si guarda alle relazioni di import-export: la Germania compra moltissime componenti dall’Italia, ad esempio per l’automotive e voi vicentini avete il distretto della concia di Arzignano che è un grande esportatore di componenti in pelle per le macchine di lusso. Quello però che abbiamo fatto vedere con questo studio è che c’è anche una presenza diretta della Germania nel nostro Paese». E i numeri sono notevolissimi. I tedeschi sono il 3° investitore assoluto in Italia, dopo Usa e Francia: «Parliamo – sottolinea Guelpa – di 1900 aziende, 168 mila persone occupate e 72 miliardi di fatturato, cifre di grande rilievo».

IL PESO DEL VENETO. È la Lombardia a fare la parte del leone, ma il Veneto gode di un record tutto suo: il Veneto infatti genera il 18% (13 mld) del fatturato sviluppato dai tedeschi in Italia, ed è la cifra record perché per gli Usa viceversa noi “contiamo” solo per il 3,2% e per la Francia per il 2,8%. Anzi, la Germania genera una percentuale maggiore di quanto non accada per la stessa Italia: il 18% – certifica lo studio di Intesa – «è superiore al dato italiano e delle multinazionali degli altri Paesi». La presenza tedesca poi ha qui dei veri campioni come Volkswagen e Porsche (vedi box) ma conta moltissimo anche in altri settori industriali e non solo nell’auto: «Le imprese tedesche – sottolinea Guelpa – incidono per il 9% del fatturato globale del settore chimico, e per il 6% di quello farmaceutico. In sostanza, alcuni nostri settori industriali sono fortemente tedeschi, anche perché sono intervenuti a sostenere aziende che altrimenti non ci sarebbero di più».

PRODUTTIVITÀ. Come detto, le imprese tedesche in Germania danno lavoro qui in Italia a 168 mila persone (grazie soprattutto alla distribuzione, ad esempio col colosso Lidl), con risultati validissimi visto che (vedi grafico) il valore aggiunto per addetto è di 464 mila euro contro i 48 mila di media del totale delle imprese italiane. «Per i tedeschi – ribadisce Guelpa – c’è grossa presenza manifatturiera, ad esempio nella meccanica, perché poi riescono a fare valere le loro capacità commerciali e vendere in giro per il mondo quello che producono qui. Più vendono, poi, più creano altra occupazione mettendo assieme profitti e crescita, ed è un vantaggio anche per il fisco italiano che incassa a sua volta le imposte sulla produzione fatta qui». Spesso acquistano aziende anche mantenendo in sella il management italiano: «Qui comprano competenze, conoscono bene il valore di addetti e manager». Lo studio di Intesa infine fotografa i fatturati oggi di aziende esistenti, ma la tendenza che si intravede è a una crescita di presenza tedesca tramite nuove acquisizioni. Il legame è sempre più stretto.

Moavero lancia la sfida «Europa da ripensare»

Il Giornale di Vicenza / di Alessia Zorzan

Un’Europa da cui non si può prescindere, ma che necessita «di un tagliando». Il ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi lancia da Vicenza l’idea di una riforma dell’Europa per avvicinarla al mondo reale. Il palco è quello del Festival Città Impresa dove il titolare della Farnesina si è trovato a discutere su limiti e aspettative sovranazionali con Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza, Agostino Bonomo di Confartigianato Veneto e Alessandro Conte di Cna Veneto. Dibattito moderato dalla giornalista Alessandra Sardoni.

Read more

Moavero Milanesi: «L’Europa? Opportunità anche per Vicenza»

Corriere del Veneto / di Andrea Alba

Un’Europa che nei prossimi anni «presenterà opportunità gigantesche, dalle liberalizzazioni dei servizi alle energie, al mercato infrastrutturale». Opportunità per le imprese vicentine e venete, «del resto l’industria del Nord dagli anni ‘50 fruisce del mercato comune europeo». È un messaggio di fiducia quello che il ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha lanciato ieri a Vicenza da Palazzo Trissino agli imprenditori della provincia.

Read more

Cesare De Michelis, l’editore-politico visionario attualissimo nella «sconfitta»

Corriere del veneto / *Maurizio Sacconi

Il festival Città Impresa di Vicenza si conclude oggi pomeriggio con un evento dedicato alle idee di Cesare De Michelis per Venezia, per le Venezie. Il grande editore ha amato la sua terra di adozione dedicandovi, in simbiosi con il fratello Gianni, lunghi anni di impegno civile e politico. In particolare, fu vicepresidente del Consorzio Expo 2000 e poi, dopo la mancata assegnazione, presidente della associazione «Venezia 2000» che tentò di riproporre i progetti che molte delle migliori intelligenze nazionali avevano elaborato.

Read more

Tecnologie digitali, «l’Italia acceleri»

Giornale di Vicenza / di Laura Pilastro

Le tecnologie digitali, croce e delizia dell’economia globale. Perché se «il loro potenziale è enorme e apre una serie di sfide in termini di competitività, non si può nascondere come queste contribuiscano anche all’incertezza su scala globale». È uno scenario in rapida trasformazione quello descritto da Michael Spence, premio Nobel per l’economia nel 2001, che ieri ha aperto il Festival Città Impresa.

Read more

Le Fs confermano: «Sì al Central Park»

L’Arena

Ferrovie dello Stato svilupperà a Verona un grande intervento di riqualificazione di un proprio asset, un’area che in passato gestiva lo scalo merci, per creare, con il Comune, la nuova area verde Central Park, all’ex scalo merci ferroviario di Santa Lucia, situato tra la stazione di Porta Nuova e il quartiere a sud della città. Valore dell’opera, 50 milioni.

