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Oltre la Grande Crisi: Imprenditori Cercasi

di Chiara Andreola | Monitor di VeneziePost

Al Festival Città Impresa al centro del dibattito ci saranno le sfide poste da una congiuntura economica in cui il tradizionale spirito imprenditoriale e le vecchie categorie di analisi non bastano più: dalle imprese familiari al reshoring, anticipiamo le analisi che saranno proposte negli incontri di sabato 2 aprile da Sandro Trento, Guido Corbetta e Giovanni Costa

Imprenditori cercasi: non è solo il titolo del libro di Sandro Trento che sarà protagonista di uno dei più importanti incontri del Festival Città Impresa, ma un annuncio che potrebbe campeggiare sull’intero Nordest. Quello spirito imprenditoriale che l’ha contraddistinto fino a diventare quasi uno stereotipo, e che è stato alla base di quell’imprenditoria diffusa che ne ha sancito l’ascesa economica, pare non essere più quello di un tempo. Soprattutto dopo la crisi e soprattutto tra i giovani: secondo un’elaborazione di Datagiovani su dati Infocamere e Istat, nei primi cinque anni di recessione (2008-2013) non solo gli imprenditori under 30 sono calati di 82.000 unità, ma il Nordest è il fanalino di coda a livello nazionale in quanto a tasso di imprenditorialità giovanile (34 imprenditori ogni mille giovani in Veneto e 33 in Trentino Alto Adige). E nemmeno si può dire che è solo questione di crisi: le tre Venezie hanno infatti registrato cali tra lo 0,5 e l’1% di questo indice nel periodo considerato, collocandosi viceversa tra quelle che hanno “tenuto” meglio. Non si vuol più fare impresa dunque? Che fine ha fatto lo spirito imprenditoriale del Nordest?

«Si sente spesso dire che siamo un “Paese di imprenditori” e che in Italia ce ne sono circa 4 milioni – afferma Sandro Trento, docente di economia all’Università di Trento e autore del libro edito da Il Mulino – ma questa, in realtà, è una tesi un po’ autoconsolatoria. Aprire una partita iva non vuol dire di per sé essere imprenditori, ma decidere, o essere costretti a scegliere, di organizzare il proprio lavoro “senza padroni” (almeno in teoria). Abbiamo inoltre molti figli di imprenditori che si autodefiniscono tali perché ereditano un’azienda: certo si può far crescere anche un’impresa ricevuta in eredità, ma questo non è sempre il caso». Di fatto, secondo Trento, «la crescita e il benessere di un Paese avanzato come il nostro dipendono sempre più dalla nascita e dalla crescita in particolare di quelle imprese che hanno natura innovativa e sono in grado di proporre prodotti e servizi nuovi, o di proporre in modo nuovo prodotti e servizi tradizionali. Tra le imprese che nascono in Italia sono pochissime quelle ad alta crescita e le cosiddette “gazzelle”, che corrono molto più velocemente delle altre: gran parte hanno natura “replicativa”, riproducono schemi già esistenti e non innovano. Oltretutto, la cultura nazionale e le istituzioni non favoriscono la nascita e lo sviluppo di imprenditori innovativi: basti pensare alla struttura giuridica, a quella amministrativa e fiscale, alla presenza di rendite e al sistema formativo. Ma il futuro del Paese dipende soprattutto dall’entrata di innovatori che sappiano fondare e far crescere nuove imprese».

Anche la presenza, soprattutto a Nordest, di una grande percentuale di imprese familiari, è spesso citata come qualcosa che se un tempo era stato un punto di forza ora sta rivelando i suoi limiti. «Credo che il sistema delle imprese familiari sia asse portante in tutto il Paese e vanti un grande patrimonio in quanto a lavoro di manageralizzazione – osserva Guido Corbetta, economista e direttore della rivista Economia e management – ma sia oggi di fronte a delle sfide nuove. Innanzitutto quella legata alla capacità di crescere e saper affrontare mercati sempre più grandi e instabili: l’incertezza è oggi un fattore strutturale dell’economia internazionale, e per muoversi in un tale contesto occorre chiarezza sulle dinamiche familiari e preparazione specifica. Di qui la seconda sfida, ossia quella di far sì che i membri della famiglia abbiano competenze manageriali, così come eventuali membri esterni da coinvolgere se questo dovesse essere necessario. La terza sfida è quella di essere pronti ad operazioni straordinarie: acquisizioni, filiali estere, alleanze. Tutte operazioni che necessitano di risorse finanziarie, da recuperare tramite le banche o altri sistemi come il private equity». Ma quali sono i punti di forza e di debolezza di un sistema che ancora fatica ad aprirsi a membri esterni alla famiglia? «In realtà le ricerche non dimostrano che un manager non familiare porta necessariamente risultati migliori – afferma Corbetta –; dicono però che già da qualche anno il numero di membri esterni alla famiglia è in crescita: e questo dimostra che le imprese si stanno aprendo, capiscono che è necessario affiancare persone che hanno fatto esperienze diverse specie sui mercati internazionali. Certo bisogna saper interloquire con la famiglia e tenere insieme le due dimensioni, perché non tutti i manager possono andare bene per un’impresa familiare. D’altro canto, la famiglia ha come suo punto di forza soprattutto la trasmissione della vitalità imprenditoriale: spesso i giovani che avviano una propria azienda sono figli di imprenditori, e una famiglia è normalmente capace di sacrifici e di un impegno che in altri sistemi non sono facili da trovare».

Altro tema che oggi si pone come uno dei nodi cruciali della riflessione economica è quello del reshoring – ossia il “rimpatrio” di una o più fasi di produzione da parte di quelle aziende che avevano delocalizzato, spinte dall’aumento del costo del lavoro in Asia e della ripresa o anche da politiche fiscali specifiche nei Paesi d’origine. Anche questo schema interpretativo, però, potrebbe essere ormai superato: «Offshoring e reshoring sono modi vecchi di chiamare le dinamiche internazionali – sostiene infatti Giovanni Costa, vicepresidente di Banca Intesa e professore emerito dell’Università di Padova – . Oggi la competizione si vince gestendo filiere globali: e questo implica di essere multilocalizzati senza per questo perdere identità, come fa Luxottica e come fanno i francesi del lusso. Nessuno direbbe mai che Arnault fa dell’offshoring con la Manufacture de souliers Louis Vuitton a Fiesso d’Artico, o che Pinault fa del reshoring portando Marco Bizzarri da Bottega Veneta di Vicenza a Parigi nel Kering Executive Committee». Pare quindi essere tempo di adottare uno schema interpretativo più ampio, che vada oltre le logiche dei confini nazionali.

Tutti temi che verranno affrontati con questi e con altri ospiti nei tre giorni del Festival Città Impresa, dall’1 al 3 aprile prossimi a Vicenza: una preziosa occasione di riflessione sulle dinamiche in atto nel nostro sistema economico.