Read more

Battisti: le Ferrovie nel progetto Alitalia solo se sarà industriale

Corriere della Sera / di Nicola Saldutti

Il piano per il salvataggio dell’Alitalia, ora che i colloqui con Delta si stanno facendo, sta entrando nella fase decisiva. E l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, chiarisce il punto: «Con l’Alta velocità abbiamo dimostrato di saper affrontare e vincere le sfide. Vedo la partecipazione a un progetto che deve avere due caratteristiche principali: industriale, non solo finanziario. E che sia sostenibile. Se non ci fossero queste condizioni, non aderiamo».

Read more

Tav pronta in nove anni «È leva per la crescita Nessun veto sull’opera»

Il Giornale di Vicenza / di Laura Pilastro

«Non ci sono incognite né veti. Noi stiamo andando avanti» e la Tav veneta è «una delle sei grandi opere infrastrutturali italiane cui stiamo dando impulso». Le parole di Gianfranco Battisti, amministratore delegato e direttore generale di Ferrovie dello Stato italiane sono il fischio al binario delle partenze per l’Alta velocità che attraverserà il territorio vicentino.

Read more

Battisti: Tav a Vicenza in nove anni

Corriere del Veneto / di Gianmaria Collicelli

Sette anni per portare l’alta velocità-alta capacità ferroviaria a Verona e nove per arrivare fino a Vicenza. Il tutto in un’ottica di «sviluppo dei grandi corridoi europei» e ridefinire il futuro del collegamento Milano-Venezia, una delle tratte ferroviarie più frequentate d’Italia e che Ferrovie dello Stato guarda con interesse speciale: «Ridurre i tempi di collegamento tra gli aeroporti di Milano e Venezia è uno dei nostri obiettivi principali».

Read more

De Felice (Intesa): «Nordest in ritardo per le esportazioni in Estremo Oriente»

Il Mattino di Padova / di Luigi Dell’Olio

Le imprese del Triveneto fin qui sono state molto prudenti nell’approcciare il business con la Cina. È importante che accelerino su questo fronte per non perdere le opportunità di un mercato che resta ad alto tasso di crescita (per quanto in leggero rallentamento rispetto al passato) e che guarda con grande interesse al territorio nordestino.

Read more

Aziende champion e sfide quotidiane La politica non c’è

Il Giornale di Vicenza / di Federico Murzio

Esiste un Nordest felix, un insieme di luoghi magari non omogenei ma patria di imprese di successo, performanti e sane? La risposta è affermativa e ci viviamo nel mezzo. È questa una delle chiavi di lettura de “Quei champion che continuano a crescere”, l’anteprima del Festival Città Impresa che ieri sera a villa Cordellina Lombardi ha accolto testimonianze d’eccezione e riflessioni.

Read more

Amici, amori, speranze, crisi. I ragazzi degli anni Settanta

Corriere del Veneto / di Francesca Visentin

Sfrecciano in vespa da una parte all’altra di Padova. Camice candide, tra le labbra una Chesterfield che accendono con Zippo coperti di graffi. Si spostano dall’Hesperia, a Rocco in Prato della Valle, dal Tito Livio a Ricordi, ma dal lato opposto a quello dove stazionano «i boari» con i camperos a punta e gli occhiali Lozza. Sono i ragazzi degli anni Settanta, a Padova, quelli lontani dalle ideologie, dalle rivendicazioni politiche e dai cortei, i figli della borghesia (con qualche infiltrato), in perenne movimento, animati dalla voglia di incontrarsi, confusi da una polvere di stelle che sembrava rendere tutto possibile, luminoso.

Anni folli, difficili, bellissimi di un gruppo di ragazzi, che lo scrittore e avvocato padovano Romolo Bugaro racconta nel nuovo libro Non c’è stata nessuna battaglia (Marsilio, 224 pagine, 16 euro).

Li segue fino all’età adulta, quando tutto cambia. Sogni realizzati o delusi s’intrecciano, vite condizionate dalla storia, dal destino e dai cambiamenti economici dell’Italia. Per tutti loro, nonostante la distanza, le trasformazioni, quei giorni di feste, movimento, scintillio di moto e sguardi, musica, amori, rivalità, restano scolpiti in modo indissolubile, in un punto intimo e segreto.

Romolo Bugaro li porta sulla carta, li fotografa mettendoli a fuoco pagina dopo pagina, li recupera dalla memoria e dal passato.

Da ieri a oggi, alternando ciò che è stato e il presente, rievocando atmosfere, colori, suoni, luoghi che i padovani di quella generazione conoscono bene.

Un viaggio emozionante per i tanti che si riconosceranno tra i personaggi narrati da Bugaro, da Nick The Best One e la sua relazione perfetta con la più bella del liceo, a Tod impulsivo, fremente, che rivendica visibilità e autorevolezza nel gruppo, a Gmt e il ricordo di un amore perduto, al «vecchio» Andrea che con la vespa riesce a impennare meglio di tutti. Ritratti di ragazzi che negli anni Settanta stazionavano davvero tra Racca e Ricordi. Si baciavano sui muretti sotto la Specola, guardavano il luccichio di stelle e la città brulicante di luci la notte dai Colli Euganei, smaniavano per essere invitati a tutte le feste alla Sacra Famiglia, vivevano notti senza fine che si concludevano con le prime luci dell’alba, al baracchino dei panini.

La Padova che è la cifra narrativa sempre presente nei romanzi di Romolo Bugaro, diventa in questo libro il ritorno alle origini.

Il centro di un’appartenenza che lo scrittore rivendica. «È stato molto difficile scrivere questo libro – dice Bugaro – è stato come tornare a un’altra vita, un altro mondo, le cose e la gente di allora. È un’appartenenza pronta a saltare fuori, io non me ne sono mai liberato. Anche perché tanti di quei ragazzi sono morti».

Uno sguardo profondo, analitico, quello con cui Bugaro narra i ragazzi di allora, gli uomini e le donne di oggi.

«È passato così tanto tempo – scrive Tod nel romanzo in una lettera a un amico, rievocando quegli anni – . Sembra la vita di un altro. Ma non è la vita di un altro. Sono ancora tutti lì, che ridono e fanno casino prima di tirare giù i motorini dal cavalletto e mettere gli occhiali da sole e dare gas… Eravamo un bel gruppo di ragazzi, eh? Una specie di lampo, di cometa in mezzo al cielo».

Anni mitici trascorsi come una scia di luce intensa. Esistenze oggi lontane da quelle piazze, le feste, le gelaterie, i chioschi, vissute magari all’altro capo del mondo. Ma segnate, segretamente unite da quella «polvere di stelle».

Sottolinea lo scrittore Romolo Bugaro: «L’età adulta spesso è un’apparenza. Gli adulti sono ragazzi che all’improvviso si ritrovano con trenta o quarant’anni di più».

E nel romanzo spicca forte questa sensazione di un’«età dell’oro» a cui la generazione dei cinquantenni e sessantenni di oggi resta incatenata, la nostalgia bruciante, l’appartenenza al gruppo, alla città, a quel branco lì. Sensazioni sepolte sotto metri di ragionevolezza, impegni e doveri. Ma pronte a saltare fuori, inchiodare ferocemente ai luoghi, le persone, i riti dell’adolescenza. «Restiamo lì a guardare il firmamento di luci oltre il parapetto della terrazza e le ombre grigio perla disegnate dal riflesso della luna, sapendo che fino a ieri tutto questo non esisteva e magari tornerà indietro fra chissà quanti anni, come un riverbero molto tenue, nel cielo di una notte come questa, un riverbero dal centro esatto della nostra prima vita».

Romolo Bugaro presenterà il nuovo romanzo Non c’è stata nessuna battaglia e il film «Effetto Domino», tratto dal suo precedente libro, venerdì 29 marzo (ore 21), a Vicenza, nella Basilica Palladiana. E giovedì 11 aprile (ore 18), scrittore e libro saranno a Verona, Libreria Feltrinelli.

Sabato 13 aprile (ore 18), lo scrittore sarà a Padova, al Caffè Pedrocchi.

I ragazzi mai cresciuti degli anni Settanta «Una generazione fragile con tante attese»

La Tribuna di Treviso / di Nicolò Menniti-Ippolito

Il titolo è “Non c’è stata nessuna battaglia” (Marsilio, p. 220, 16 euro), ma in realtà la battaglia c’è stata e molti l’hanno persa. Il nuovo libro di Romolo Bugaro, da domani in libreria, racconta le fragilità, le attese, le delusioni di un gruppo di quindicenni padovani degli anni Settanta, alle prese con i conflitti politici, la droga che comincia a diffondersi, i pomeriggi passati stazionando davanti a Ricordi o a Rocco. Poi c’è il resto della vita di quegli stessi ragazzi, che Bugaro offre per “lampi” – come dice lui – giusto per far capire com’è andata, alla resa dei conti, la vita di chi ha vissuto quell’intenso pomeriggio degli anni Settanta e forse non se n’è mai staccato.

Questo libro sembra tornare a temi e ambienti del suo primo romanzo “La buona e brava gente della nazione”.«Sono tornato a raccontare Padova. Questi potrebbero essere i personaggi di “La buona e brava gente” quindici anni prima: al posto dei professionisti anni Novanta arrembanti e rampanti, ci sono ragazzi degli anni Settanta, incerti davanti al loro destino».

Adolescenti nella prima parte del romanzo, poi adulti che non riescono a dimenticare la loro adolescenza. «Ci sono alcune persone che diventano adulte, ma moltissime altre, e mi ci metto in mezzo, che sono adulte solo in apparenza. Anche una parte di me è rimasta legata a quegli anni. Simone de Beauvoir dice che essere adulti è una convenzione, che siamo tutti ragazzi che giocano e improvvisamente si trovano vecchi. I protagonisti del romanzo sono colti prima che il loro destino cominci, prima che la vita prenda una direzione. La ferita insanabile è che il tempo è trascorso. La nostra vita è fatta di assenza del noi che siamo stati».

Un romanzo sulla generazione degli anni Settanta?«Gli anni Settanta sono stati magnifici e terribili. La mia è una generazione che è stata devastata dalla eroina e dall’estremismo politico. Che non sono la stessa cosa, ma hanno causato un’enorme quantità di dolore. Oggi ce ne siamo dimenticati».

Per certi versi il libro sembra ricollegarsi a “Occidente” di Camon. «Ho guardato a quel libro, è un grande esempio. Io non sono capace di inventare, ho raccontato con sincerità quella realtà. C’era il Pedrocchi dove si trovavano i neofascisti; c’era piazza dei Signori dove si ritrovava la sinistra; in mezzo, a piazza Garibaldi, c’erano quelli che come i miei protagonisti stavano in mezzo, non si occupavano di politica, pensavano alla Vespa, alle ragazze».

Tutto è raccontato con grande precisione.«Non credo nella bella pagina. A me piace la pagina sporca, con la definizione esatta delle cose, una pagina che riceve dalla realtà i dettagli. La speranza è che attraverso un’enorme precisione topografica della Padova di quegli anni, (le vie, i bar, i negozi) il dettaglio sparisca e la città diventi quella di tutti».Il libro è ricco di personaggi, inventati o reali?«Ho un ricordo vivissimo di quegli anni. Avevo in mente ognuna di quelle voci, anche se poi ogni personaggio, essendo un romanzo, racchiude più persone, più eventi. Quello a cui sono rimasto fedele al cento per cento è il clima di quegli anni, le cose che si facevano, il linguaggio, l’atteggiamento»,

In alcune pagine si descrivono tipologie di personaggi.«È una mia direzione di lavoro, che avevo già usato in “Bea vita” e in parte in “Effetto Domino”. Credo che si possano raccontare anche personaggi complessivi, o una collettivà come personaggio».

Ad un certo punto compaiono i fallimenti bancari, raccontati da un punto di vista inedito. «Mi piace dare la voce al punto di vista dei cattivi. Quello dei buoni è già stato raccontato, i cattivi sono interessanti: il loro punto di vista illumina di più». Anche da adulti questi personaggi portano il soprannome che avevano da ragazzi.«Mi piaceva l’idea di far partire il romanzo con una scena realistica, in cui però il protagonista ha un nome assurdo come “Nick the best one”. Da questa idea è nato il romanzo. Anche nell’altra parte della loro vita, questi ragazzi sono raccontati con i nomi di allora».

Gli industriali del food bocciano la «legge Pernigotti»

Corriere della Sera / Dario Di Vico

La proposta di legge sovranista sui brand storici definita «Pernigotti» dal vicepremier Luigi Di Maio e caldeggiata anche da Matteo Salvini non piace agli industriali italiani del food. La bocciatura è netta. Dopo una lunga riflessione in casa confindustriale è stato il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, a mettere nero su bianco la posizione degli imprenditori. «La proposta persegue obiettivi condivisibili, laddove vuole proteggere il made in Italy e preservare il patrimonio di cultura d’impresa e territoriale — sostiene Vacondio —, tuttavia è necessario procedere con estrema cautela». Il motivo è duplice: «Si tratta di norme che stabilendo una sorta di controllo del governo sull’attività di impresa fanno emergere rischi di illegittimità costituzionale e suscitano perplessità giuridiche in relazione al rispetto della disciplina del marchio d’impresa a livello internazionale e di mercato Ue». Se si vuole operare con costrutto, aggiunge Vacondio, «va trovato un punto di equilibrio che lasci impregiudicata la possibilità per le imprese di adeguarsi alle esigenze dei mercati globali». Insomma se si vuole affrontare la vexata quaestio delle delocalizzazioni Federalimentare chiede «un approccio di ampio respiro», che renda il Paese attrattivo per gli investimenti esteri e al contempo più competitive le imprese nazionali «evitando che diventino terra di conquista».

Benvenuti nell’industria “L.R. Vicenza”

Il Giornale di Vicenza / di Roberta Bassan

Quando è entrato per la prima volta nella palazzina degli uffici di via Schio, due passi dopo il portone rosso dello stadio comunale Romeo Menti, ha detto «giù i muri». Era lo scorso maggio. Il Tribunale aveva assegnato la proprietà del Vicenza Calcio, dichiarato fallito, all’imprenditore Renzo Rosso attraverso la holding Otb. E mentre nei mesi successivi si strutturava la squadra di calcio e si lavorava all’allargamento della compagine societaria si organizzava anche la gestione della nuova società calcistica, nata dalla fusione con il Bassano Virtus. Le pareti sono state abbattute nella palazzina a vetri dove campeggia il nuovo stemma con la “R” rossa e il corridoio si apre su uno spazio di lavoro unico. Oggi L.R. Vicenza Virtus sposa le logiche di un’industria.

I MANAGER. C’è una squadra di 13 dipendenti che fanno capo alle 5 aree dell’organigramma dal commerciale alla comunicazione, dall’area tecnica a organizzativa fino al settore finanziario: in parte presi dal Bassano Virtus, in parte dall’ex Vicenza, metà laureati, 5 donne. Una di queste è la manager Elisabetta Alzeni giunta poche settimane fa in un percorso che è solo all’inizio. Prima di arrivare a guidare l’area finanza del Vicenza è stata a capo del controllo in Cielo Venezia 1270, marketing controller per 9 anni in Diesel, ha accompagnato come Cfo Askoll Eva in Borsa. E in questi giorni il direttore generale Paolo Bedin le ha chiesto di frequentare un corso di alta formazione alla Cattolica di Milano sui fondamenti di gestione finanziaria nel settore del calcio professionistico. Il Vicenza in effetti ha una struttura organizzativa che corre rispetto al campionato di Lega Pro dove, la gran parte delle squadre, si limitano a pochi ruoli basici: un direttore sportivo, un segretario generale, un amministrativo e un addetto stampa. Il Vicenza a dire la verità si porta una consuetudine nell’area finanza fin dall’epoca della proprietà inglese Enic che, da società quotata, aveva bisogno di report mensili. E così dall’impresa di costruzioni Maltauro arrivò nel 1997 per due anni Vittorio Pozzato. E in successione Elisabetta Fongaro che poi ha fatto il salto in serie A dove ora è responsabile contabilità e amministrazione del Chievo.

L’INDUSTRIA. Ma oggi uno staff come Dio comanda è ancora più necessario. Il Vicenza è entrato a far parte di un gruppo industriale e il suo bilancio (un piccolo consolidato che avrà al suo interno la società del settore giovanile Nex Gen) farà parte del consolidato di Otb, insieme a Diesel, Maison Margiela, Marni, Paula Cademartori, Viktor & Rolf, Staff International. E, come i marchi di moda sotto il controllo della capogruppo, dovrà sempre più rispondere a logiche industriali in quanto a protocolli e policy che proprio il fatto di essere un’azienda di Otb comporta. Basti pensare in prospettiva alle politiche di licesing (attività di commercializzazione delle licenze) e merchandising (“sfruttamento” del marchio): saranno concessi solo alle aziende in grado di fornire credenziali in linea con quelle richieste dal gruppo. Accanto al fatto che oggi L.R. Vicenza è una delle poche società sportive ad adottare il modello di gestione e controllo ex decreto legislativo 231 che, in buona sostanza, comporta l’adozione di determinati comportamenti con l’obiettivo di prevenire reati penali. Così tutti i contratti di sponsorizzazione e di appalto che escono dall’ufficio legale del Vicenza avranno una verifica in Otb. E anche le assunzioni.

IL BUDGET. Va da sè, dentro un perimetro, una certa flessibilità. «Il nostro oggetto sociale è particolare – spiega il dg Paolo Bedin -: offriamo un evento sportivo ma anche un brand che porta con sè passione, fede, attaccamento, fidelizzazione, senso di appartenenza». Un piano di budget rischia però di essere influenzato nel calcio, come forse in pochissime industrie, dalle crisi delle sconfitte o dall’accelerazione delle vittorie. La vendita dei biglieri ad esempio: se il Vicenza vince si ritrova con 2 mila spettatori in più a partita oltre ai 7.800 abbonati, se perde rischia di averne appena 800. Le sponsorizzazioni: se vince acquisisce nuovi contratti fino a stagione inoltrata, se perde si blocca. «La strategia – spiega Bedin – non può essere continuamente influenzata dai risultati: il budget ad esempio deve essere flessibile, ma la perdita deve rimanere sostenibile». Perdite fuori controllo hanno portato al fallimento negli ultimi 10 anni di 50 società nel calcio professionistico, tra cui lo stesso Vicenza. Ecco che sposare logiche manageriali aiuta anche se Bedin è chiaro: «Le logiche manageriali e i budget devono essere coerenti con la storia, la tradizione e le aspettative di una piazza come Vicenza».

STRATEGIE. Rosso del resto lo ha detto: l’obiettivo non è stare in serie C. E anzi quando ha presentato la nuova compagine di 11 soci tra i maggiori imprenditori del Vicentino che ha blindato (l’aumento di capitale deliberato a gennaio prevede un lock up al 2022) ha ribadito in modo chiaro: «Questo è l’anno zero per noi, certo vogliamo salire di categoria, allestiremo una bella squadra ma senza fare follie perché così poi si fallisce. Semplicemente puntiamo alla scalata il prima possibile». Fino a dove? «In C e in B si perdono soldi e noi abbiamo previsto che all’inizio il conto economico sarà in perdita ma, nel tempo, vogliamo una società che faccia profitti». E per questo il processo di crescita anche manageriale avanza. Una società di serie B sullo stesso metro del Vicenza viaggia con un organico di 20/25 persone. E in serie A ha 30/50 unità. E poi si testano nuove forme di attrazione. Sara Vivian, a capo del marketing, mostra fiera “Casa Vicenza” dove sogna eventi 7 giorni su 7. E apre le porte della nuova area dove ogni settimana uno dei 200 sponsor ha un “pacchetto” di ospitalità per i suoi clienti compresa la visita agli spogliatoti e la possibilità di vedere l’allenamento pre-partita a bordo campo. Come allo Juventus Stadium.

Verso il Festival Città Impresa. Sarà presentato il libro di Calabrò. «Sono le imprese a generare socialità. La politica le ignora»

Il Giornale di Vicenza / di Cinzia Zuccon

Le imprese italiane costituiscono la seconda potenza manifatturiera d’Europa: “il partito del Pil”, le ha definite Dario Di Vico. Il loro ruolo, specie di questi tempi, va però ben oltre il creare profitto. È un soggetto politico attivo “L’Impresa Riformista” di cui parla nel suo libro Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli e vicepresidente di Assolombarda. Non si tratta certo di creare un “partito delle imprese”, ma di esercitare la “policy” promuovendo proposte concrete: «La battaglia per le infrastrutture, il sostegno alla ricerca scientifica, all’innovazione, al welfare e ad un maggior ruolo dei giovani e delle donne nei processi economici: sono alcune delle battaglie politiche che possono generare lavoro, innovazione, benessere e inclusione – spiega Calabrò -. E l’impresa andrebbe ascoltata e non ostacolata».

Calabrò, tutto si declina nella responsabilità sociale e ambientale che contraddistingue sempre più aziende. Tuttavia, negli anni si è diffuso un clima anti-imprese. Perché?

Le aspettative di benessere del progresso sono state deluse, i cambiamenti costano, anche in termini di disuguaglianze. La crisi e il generale abbassamento del livello culturale hanno fatto il resto. L’economia è stata messa sul banco degli imputati e l’impresa è finita al centro senza distinguere tra banche, aziende, finanza rapace, speculazioni; il consenso giocato sulla paura poi ha alimentato polemiche contro quelli ‘di prima’: politica, imprese, sindacati, associazioni, élite.

Le imprese più grandi investono in welfare per i dipendenti, ma le piccole, la maggioranza, non hanno i mezzi. Non si rischia paradossalmente di aumentare le disuguaglianze?

Quella tra grandi e piccole aziende, tra l’altro, è una contrapposizione che per lei non esiste, ma per la politica sì.La crescita delle grandi comporta benefici anche per la catena dei fornitori, ma questo è un tema complesso che va affrontato lavorando su punti di sintesi, non di ostilità. Servono politiche che tengano insieme piccole e grandi imprese e settori diversi. Si tratta di avere un’idea del Paese e di tenere presente che le politiche del rancore che portano voti alla lunga il Paese lo rovinano. Imprese di diverse dimensioni non hanno la stessa forza, ma le organizzazioni sì e le assemblee territoriali hanno dimostrato di essere cariche di proposte e progetti. Non vengono ascoltate da un Governo ignorante che capisce poco di economia, vive di retorica e propaganda e non comprende la necessità di avviare una politica economica nuova spendendo risorse in infrastrutture, formazione, ricerca, green economy. Non è possibile ridistribuire risorse senza investire su produttività, innovazione e competitività.

Un tema che genera odio e rancore è anche quello dell’immigrazione di cui l’industria ha dimostrato di aver bisogno.

Sì, e non lo si può risolvere con un generico “porte aperte” né con un rabbioso “chiudiamo i porti”, buono per un tweet ma pessimo per le prospettive; le politiche vanno disciplinate tra grandi soggetti. Le generalizzazioni poi non aiutano a distinguere: ci sono matematici che potrebbero arrivare dal bacino del Mediterraneo e di cui avremmo un gran bisogno e aziende del Nordest che grazie anche agli immigrati sono cresciute favorendo benessere e integrazione. La politica dovrebbe tenerne conto.

Tra Milano-Veneto ed Emilia si produce quasi la metà del Pil Italiano. È il nuovo triangolo industriale: può “fare da traino ad progetto di sviluppo europeo che saldi l’Europa continentale al Mediterraneo”, le scrive. Ma come superare i limiti dell’attuale contesto?

Continuando a lavorare, a dimostrare che le idee e i progetti di uomini e donne di impresa aumentano benessere, posti di lavoro, inclusione sociale. Certo le condizioni non agevolano, ma i marinai bravi sono quelli che vanno controvento come stanno facendo le imprese. E se non siamo un Paese socialmente distrutto è proprio grazie a loro.

È necessario un cambiamento anche di Confindustria?

Penso che Confindustria abbia bisogno di riformarsi completamente per essere ancora più vicina alla imprese, deve essere meno ‘Ministero’ e più soggetto attivo; è anche vero però che le Confindustria locali hanno risposto alle esigenze di riforma meglio del centro. Riforma e rinnovamento delle strutture rappresentative delle imprese sono in corso. Molto è stato fatto, ma bisogna continuare ad innovare.

Quattro sono per lei le parole chiave per l’economia: giustizia, libertà, fiducia e gentilezza. In che rapporto stanno gentilezza e cambiamento?

Il cambiamento è la modifica di una condizione, un trauma. E la gentilezza è in grado di attutirlo.

Più capitale e fatturato: Fope sale in Borsa

Il Giornale di Vicenza / di Maria Elena Bonacini

Bilancio in crescita, l’aggiunta di un terzo piano alla sede dell’azienda e due nuove “bandierine” in Australia e Nuova Zelanda, oltre alla creazione della nuova filiale inglese. Si è chiuso con importanti novità il 2018 di Fope, azienda orafa vicentina che di recente ha approvato il bilancio e nei giorni scorsi ha presentato le proprie novità a Baselworld, la fiera svizzera degli orologi e gioielli. Tra queste “Eka Anniversario”, la rielaborazione della linea con cui fu lanciata l’iconica maglia Flex’it, in occasione dei 90 anni dell’impresa vicentina. Una ricorrenza che viene celebrata con un restyling del logo e della palette di colori e con un brand book, ultime creazioni dell’imprenditrice-manager Giulia Cazzola, ricordata nell’incipit: “Giulia, this is for you”.

IL BILANCIO: NUMERI DA CRESCITA STRAORDINARIA. Ad illustrare risultati e prospettive è Diego Nardin, amministratore delegato di Fope. «Il bilancio del 2018 è decisamente positivo, sia per il fatturato, salito a 31,26 milioni con un incremento dell’11,5% rispetto ai 28 milioni del 2017, che per i ricavi, 3,35 milioni contro 2,33 (+43,77%). Positivi anche l’ebitda salito da 3,9 a 6,1 milioni (+56,4%) e l’ebitda margin del 19,5% (era del 13,9%). L’utile netto è pari a 3,35 milioni di euro, in crescita rispetto il risultato del 2017 2,33 milioni», dopo imposte pagate per circa 1,40 milioni. La posizione finanziaria netta, invece, è passata da 1,17 a 0,11 milioni, grazie al miglioramento della redditività e all’attenta gestione del capitale circolante».

Questo avrà effetti positivi anche sul titolo?

Certo, appena presentato il bilancio le azioni sono salite. E a proposito di borsa abbiamo chiuso il 2018 con patrimonio netto di 15,98 milioni, in crescita rispetto al 2017 (era 11,92 milioni), grazie all’aumento di capitale conseguente all’esercizio di 2,52 milioni di warrant presenti sul mercato e alla sottoscrizione di 252.500 nuove azioni per un totale di 886.275 euro. Agli investitori proporremo quindi un dividendo di 0,35 euro per azione. Se faccio un paragone con il momento della quotazione, nel 2016 sulla base del bilancio 2015, il solo fatturato è aumentato di 10 milioni in tre anni.

Dopo il delisting di Damiani siete l’unica azienda orafa italiana quotata in borsa.

Sì, se si escludono quelle che fanno parte di grandi gruppi internazionali. E siamo anche l’unica quotata nel Vicentino: strano, con tante belle imprese. Uno dei dati positivi è che abbiamo riscontrato l’interesse anche di investitori internazionali.

Su cosa poggia questa crescita?

Nel 2018 abbiamo continuato ad investire nei nostri mercati più forti, Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Gli Usa da soli hanno fatto registrare un +24%, l’Europa un +11% e l’Italia un buon +9%, anche se essendo concentrato soprattutto nelle località turistiche è riconducibile a clienti stranieri. Al momento abbiamo circa 600 clienti, abbiamo lasciato quelli piccoli che non funzionavano e ne abbiamo aperti altri, sempre più di fascia alta, che è il nostro target. Abbiamo visto che i “top client” sono anche quelli che hanno portato il maggiore contributo al fatturato.

Continua anche la politica degli “shopping shop”?

Certo, continuiamo ad aprirne, perché servono a diffondere nel mondo lo stile Fope, con un’esperienza d’acquisto simile a quella del negozio di Venezia, pur in un contesto multimarca. Si crea un circolo virtuoso: l’aumento di visibilità fa crescere il fatturato e viceversa e questo va alimentato anche con la spesa sul marketing.

A proposito di stile, per i 90 anni presentate un nuovo look.

Sì, è stato un rebranding voluto e portato avanti da Giulia Cazzola, passando a due tonalità di verde chiaro ispirate alla Basilica e aggiungendo al logo, semplificato nella grafica “Vicenza” e “dal 1929” per sottolineare la nostra storia e il luogo dove produciamo i gioielli, che è un distretto di eccellenza. Le abbiamo dedicato il brandbook che sarà l’unica celebrazione del novantesimo anniversario.

Come “regalo” state ampliando lo stabilimento.

Nel 2018 abbiamo iniziato la costruzione del terzo piano, dove si sposteranno uffici e nasceranno una sala conferenze e uno showroom. Al secondo piano sarà trasferita una parte della produzione e questo porterà progressivamente anche ad un aumento del personale.

Il 2018 è stato anche l’anno di nascita della filiale di Birmingham.

Dopo quella americana abbiamo voluto investire nel Regno Unito per dare un contatto diretto con l’azienda. I nostri tre agenti hanno il 25% delle azioni di Fope Jewellery Ltd e in questo modo non ci sono stati cambiamenti per i clienti. Questo potrà agevolarci anche in caso di problemi legati alla Brexit, che comunque non penso ci saranno.

Qualche nuovo mercato?

Abbiamo aperto negozi in Australia e Nuova Zelanda, mercati molto ricchi anche se concentrati nelle città, che pensiamo potranno darci soddisfazioni.

“Il seme del welfare, eredità di Rossi”

Il Giornale di Vicenza / di Karl Zilliken

Il seme del welfare piantato a Schio è diventato l’albero di Alessandro Rossi: «L’industria continui ad essere il motore dello sviluppo e non ci si chiuda nel sovranismo».

Tiziano Treu, giuslavorista e politico di lungo corso ieri pomeriggio al Lanificio Conte ha raccontato con passione l’attualità dell’imprenditore scledense. Il momento di riflessione, favorito dal dialogo con il caporedattore del nostro Giornale Marino Smiderle, è stato organizzato dal Centro di cultura “Cardinal Elia Dalla Costa” guidato da Paola Allais per celebrare, con il Comune, il 200° dalla nascita dell’imprenditore.

«Che insegnamento trarre da 150 anni fa? Alessandro Rossi era una persona che guardava avanti – spiega Treu. Aveva capito quanto importante fosse studiare l’avanguardia tra Inghilterra, Svizzera e Belgio. Aveva capito che l’industria era il futuro e ha declinato tutto sul suo territorio. Anche nel mercato globale è necessario continuare a guardare avanti ed in giro per il mondo, andando oltre i segnali di chiusura. Si polemizza contro la globalizzazione, ma la chiusura sovranista è un guaio. Bisogna imitare Rossi nel cogliere le innovazioni positive. Era convinto che l’impresa fosse un driver dello sviluppo tecnico, economico e sociale. Dire che il progresso tecnico dovesse andare di pari passo a quello sociale è un’idea molto coraggiosa e che anche oggi si coltiva poco». Rossi aveva un’idea di benessere diffuso che, in gran parte, è stata persa: «Voleva che i suoi operai avessero i frutti della sua produzione – prosegue Treu. Addirittura devolveva parte del suo stipendio ai bisognosi. Ha introdotto una paga giusta, i premi di produzione, istruzione e sanità. Una traccia che si è persa nella storia. La sua figura si misuri su questo: come lui solo Olivetti e Ferrero».

Quale visione avrebbe avuto Rossi della globalizzazione? «Dicono fosse protezionista – ironizza Treu, incalzato da Smiderle che non ha risparmiato incursioni sull’attualità. La globalizzazione va regolata senza reticolati: nei prossimi anni avremo 200 milioni di persone che premeranno sull’Europa. Teniamoci cara l’Europa, anche contro l’invasione cinese. Il memorandum andava firmato? Mattarella ha messo dei paletti, non gli vendiamo “l’anima”. Un errore è stato muoversi da soli». E come vedrebbe Rossi, uno che a fine ‘800 fece quotare la sua impresa, il tessuto Vicentino che fatica ad aprirsi? E come declinare il welfare nella dimensione berica? «Ora si sta diffondendo l’idea che l’impresa sia un bene comune. Le piccole imprese con alta innovazione possono fare grandi cose se sanno mettersi in rete e gli strumenti ci sono. A portare avanti il welfare è giusto che sia la grande impresa, anche se oggi gli accordi in questo senso sono 40 mila in Italia»

Tra gli interventi in chiusura, Alvise Rossi di Schio ha ricordato l’opera benefica di Rossi a Massaua in Eritrea «valida anche come modello per ciò che accade oggi» ed il presidente del raggruppamento di Confindustria dell’Alto Vicentino, Pietro Sottoriva, che ha denunciato: «Se non troviamo tecnici, presto le nostre imprese si fermeranno, come possiamo farlo capire agli studenti?». La ricetta di Treu non è stata “elettorale”: «Bisogna investire nel collegamento tra scuola e mondo del lavoro».

Lotta alla recessione. Il festival Città Impresa interroga l’economia

Il Giornale di Vicenza / Alessia Zorzan

Un premio nobel, due ministri, due sottosegretari, rappresentanti del mondo economico, docenti universitari, giornalisti. Vicenza torna a trasformarsi in un grande laboratorio di economia e sviluppo con il 12° festival Città Impresa, edizione primaverile del Festival dei territori industriali, diretto da Dario Di Vico. Una rassegna che prende forma in un momento delicato per il Paese, alle prese con una fase di incertezza economica.

Due i temi cardine indicati per questa edizione, i rischi di recessione e il “Nord dimenticato”, ma spazio anche ad economia circolare, digitalizzazione, infrastrutture, proprietà intellettuale. Tutto approfondito in 37 appuntamenti, tra il 29 e il 31 marzo. Con due tappe di avvicinamento, il 23 marzo a Schio per parlare de “Il welfare è rinato a Schio, lo spirito di Alessandro Rossi” con Tiziano Treu, presidente del Cnel, e giovedì 28, a villa cordellina di Montecchio Maggiore, con l’incontro “Quei champions che continuano a crescere”.

L’evento è promosso da ItalyPost e Comune, con il patrocinio della Provincia, in collaborazione con Commissione Europea, main partner Intesa Sanpaolo, e con la collaborazione di Federmeccanica, Confindustria Vicenza, Confartigianato Vicenza e Cna Vicenza, curato da Goodnet Territori in Rete.

Ad inaugurare ufficialmente il calendario è atteso Michael Spence, nobel per l’economia 2001, con una lectio magistralis al Cuoa di Altavilla. Annunciati anche, tra i numerosi ospiti, Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari esteri; Erika Stefani, ministro degli Affari regionali e delle Autonomie; Mario Monti, presidente della Bocconi, già presidente del Consiglio e commissario europeo alla concorrenza; Giulio Tremonti, presidente Aspen institute Italia; Maurizio Sacconi, già ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali; Maurizio Stirpe, vicepresidente Confindustria; Ilvo Diamanti, dell’università di Urbino.

Il festival sarà itinerante tra i “gioielli” della città, ossia palazzo Chiericati, Basilica, Olimpico, Intesa San Paolo, palazzo Trissino, palazzo Bonin Longare. «Il nostro territorio – ha ricordato il sindaco Francesco Rucco alla presentazione dell’evento – rimane un distretto industriale fondamentale per il nostro Paese. Ben venga questo confronto, che ci permetterà di toccare temi di grande attualità come l’economia circolare, l’autonomia, il reddito di cittadinanza». «Sarà piacevole vedere i nostri palazzo trasformarsi in aule per seminari e approfondimenti», ha aggiunto Silvio Giovine, assessore alle attività produttive.

«I festival – ha sottolineato Di Vico – sono investimenti a rendimento differito. Non possono cambiare gli indici Istat, ma possono seminare cultura». Non solo teoria e prospettive a lungo termine, comunque. «La forza di questo festival sta anche nelle sue caratteristiche di concretezza», ha aggiunto Federico Visentin, presidente del Cuoa. Testimonianza ne è, ad esempio, lo spazio promosso da Federmeccanica, dedicato a studenti e aziende, con l’allestimento in Basilica della “casa delle imprese”. Venerdì e sabato Acciaierie Valbruna, Baxi, Forgital e Polidoro incontreranno gli studenti per colloqui conoscitivi e di preselezione.

Una finestra sarà aperta anche sul binomio sport-economia, con la serata in programma venerdì 29 all’Olimpico, con “Il caso Vicenza, l’industria sposa il calcio” con Paolo Bedin, dg del Vicenza Calcio. «Lo sport – ha osservato Bedin – è un grande comparto economico. Si parlerà di sostenibilità delle società sportive e di rinnovamento strutturale, che in Italia non si vede». Parlare di economia, nel Vicentino, significa indagare la storia di grandi “campioni”, ma anche di un assetto di piccole medie imprese, sulle quali ha posto l’accento Francesco De Lotto, direttore generale Confartigianato: «La politica a tutti i livelli – ha sottolineato – deve considerare il 98,6% delle Pmi come la regola, non l’eccezione».

Festival Città impresa: le nubi della recessione e il Nord dimenticato

Il Mattino di Padova

I rischi di recessione e il Nord dimenticato saranno i temi cardine della 12/a edizione del Festival Città Impresa, edizione primaverile del Festival dei Territori Industriali diretto da Dario Di Vico, che tornerà a Vicenza dal 29 al 31 marzo. In un 2019 caratterizzato da una forte incertezza economica sia sul piano nazionale che internazionale il Festival riporta sotto i riflettori l’economia reale, i territori, l’industria.

Da venerdì 29 a domenica 31 marzo, il Festival – promosso da ItalyPost e Comune di Vicenza, con il patrocinio della Provincia di Vicenza, in collaborazione con Commissione Europea, main partner Intesa Sanpaolo, e con la collaborazione di Federmeccanica e di Confindustria Vicenza, Confartigianato Vicenza e Cna Vicenza, curato da Goodnet Territori in Rete – vedrà la partecipazione dei grandi nomi del dibattito economico e sociale:fra questi spiccano Michael Spence, premio Nobel per l’Economia 2001, che inaugurerà il Festival, Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Erika Stefani, ministro degli Affari regionali e delle Autonomie, Mario Monti, presidente Università Bocconi, già presidente del Consiglio e commissario europeo alla concorrenza, Giulio Tremonti, presidente Aspen Institute Italia, Maurizio Sacconi, già ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Stirpe, vicepresidente Confindustria, Tiziano Treu, presidente CNEL, Marco Bentivogli, segretario generale FIM-CISL, Giuseppe De Rita, presidente Censis, Francesco Giavazzi, docente di Economia politica dell’Università Bocconi di Milano, Ilvo Diamanti, Università di Urbino.

 

Baxi

 Via Trozzetti 20 | Bassano del Grappa (VI)
www.baxi.it
 su Linkedin

Baxi è un’azienda che ha origini lontane quando nel 1925 la famiglia tedesca Westen fondò lo stabilimento delle Smalterie Metallurgiche Venete, uno dei maggiori stabilimenti di prodotti smaltati come scaldacqua elettrici e vasche da bagno oltre a prodotti per il riscaldamento quali corpi scaldanti in acciaio.

Read more

Polidoro

 Via Lago di Misurina 76 | Schio (VI)
www.polidoro.com
 Su Facebook
 Su Linkedin

POLIDORO è un Gruppo leader mondiale nella produzione di bruciatori a gas e nella realizzazione di soluzioni innovative per la combustione. Da oltre 70 anni realizzano bruciatori per caldaie, scaldabagni, per il professional cooking, per il laundry, con prodotti ad alto rendimento volti alla soddisfazione del cliente e di tutte le esigenze del mercato mondiale. Read more